Rùfina.
Come dominare il tempo

Armando Castagno

“Il più alto dei Chianti”, come una recente campagna promozionale veicolava la Rùfina, è in realtà semplicemente il più a Nord, e non quello in cui reperire le maggiori altimetrie; peraltro, dei vari vini da sottozona (sette) che ricadono sotto l’ampio ombrello della Docg Chianti, è l’unico che può a buon diritto definirsi “appenninico”, e col territorio del Chianti c’entra quanto lo scrivente con la fisica quantistica. Luigi Veronelli non aveva mancato di far notare con parole anche molto dure come il prefisso Chianti sia qui null’altro che una comoda forzatura commerciale: “masochistico abuso”, aveva scritto. Una visita nei luoghi e nelle cantine confermerà in modo assertivo come la Rùfina abbia da vendere – in senso letterale – una originalità innegabile, oltre che una qualità media come denominazione tra le più alte d’Italia. Per fattori culturali anzitutto: segnato dalle torri d’avvistamento di epoca tardo-medicea e dalle proprietà fondiarie dei nobili rimaste a lungo in conduzione mezzadrile, il territorio è ancora in possesso di una profonda cultura del lavoro di matrice contadina; ci sono sì le ville dell’aristocrazia fiorentina e vigneti maestosi nell’aspetto e nel nome come il Poggio Reale, ma anche frazioni dall’etimo significativo come Stentatoio o Carbonile, e cognomi come Ciucchi, Mugnai, Fabbri, Sarti, Massai, ad evocare, in mezzo ai blasoni nobiliari, il sacrificio di generazioni di braccia e schiene.

Anche le evenienze climatiche tracciano un profilo peculiare, almeno per la Toscana del vino; dalle pendici appenniniche, quasi disabitate, battute dal vento e aguzze come piramidi, scende la sera un velario di aria fresca o persino fredda, anche in piena estate, costringendo in agosto a dormire sotto le lenzuola; la luce radiante del mattino estivo è meravigliosa: le colline, gli alberi, le case, hanno contorni netti e il nitore di un bassorilievo nel cielo azzurrissimo.

Il luogo è tagliato a metà dal corso della Sieve, il più consistente degli affluenti dell’Arno (“Arno non esce, se Sieve non mesce”, proverbio che ne dice il regime torrentizio, la forte e pericolosa incostanza di portata d’acqua). La teatrale ottusità delle diverse, successive amministrazioni politiche, che hanno provato ad annientare un panorama incontaminato tra progetti di strade zigzaganti sul fiume a forza di ponti (per non dire di quello recente e geniale di un inceneritore dalla cubatura babelica, garbatamente previsto in riva alla Sieve e in mezzo alle vigne al posto dell’attuale, di raccapricciante bruttezza ma sette volte più piccolo) trova un calmiere naturale nel profondo respiro dei boschi, sparsi ovunque e fitti, a coprire le colline e a colorarle di un gradiente di verdi scuri. Poi, ci sono i fattori ampelografici: nella Rùfina (ci perdonerete se da ora in avanti la chiameremo così) si è da sempre puntato sul sangiovese, senza indulgere nel vassallaggio mentale di coloro che, altrove, hanno cercato di mimetizzare l’uva toscana sotto aromi, strutture tanniche e colori di uve francesi, pure ammesse in piccola percentuale, ma che in pochi utilizzano; il sangiovese, da uva di razza qual è, ha ripagato questa fiducia trasfigurando in declinazioni originali, con una insolita, preziosa enfasi su toni floreali e minerali, tenebrosi nei toni eppure capaci di un “fiato” e di una vastità che lo rendono, nelle versioni più classiche, inconfondibile; e gratificando i produttori lungimiranti abbastanza da conservare scorte di vecchie annate sfoderando una resistenza all’ossidazione e un talento evolutivo degni di essere raccontati – il che proveremo a fare.

struttura del territorio

I comuni, tutti in provincia di Firenze, nei quali si articola questa storica denominazione sono cinque: scendendo dall’Appennino a valle, Dicomano, Londa, Rùfina, Pelago e Pontassieve, unico quest’ultimo il cui territorio comunale sia ricompreso per intero nell’areale.


In realtà, sulla ventina di aziende che producono un Chianti Rùfina, solo tre - peraltro molto valide - hanno vigna nella metà settentrionale, “appenninica”, della denominazione. Il grosso si concentra proprio nel cuore dell’areale, lungo il confine comunale tra Pontassieve e Rùfina: una decina di cantine, alcune con i crismi patriarcali per la zona, altre invece nate da poco, spesso sotto una buona stella, a giudicare dai primi imbottigliamenti. Dal punto di vista geologico, l’analisi territoriale non è complicata. Quasi due terzi dell’area sono occupati dalla pietra appenninica detta macigno toscano, nelle varianti del Mugello, prevalente, e del Chianti: è uno strato di arenaria dura, da costruzione, spesso fino a un chilometro e mezzo, localmente con poco o pochissimo suolo lavorabile in superficie. La parte inferiore vede invece emergere la classica petrologia delle denominazioni della Toscana centrale, in splendida sinergia: una parte “terrestre”, la pietra detta galestro, originata dal compattamento delle argille, e una “aerea”, o meglio “marina”, la roccia calcarea biancastra detta alberese, ben più coesa. Una combinazione di elementi così perfetta per il sangiovese che non c’è da temere smentite affermando che la Rùfina potrebbe permettersi di adottare, vincendo le pur ovvie remore del caso, un disciplinare emancipato da quello generico del Chianti, che sia basato sul sangiovese o che addirittura lo imponga in purezza.


Le obiezioni legate alla freschezza del clima, specie nella frazione pedemontana, con le conseguenti angosce legate alla piena maturazione del sangiovese, trovano una comoda replica nell’analisi comparata delle date di vendemmia, delle precipitazioni medie annue, delle ore di sole degli ultimi venti anni rispetto ai cinquanta precedenti: l’anticipo vendemmiale, il calo delle piogge, l’aumento delle ore di luce, e analiticamente nei vini il salto in alto dei valori alcolici e quello in basso delle acidità totali (in qualche caso vicine alla soglia minima di 4,5 grammi per litro in maniera davvero preoccupante) sono dati così costanti da delineare, qui come quasi ovunque in Italia, una tendenza precisa. Il citato disciplinare, modificato l’ultima volta nel giugno del 2009, dispone l’utilizzo del sangiovese nella percentuale minima del 70% e quindi lo ammette in purezza; il saldo opzionale può comprendere, oltre a quanto ammesso in regione, uve bianche non aromatiche (massimo al 10% complessivo) e i due cabernet (non oltre il 15%, congiuntamente). La resa massima a ettaro è fissata a 80 quintali, con tetto di 3 chili d’uva a pianta; non è obbligatoria la maturazione in legno se non (6 mesi almeno) per la tipologia Chianti Rùfina Riserva. Infine, il testo di legge consente un sorriso quando prescrive che i contenitori per l’imbottigliamento del Rùfina debbano essere, per forma e abbigliamento, “consoni ad un vino di pregio”, salvo poi affrettarsi subito a specificare che tra essi il “fiasco” possa essere solo quello tradizionale toscano.

la verticale

Sorta come azienda agricola nel 1827 tra le mura di una torreggiante postazione di vedetta, luogo di vacanza di vescovi fiorentini per almeno due secoli, e da sei generazioni in mano alla stessa famiglia, la fattoria Selvapiana è divenuta nel tempo una sorta di faro per il territorio, ascrivendosi nei decenni meriti e primati. Il (Chianti) Rùfina vi è imbottigliato a partire dai primi anni Trenta del Novecento. L’azienda è una tenuta di 240 ettari, di cui 31 coltivati a uliveto, 45 a vigneto e il resto è “selva”, cioè bosco; vi sono presenti molte varietà oltre al sangiovese, che fa tuttavia la parte del leone. Selvapiana è stata la prima cantina della Rùfina a utilizzarlo in purezza per tutte le Riserve licenziate dal 1978 in avanti; i fratelli Federico e Silvia Giuntini Masseti, che hanno raccolto il testimone da Francesco Giuntini Antinori, loro genitore adottivo e certamente l’uomo decisivo per le sorti della fattoria nella sua intera storia, sono coadiuvati da Franco Bernabei proprio a partire da quella vendemmia 1978. Si era allora in anni di veemente rilancio per la Toscana del vino; nella zona, come in tutte le altre della regione, resisteva una viticoltura arcaica e abborracciata, in cui le vigne erano messe a dimora maritate all’olivo, al pioppo, al castagno, o ad alberi da frutto; nei vigneti, le uve bianche coesistevano con quelle rosse in promiscuità caotica, e tutto veniva vinificato insieme in vasche di cemento senza controllo sulle temperature di fermentazione; poi finiva a maturare in botti di castagno locale utilizzate anche per trenta e più vendemmie, qui alfine pensionate nel 1985. I ceppi erano stati ottenuti per selezione massale da Francesco Giuntini negli anni Cinquanta e Sessanta, reperendo - non fu facile - individui non virosati di sangiovese dei primi reimpianti post-fillosserici. 


Lo stile di vinificazione è molto cambiato da allora, e ha subito ripensamenti lungo l’arco dei decenni, soprattutto riguardo all’impiego di legno nuovo, salito in percentuale verso la fine degli anni Novanta e oggi tornato a livelli molto bassi.

Selvapiana produce tre vini nella denominazione Rùfina: un vino d’annata, nelle intenzioni aziendali pronto e profumato e in effetti sempre ben riuscito, ma costantemente più serio e minerale rispetto alla media tipologica, e due Riserve da singolo cru, il rarefatto e vigoroso “Fornace” e il monastico “Bucerchiale”; quest’ultimo presenta caratteri di autorevolezza, austerità e longevità davvero spiccati, e una considerevole parte della nostra degustazione, da quando questo vino esiste, cioè dalla raccolta del 1979, è a lui dedicata; come speriamo traspaia dalle note di degustazione, è un rosso dalla tenuta nel tempo che non troviamo altra parola per definire che “granitica”. Proviene da un vigneto di circa 4 ettari condotto con criteri di agricoltura biologica (non più certificata da qualche tempo per sopraggiunta “allergia alla burocrazia”), piantato nel 1968 sull’ottimo portainnesto 420A a circa 250 metri di altitudine, con esposizione Sud-Sud Est e su terreno in prevalenza galestroso. Fermentato senza inoculo di lieviti selezionati in fusti di acciaio a temperatura che si ha cura di tenere sotto i 30 °C, il Bucerchiale trae sostanza e precursori aromatici da macerazione che supera spesso il mese di durata. Il vino svolge la malolattica (mai indotta) in barrique francesi, dove poi resta a maturare per circa 15 mesi; almeno 9 mesi di bottiglia precedono la messa in commercio, che riguarda un quantitativo di bottiglie attorno alle 35.000, anno più anno meno.

1997 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Annata come noto caratterizzata da gelate primaverili nella Toscana centrale, con forti conseguenze sulla quantità di vino prodotto: a Selvapiana questa è la sola bottiglia licenziata. Dal gran colore scuro e compatto, ha naso diverso da tutti i vini prodotti in seguito; un che di dolce (caffè zuccherato) e una strana indistinzione lo rendono piuttosto statico e poco interessante. In bocca, conferma il suo impaccio, procedendo lento in un contesto dalla spiccata “cremosità” e poco o nulla da dire in tema di dettagli e articolazione; un tannino maturo e abbondante scorta verso un finale morbido e non lungo, dai ritorni imprecisi.


1983 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Lievi tinte metalliche e iodate, un nucleo di frutti rossi selvatici ancora vibrante e integro, sfumature erbacee e vegetali di carota e felce, e una spettacolare voce fl oreale tracciano un quadro di grande nitore, del tutto inatteso data la fama un po’ anòdina della vendemmia in centro Italia. Anche al palato il vino tiene: succoso abbastanza da contrastare l’effetto asciugante del tannino, si sviluppa con naturalezza e chiude fresco e ben lungo, su suggestioni, appena ammandorlate, di rabarbaro e radici.


1982 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Colore concentrato con orlo di un aranciato acceso. Bouquet tabaccoso e un po’ tetro, con note di fumo e goudron in evidenza su fondo di miele grezzo (o propoli), sale iodato e pasticceria, e solo qualche nota fruttata, peraltro molto matura. Meglio in bocca, dove c’è ancora freschezza a tener testa al gran tannino, in effetti piuttosto disseccante; ma il finale è letteralmente rischiarato da una vena sapida nitida e molto viva. Vino un po’ contraddittorio e diverso, in quanto più chiuso e introverso, dai grandi “pari annata” delle altre zone classiche di Toscana.

1980 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Millesimo gelido e ovunque dimenticato, in quanto fucina di rossi sfuggenti, acidi e ormai quasi ischeletriti. Su un fondo salino, floreale e appena volatile, stagliano note esplicite di melissa e finocchietto, come in una tisana; la parte fruttata è lieve, e ancora descrivibile con richiami agli agrumi spremuti. Sottile, minuzioso, scorrevole al sorso, in cui il tannino si è in pratica defilato, lasciando campo libero ad una acidità elettrificante – con plateale traccia di malico residuo – e all’autentica bordata di sale che conclude l’assaggio foderando le guance.


1973 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Manto granato chiaro con bagliori fra il topazio e l’ocra, ha un bouquet che definire bizzarro è poco: tra note di curry, frutta cotta e miele, percorse da una strana vena acida e pungente, si fatica a prendergli le misure; l’ossigenazione peggiora le cose. Non va molto meglio all’assaggio, che testimonia di un vino scomposto e decisamente scisso nella componente acida. Due bottiglie assaggiate, la seconda appena migliore della prima, ma sempre con questa curiosa fisionomia generale.

1969 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Per l’annata, un classico… purtroppo per lui. Note di castagna bollita, di sottobosco autunnale, con cenni di ossidazione incipiente al naso; gusto tenue e piuttosto scialbo, tutto su toni crepuscolari e silvani, senza un cenno di vitalità né il manifestarsi di qualche reviviscenza giovanile o quantomeno più fresca. Persistenza su toni minerali, lunga il giusto, ma onestamente non complessa. L’ombroso millesimo, indebolito da una delle sommatorie di ore di luce più basse degli ultimi cinquant’anni, ha rarissimamente concesso di più.


1968 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Prima comparsa di vino che comprende altre uve oltre al sangiovese. E altro congegno dal funzionamento misterioso: la tempra ferrea dell’assaggio – davvero vibrante di freschezza, ancora coeso e materico a onta dell’età e dal finale esteso ed espressivo – si intuisce già all’esame dei profumi, profondi ma ben leggibili, in scansione emozionante: una ventata di balsami e cera su note di humus, melata, asfalto, zenzero, china, tartufo e finocchietto. L’insieme ha un equilibrio così naturale da suggerire che possa reggere in queste eccellenti condizioni ancora per almeno due o tre decenni.

1965 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Colore e profumo da vecchio Borgogna, tra sangue, ferro, un profluvio di fiori persino azzurri (iris, glicine), note di cera profumata e incenso, liquirizia e menta. La sua levità immateriale torna all’assaggio, privo di una vera “stretta” fenolica eppure deliziosamente screziato da una sorta di crudezza erbacea, anche questa assai fresca e aerea; chiude pulito, su ritorni appena autunnali di radici e corteccia, dopo uno sviluppo. E solo a vino deglutito ci si ricorda, con sconcerto, che questa bottiglia intatta, vigorosa, estroversa, contiene il frutto di una vendemmia di mezzo secolo fa. Un testimone decisivo a difesa della Rùfina come terroir a sé stante, e uno dei punti esclamativi della verticale.


1964 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Il più evoluto tra i vini assaggiati. Colore molto compatto sui toni del granato e con riflessi quasi color topazio. Chiuso e non franco alla stappatura, rivela con l’ossigenazione (una mezz’ora circa) un quadro maturo e ormai crepuscolare, con qualche indizio non proprio glorioso di dattero, vinile, glutammato e caramella mou su un bel fondo di crema pasticcera e un lieve richiamo fungino. Al sorso è morbido e smussato, quasi mellito per via della letterale fusione del tannino nella struttura; finale non particolarmente esteso né significativo per complessità o qualità dei ritorni.

1958 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Ben più vitale del ’64 nonostante la maggiore età: sa di bergamotto, soia, silicone, catrame vegetale e metallo fuso, con qualche ulteriore traccia di legno vecchio e salsedine (si potrebbe usare il descrittore “stiva di nave”). Sorso ipercinetico per la scossa acida, fin troppo zelante e quasi aggressiva, della quale pare evidente l’origine dalle uve bianche qui di certo presenti; l’epilogo è un poco asciugato, ma né sbrigativo né monocorde. Più bottiglie assaggiate in pochi mesi, con spiccata variabilità, come del resto è ovvio che sia dopo tutti questi anni.


1956 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Riferiamo di due bottiglie provate in successione; una – con livello più basso e colore un filo intorbidito – con un profilo evoluto, caramelloso e languido, con assaggio quasi “appiccicoso”, tannino come di gomma dolce e finale in realtà smagrito. L’altra è di gran lunga la migliore bottiglia della sua disgraziata vendemmia mai provata da chi scrive, in assoluto e non solo in Italia (in Francia la 1956 è considerata una piaga): un liquido di uno sfavillante arancio trasparente, tratteggiato ad acquerello tra ricordi agrumati, rugginosi, floreali e salmastri, e dal sorso trasognato e senza spigoli, di grazia fiabesca, lieve come una mongolfiera fluttuante in aria in traiettoria casuale, senza peso.

1948 CHIANTI RÙFINA RISERVA

Assaggiato due volte in un anno, con esito più o meno identico. È un vino portentoso, un eroe olimpico di 66 anni, terragno e concreto, salato all’inverosimile, con una disponibilità aromatica e una – ma sì – “umanità” che non si può dimenticare. Fortemente iodato al naso, sgrana in venti minuti una parata di suggestioni indescrivibili (ma ci proviamo lo stesso: c’è un’idea di animale, poi pirite e fumo, saldatura e soia, netto mercurocromo, tamarindo e alloro, “ferrovia”, cera per mobili, confettura di fichi e di ciliegie). All’assaggio ha “ciccia”, coesione e ancora una sua piccola dinamica degna di questo nome; completano il prodigio le purissime note mentolate e saline del congedo, che è davvero una sorta di catarsi, un ricordo incancellabile.


2010 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Rubino ombroso con orlo e sfumature granato, è in fase aurorale ma preannuncia al naso un avvenire da Rùfina “classico”, nelle infiltranti note ferruginose e floreali che accompagnano un frutto scuro e dolce (prugna), nuance di tabacco e pepe, di cuoio e liquirizia; pur in un contesto austero, c’è una certa varietà nelle sfumature. All’assaggio ha sviluppo esitante; ruvido per dovizia di estratti, e rigido nel tannino, sfuma sciorinando un’energica persistenza sapida, dando tuttavia l’idea di un “mezzo pesante” che pigramente, molto pigramente, vada a regime. Chiede alcuni anni di vetro per smussare i suoi angoli; c’è tuttavia di che essere ottimisti a proposito del suo potenziale evolutivo.


2009 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Dal millesimo più caldo tra gli ultimi cinque, che in zona ha regalato vini pronti e aperti, e forse appena meno “classici”. Anche qui si parte da una sinergia aromatica di minerale e floreale amaro (di lilium, quasi, di propoli) per annotare poi, con l’aerazione, la comparsa di sfumature molto dolci di frutti di bosco e ciliegia macerata, liquirizia dolce, e un alcol che slabbra e confonde un po’ i contorni. Al sorso è morbido in attacco, ancora aggressivo nel tannino, in lieve debito di acidità, mediamente estrattivo e salato in fondo; l’insieme ha trovato un suo equilibrio naturale, e dovrebbe tenere nel tempo schiarendosi ancora. Non il più tipico Bucerchiale della degustazione, ma, riteniamo, tra i più longevi.


2007 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Altro millesimo molto caldo e vino che, come molti in Toscana, ha un poco patito l’andamento stagionale. Ricco e generoso, profuma di fiori bianchi grassi, frutta in confettura vanigliata, cacao e propone persino un tocco mellito, ma si coglie qualche aspetto vegetale un po’ crudo. Al gusto è “sulle sue”; tutto è raccolto a centro bocca a congegnare un’inflessibile durezza; imbufalito sul tannino, impone una certa baldanza in ingresso, ma ha pochi argomenti che qualifichino una persistenza pressoché sguarnita; manca infine quasi del tutto di ritorni retrolfattivi decifrabili, se si eccettuano foschi toni minerali come di saldatura di ferro. Inutile aspettarsi sorrisi o aperture, che non arrivano nemmeno dopo 96 ore dalla stappatura a bottiglia lasciata scolma.

2006 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Stagione regolare, ma vino clamoroso dal vigneto Bucerchiale, sin dal colore leggero ed eccezionalmente brillante. Profuma di arancia, pepe bianco, rabarbaro, felce e sale, e all’assaggio si produce in una vera performance, avvolgendo la bocca tra suggestioni speziate e agrumate, puntellate da acidità che punge e rinfresca; anche la qualità del tannino è superiore alla media per una grana fitta e saporita, e una calibrazione perfetta. Gran finale quasi salmastro; uno splendido vino e un Rùfina di assoluto riferimento.


2005 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

L’unicità del territorio trova conferma in uno dei più originali 2004 toscani; laddove in Chianti Classico o a Montalcino l’annata ha donato vini ad un tempo di bei profumi freschi e struttura modulata, qui ha partorito un colosso, dalle mille sfaccettature al naso, ma tutte scure dal lato tonale (pelle conciata, ciliegia nera e mora in confettura, carbone dolce), con un unico indizio di pura freschezza sotto forma di una sfumatura erbacea tra la felce e l’eucalipto. In bocca vive di valori alti di estratto, acidità e tannino, eppure sfodera un bilanciamento invidiabile; finale pieno di sapore, lungo e appagante. Già in beva.

2001 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Una versione a nostro avviso in sedicesimo; il vino non sembra aver retto l’impatto con il legno piccolo, che gli ha imposto, con accenti vanigliati e laccati tuttora ahinoi in evidenza, una sorta di freno allo sviluppo aromatico, in pratica silenziandone sia la parte varietale sia la voce territoriale. Corretto, levigato e morbido all’assaggio, mediamente lungo, privo però del temperamento cui il Bucerchiale ci ha abituato; la buona fattura, innegabile, è da considerare una mezza sconfitta sia per il valore di terroir e “manico”, sia per l’annata, unanimemente considerata dal molto buono all’eccellente in tutti i territori classici italiani.


1999 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Veemenza e controllo, estroversione e profondità, tutto insieme in una versione strabiliante, del resto frutto di un’annata da ricordare in tutta la regione. Solita “nota di testa” dai toni ombrosi, tra il metallo e l’acqua di concia, poi scatena un tourbillon di profumi che, oltre a ricordi di fogliame e radici, agrume amaro e tabacco, si concede anche qualche divagazione floreale, che alleggerisce e nobilita l’insieme. Assaggio deciso e ritmato, in cui la frizione tannica non riesce a contrastare il debordare di un’acidità succosa, né l’apertura vastissima del finale, salato più che sapido, lungo, carismatico.

1995 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Molto diverso dai coetanei del Chianti Classico, il Bucerchiale 1995 è assai più tenero e molto cauto nell’evoluzione, tuttora in corso. Ha colore più leggero del 1997 e naso più guardingo, con una nota fruttata molto più fresca (fino alla buccia di mela rossa) e qualche ricordo balsamico, erbaceo e floreale a corolla. Il sorso ne svela il carattere morbido e sensuale, doti che in questa vendemmia sono quasi irrintracciabili in Italia; qui la sinergia di tannino maturo e “puntiforme” e acidità appena pungente disegnano invece una silhouette elegante e signorile, con un finale di media estensione ma perfetta rispondenza aromatica, quasi garbato nella sensazione tattile su cui sfuma.


1994 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Annata rovente in Centro Italia, meno nella Rùfina, dove anche a scorrere le analisi di questo vino siamo su valori inferiori alla media decennale (alcol “solo” a 13,45 e l’acidità a 5,20). L’impatto olfattivo iniziale è serio, persino ritroso; note di viola, humus, radici, persino tè; poi col tempo tabacco e ciliegia sotto spirito, e un che di vagamente iodato. In bocca è vigoroso e asciutto, si direbbe nervoso; un tannino fitto e una spiccata freschezza sembrano divertirsi in un continuo gioco di rimandi e mediazioni; finale irradiante, con qualche suggestione fl oreale e marina. Da annoverare tra i più riusciti ed espressivi 1994 italiani.

1990 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Colore quasi saturo, uno dei più compatti della verticale. Naso chiuso su se stesso e curiosamente magmatico e confuso, dagli accenti maturi e appetitosi (cioccolata, torrefazione, confettura di ciliegia nera) ma poco in sintonia con la reale vocazione del cru, almeno per quanto compreso da noi. Potente e mentolato all’assaggio, ha tannino quasi masticabile, acidità dimessa, vena sapida in sottordine, ritorni di cacao e affumicatura. Decisamente non il nostro tipo; da valutare ricordando gli anni in cui è nato e forse le suggestioni internazionaliste della critica di allora. Di acqua sotto i ponti (della Sieve) ne è passata parecchia. E per fortuna.


1985 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Colore granato netto di media concentrazione; balsamico ai profumi e assai più speziato degli altri vini della sua decade, è ancora giovanile nel contegno gustativo, sobrio nello sviluppo, fenolicamente maturo e irrorato da un’acidità intensa abbastanza da scolpire il bel frutto, agrume in particolare, che vi resiste. Ciò che resta nella memoria del suo epilogo sono infine le due nitide note conclusive: una minerale tra il gesso e la polvere, l’altra più intensa e mediterranea (pomodoro, mare).

1981 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

A testimoniare una volta di più come la “teoria generale” delle annate non valga per la Rùfina, ecco un bizzarro 1981 maturo e generoso, in cui peraltro la disinvoltura del naso trova all’assaggio una conferma solo parziale. Ha una bella lucentezza nei riflessi del colore e squaderna un gran profumone di tè rooibos, pietra, liquirizia, felce, con in più un vero e proprio mazzo di fiori appassiti in raffinato pot-pourri. Sorso assai ampio e morbido in attacco, ma più arreso; lo svolgimento si appoggia alla ricchezza del sapore più che alla spinta acido-sapida, che manca un po’ di grinta; il finale è accettabile per durata e per complessità.


1979 CHIANTI RÙFINA BUCERCHIALE RISERVA

Prima annata del Bucerchiale. Dall’alto, il bicchiere è un ipnotico gradiente di colore, dal granato acceso del cuore all’arancio chiaro. Naso di splendore indicibile, fresco di arancia e sale, complesso e articolato fino a toccare registri imprevedibili, dalla camomilla alle erbe officinali, alla fragolina acerba, allo iodio. L’assaggio irretisce e affascina, tale la calibrazione delle componenti, la loro energia vitale, la delicatezza dei sapori e dei ritorni, la setosità del tatto; chiude con una schioppettata minerale un’esibizione di valore mondiale. Forse il più grande rosso italiano del suo millesimo; ed anche all’estero, volendogli anteporre qualcosa dal lato qualitativo, non c’è che da pensare a mostri sacri.

Vitae 1
Vitae 1
Marzo 2014
In questo numero: Come dominare il tempo di Armando Castagno; Il corsaro del Rodano di Roberto Bellini; Osteria, che Verona! di Morello Pecchioli; I profumi dei vini bianchi di Rossella Romani; Vite e vino nell’Alto Medioevo di Massimo Castellani; Aeroplan airport di Alessia Cipolla; Da Carrara di gran carriera di Emanuele Lavizzari; Dolce Puglia di Monica Coluccia; Addii di Valerio M. Visintin; Terra di confine di Maurizio Maestrelli; Un piano Marshall per l’olio da olive di Luigi Caricato;  Tabacco, (in) principio (fu) attivo di Marco Starace; Note di degustazione - Il suono del vino di Fabio Rizzari; Storie di vitae - Il vino che fa bene ai bambini di N. Fiorita e G. Rafele; Pas dosé di Antonello Maietta.