il vino come marketing assoluto
AIS Staff Writer

I vini italiani stanno vivendo un momento straordinario nelle quotazioni mondiali. Nel 2013 diverse tipologie hanno registrato incrementi di valore superiori ai livelli del FTSE 100, il micidiale indice azionario delle cento società di maggior capitalizzazione quotate al London Stock Exchange, che è stato del 14,4%.

Il riferimento è ai vini di punta dei Marchesi Antinori, dell’Ornellaia, di Angelo Gaja, di Giuseppe Quintarelli, di Romano Dal Forno, di Bruno Giacosa, di Giacomo Conterno e di molti altri che lo spazio a disposizione ci impedisce di citare. Siamo felicissimi delle performance di questi vini di alta gamma, così come delle altre geniali intuizioni dell’enologia più abbordabile e dal successo planetario, come il Prosecco o l’Asti.

La comparazione tra enologie in fase negativa, borsisticamente parlando, come Bordeaux, e quelle in ascesa, come Borgogna e Italia (+ 9,2% in media e + 15% per l’alta gamma), ci procura un senso di inquietudine, soprattutto quando vediamo collocare il vino in uno spazio distante dal suo secolare obiettivo: quello di farsi bere. In fin dei conti, senza tentare di banalizzare il concetto, il vino è semplicemente una bevanda; invece sempre più spesso è interpretato come un bene di investimento. Addirittura il “Telegraph”, nell’agosto 2013, ha schematizzato efficacemente l’incremento di valore dei fine wines, intendendo con il termine fine una dicotomia che investe non solo la qualità organolettica, ma contestualmente l’ascesa di valore sul mercato.

Ci troviamo di fronte a due valori nel vino, quello intrinseco, legato al suo profilo sensoriale, le cui qualità corrono il rischio di passare in secondo piano rispetto a un’azzeccata strategia di vendita progettata a tavolino, e quello estrinseco, che gioca le sue carte sull’apprezzamento da parte del mercato. Si è spostato il bersaglio della comunicazione: non si parla soltanto di vino - non sappiamo se purtroppo o per fortuna -, ma anche dell’affermazione di un concetto di pregio esclusivamente attraverso il marketing.Tempo fa, in un’intervista, un manager italiano asseriva che il lusso non è un fattore precipuo del vino italiano; nel nostro Paese la maggior parte delle grandi famiglie del vino provengono da una tradizione agricola e non finanziaria.

A questo punto viene d’obbligo domandarsi se l’eccellenza del vino la faccia la vigna o il marketing, se predomini la sapienza enologica o piuttosto un’invidiabile posizione sul Liv-ex (l’indice che misura la redditività degli investimenti sui grandi vini). Probabilmente, se leggiamo tra le righe, si palesa un concetto che credevamo dismesso, cioè che il prezzo elevato sia già di per un indicatore di qualità.

Noi crediamo che l’abbinare il lusso al vino, oppure l’insinuarsi di una prospettiva che porti il vino a essere l’espressione di uno status sociale del lusso, sia distante dal lavoro di potatura della vigna o dalla preparazione del terreno.

A tutto questo parlare di vino, senza berlo, è doveroso porre una barriera etica e morale difficilmente oltrepassabile, perché non vorremmo trovarci di fronte a uno tsunami Kurniawan, il noto falsario di vini, che potrebbe tradursi nell’infausto incontro di bottiglie dei “celeberrimi” stese sul lungomare di Rimini o di Viareggio, in bella mostra tra una falsa cintura di Gucci e una Lacoste di dubbia provenienza.

Quale morale trarre? Soprassediamo sull’essenza della parola o del rapporto tra giusto e ingiusto, tra bene e male: in fatto di vino magari non si arriva a certe profondità. Però dovremmo riappropriarci di una morale enologica, perché il vino deve possedere una sua etica naturale, che storicamente ha già avuto, vista la sua permeazione nel tessuto della stratificazione storico- sociale e il valore di alimento che ha rappresentato per secoli. Oggi le nuove consapevolezze devono riportare la nostra amata bevanda ad essere semplicemente un prodotto che si beve, che non rientra esclusivamente nella logica del profitto. Il vino non deve essere acquistato solo per fare “cassaforte”, ma per essere trasferito in occasioni conviviali, senza trasformarsi in un’opzione finanziaria che raggiunge l’obiettivo soltanto se varca la frontiera del segno positivo. Ci angoscerebbe pensare che il prezzo finale sia esclusivamente il frutto di un profit graphic, e non del lavoro del vignaiolo.

Vitae 02
Vitae 02
Giugno 2014
In questo numero: Collio sognato di Armando Castagno; Il noir in terra di All Blacks di Roberto Bellini; Neuroni specchio di Attilio Scienza; Fenomeno naturale di Samuel Cogliati; Un’estate al mare… di Roy Zerbini; Leonardo da vino di Massimo Castellani; San Marco conquista il Sangiovese di Emanuele Lavizzari; Mr culatello di Sabatino Sorrentino; Piaggia di Paolo Baracchino; Il cliente solitario di Valerio M. Visintin; L’ora del vermouth di Fulvio Piccinino; Al luppolo, al luppolo! di Maurizio Maestrelli; L’altro volto degli oli da olive di Luigi Caricato; La conoscenza di Zino di Marco Starace; Note di degustazione - Rossini, o la musica da gustare di Fabio Rizzari; On Wine - Sogno o son (immo)desto? di Andrea Petrini; Pas dosé - Il vino come marketing assoluto di AIS Staff Writer.