Collio sognato
Armando Castagno

C’è un Collio sognato del quale hanno parlato vent’anni fa ai nostri sguardi di giovani appassionati; un fiabesco avamposto sperimentale che aveva da poco cambiato - ci dissero - la sorte e l’aspetto dei bianchi del Nordest italiano e in generale del paese, che li aveva svecchiati a colpi di tecnologia, che li aveva resi, come comunità di produttori e non come singolo, grandi e spendibili a livello mondiale. Vini - si legge nei testi dei primi anni ’90 - finalmente freschi nel frutto, più leggeri di alcol rispetto alle “bombe” degli avi, meno ruvidi, più ricchi e appetitosi, “più cremosi, puliti ed eleganti”. L’idea non era affatto errata, ma partiva da una constatazione, da un criterio valutativo, che ha mostrato anni dopo di avere il fiato corto, inteso come lo fu: quello della “ricchezza”, la quale non ci sembra col senno di poi costituire il punto di forza dei bianchi del Collio, che invece asseriremmo essere la personalità, quand’anche ostica, scapigliata, perfino ruvida. La ricerca della “ricchezza” è sembrata arrivare a risultati eccezionali e immediati; ha fruttato all’epoca, insomma, premi e fama a livello nazionale e mondiale per via dell’innegabile bellezza dei profili, in grado di spiccare per piacevolezza, estroversione e facilità di lettura negli assaggi condotti alla cieca ad esempio per le guide o le riviste. Ma non di rado, questa universalità espressiva si è depressa in una progressiva perdita di identità dei vini portabandiera del luogo, soprattutto i Collio Bianco (da uvaggio), i quali, con poche e ben note eccezioni, sono diventati indistinguibili l’uno dall’altro anche perché figli della stessa ricetta, golosi e appetitosi sì, ma privi di una reale complessità e di un qualunque fattore emotivo nella trasformazione negli anni; una congerie di bianchi coesi come creme chantilly e sostanzialmente di quelle e poco altro profumati. 

Il sistema produzione- promozione-critica giornalistica, nettamente autoreferenziale e circolare, partorì infine definizioni fuorvianti e “machiste” come quella di “Superwhites” per identificare e comunicare i bianchi locali, enfatizzandone, di nuovo, l’opulenza più che il carattere. A ben guardare, la sinergia di vigneto tra le diverse varietà storiche allevate in promiscuità era diventata la scorciatoia per cercare di sfornare lo stesso vino anno dopo anno, spennellando profumi con percentuali di vitigni aromatici accuratamente dosate, centellinando le acidità nello stesso modo, lavorando sulle strutture estrattive e sulle maturità; per non dire del ruolo, a volte ingombrante, di un’enologia intesa quasi solo in senso correttivo avendo in mente un “modello ideale” cui tendere (e quindi, malintesa).


Il tutto, tenendo a fuoco e inseguendo perciò un risultato finale che si immaginava poter essere atteso, capito e amato - e comprato - dal “pubblico”, del quale ci si persuase spesso di poter analizzare il gusto e assecondare le istanze; e si inseguì nei fatti il “Superwhite” assai più di quanto non si intendesse raccontare il Collio, che l’etichetta, sempre che non abbiamo frainteso del tutto il senso di una denominazione di origine, prometteva pur sempre di regalare, sintetizzato nel bicchiere per mezzo delle varietà d’uva, all’acquirente della bottiglia. All’esaltazione del dato varietale, in contrapposizione netta a nostro modo di vedere con l’enfasi sul dato territoriale, è stato ispirato, all’inizio (1968) e in tutte le successive chiose, modifiche e riscritture, il disciplinare della Doc Collio; il quale prevede, nel momento in cui scriviamo, qualcosa come 17 tipologie monovarietali oltre ai generici “Bianco” e “Rosso”. Un labirinto, in cui il legislatore non ha avuto nulla da eccepire all’assunto per cui vitigni alieni al luogo e di spiccata aromaticità come il pinot nero, il riesling italico, il traminer e il müller thurgau potessero più o meno da soli (minimo 85%) “incarnare” il Collio, come - torniamo a dire - l’etichetta assicura e lo Stato italiano ratifica col suo sigillo. È del resto sintomatico che proprio il territorio di frontiera tra Italia e Slovenia sia stato quello che per primo ha voltato pagina rispetto ai vini d’antan

(“vini contadini, spesso con gradazioni alcoliche sostenute, che maceravano sulle bucce senza ovviamente controlli sulle temperature di fermentazione e che spesso maturavano nei legni”, li definisce L. Di Lello in Viaggio nel nuovo vino italiano, 1997) e quello che per primo ci è poi tornato in un numero significativo di casi, insistendo sulle fermentazioni spontanee, sulle macerazioni interminabili sulle bucce delle uve bianche, eliminando o quasi il contributo eno-tecnologico, e raddoppiando addirittura la posta fino al recupero di tradizioni arcaizzanti come quella delle anfore per la maturazione; andando insomma più indietro, in senso cronologico e non qualitativo, del punto da cui si era partiti. C’è dunque questo Collio sognato, concettuale, pubblicitario, pionieristico, positivistico, vincente; e c’è quello vissuto, quello che si vede. 


Quello che ha odore e cadenza di suono. Quello che si attraversa da Oslavia a Dolegna, passando per le alture terrazzate e le correnti di San Floriano, scendendo ai falsopiani aperti e ventosi di Capriva, le distese sinuose di Cormons e Plessiva, Brazzano con il disegno segmentato e duro delle sue montagnole, le vigne abbarbicate attorno al castello di Ruttars. È un posto da visitare e studiare, cercando le radici delle trasformazioni, dei ripensamenti, di ciò che vi si ascolta adesso; trovandole, immancabilmente, nelle vicende di uomini; nelle loro vitae, appunto. Nel Collio, i pionieri hanno nomi e cognomi riveriti da tutti. Di uno di loro, forse il più grande e certo il primo, accenneremo la storia nell’introduzione alla verticale che conclude il servizio; le vicissitudini degli altri patriarchi locali le ha anticipate tutte, e tutte le ha riassunte, accorpando quattro caratteri tipici degli uomini di queste terre: la severità, la fantasia, il coraggio e l’abnegazione. Quattro sostantivi dalla duplice possibile lettura, perché di tutte queste doti c’è un riflesso contrario e meno encomiastico, specchiato nell’andamento di vite sacrificate, austere, talvolta segnate da scelte rischiose fatte anche a nome delle famiglie e dei figli, e su di loro ricadute. Ma - come dire? - è un’umanità che non sappiamo non amare, per quanto è umana.

caratteri del territorio

“È un paesaggio con asprezze e improvvisi languori, pianure silenziose e dolci colline che circondano anfiteatri di una cultura antica”, queste le parole di M. Mariani (in Mario Schiopetto, 2002). Visto invece non dagli occhi dello scrittore, ma da quelli meno coinvolti di un rilevatore aereo, il Collio Goriziano ha la forma di una mezzaluna con le punte protese a nord-est; è collocato lungo il confine tra Italia e Slovenia, una ventina di chilometri in linea d’aria a nord del vertice del Mare Adriatico; per la verità la zona geografica storica sorpassa il confine di Stato, tanto che il paese di nome Collio (Brda in sloveno) è in Slovenia, non in Italia. Dal lato climatico, il luogo è perfetto per la coltura della vite, che infatti vi ha radici bimillenarie; la cerchia delle Prealpi Giulie protegge i versanti dai venti più freddi, quelli che soffiano da nord; il Mare Adriatico convoglia da sud correnti d’aria più calda, e determina con il suo immenso specchio una rifrazione solare che può dar quasi male agli occhi ancora a fine settembre. Il Collio “del vino” si articola sul succedersi di otto comuni, tutti in provincia di Gorizia: San Lorenzo Isontino e Farra d’Isonzo (con la frazione di Villanova) sono subito a sud, a mo’ di piccola enclave distaccata, della citata “mezzaluna”, la quale allinea invece da est a ovest il capoluogo Gorizia (frazioni di Oslavia e Lucinico), San Floriano, Mossa, Capriva, Cormons e Dolegna. I suoi confini fisici sono semplici da definire: due fiumi lo inquadrano a est (l’Isonzo) e a ovest (lo Judrio); a nord il suo limite è il confine con la Slovenia; a sud è la piana Isontina. In totale, gli ettari vitati ricadenti entro la Doc sono circa 1.500; gli ettolitri prodotti nel 2012 sono stati poco meno di 60.000, in calo rispetto agli anni precedenti come tutto il comparto regionale, ma in misura decisamente minore (-5,5% circa). Dal punto di vista delle giaciture, i dati sono coerenti e facili da leggere: la sezione occidentale, in particolare i comuni di Cormons e Dolegna con le varie frazioni, è quella in cui si rilevano in media le altitudini sul livello del mare meno elevate, le pendenze più dolci, la maggior parte delle esposizioni diverse dal sud pieno, le sommatorie termiche più alte, le precipitazioni più scarse, in un quadro territoriale peraltro di piovosità ragguardevole, di molto superiore alla media nazionale (1.400 mm l’anno a Gorizia, 970 la media italiana). L’andamento delle piogge ha la sua ovvia incidenza sulla produzione vinicola, specialmente quella di massima qualità; nel distretto, la frequenza delle precipitazioni nel periodo vendemmiale e la presenza di diversi vitigni a maturazione media o medio-tardiva espone gli esiti del lavoro di un anno ad un rischio notevole di diluizione delle uve. È vero che il trend europeo è nel senso di un aumento in durata e in frequenza dei periodi di siccità, nonché verso l’anticipo costante di tutte le fasi fenologiche della vite alla nostra latitudine, ma i dati recenti di pluviometria nel Collio lasciano di stucco: il 2010 è stato in zona di gran lunga l’anno più piovoso dal 1870, e la somma del triennio 2008-2009-2010 è superata solo da quella di un triennio consecutivo negli ultimi centocinquanta anni, quello 1876-1877-1878.

Come noto, le altitudini non hanno un ruolo particolare nella qualificazione vocazionale dei luoghi del Collio, in cui contano piuttosto altri fattori, come l’insolazione, la ventilazione, l’escursione termica, la percentuale in argilla del suolo; le vigne della metà occidentale della “mezzaluna” oscillano tra i 60 e i 130 metri, più alte invece sono quelle della zona attorno a Gorizia, con i picchi massimi a San Floriano, dove si superano i 240 metri. Dal punto di vista geologico, il Collio presenta diametrali differenze al suo interno, pur in presenza soltanto di due matrici propriamente dette. Si rinvengono almeno dieci macro-colline di origine eocenica (come Spessa, Roncada, Subida, Gradis’ciutta, Russiz, Brazzano, Ascevi; da 40 a 48 milioni di anni di età), composte da marne argillo-calcaree cosiddette luteziane, a reazione fortemente alcalina; alla base di queste alture si è accumulato per erosione uno spesso strato di argille di detrito (colluviali), risalenti appena a 11.000/12.000 anni fa; ed è questa una delle zone geologicamente più giovani d’Europa tra quelle ad alta vocazione vitivinicola, e la più vasta per estensione della provincia di Gorizia. Le zone di Ruttars, Plessiva e Dolegna sono anch’esse di origine eocenica, e sono a carattere flyschoide, come si legge nel testo del Disciplinare; sono cioè composte da flysch, il deposito eterogeneo - argille, marne, arenarie, calcare - su fondale marino (ora emerso, evidentemente) dei detriti e delle frane erosive dei rilievi circostanti. Il riflesso di tutto questo caos geologico nel vino si coglie abbastanza agevolmente: le vigne sui colli di marna luteziana tendono a fornire uve dalle acidità più spiccate e dalla qualità aromatica nettamente migliore di quelle provenienti dalle zone ricche di argilla e quasi prive di scheletro poste ai loro piedi. 


Uno sguardo al Disciplinare mostra infine la struttura di una denominazione dove “vale tutto”, e dove pare si sia partiti con la ratifica di quanto prodotto alla fine degli anni ’60, tutto genericamente elevato a Doc con l’usuale logica di allora del “todos caballeros”. Le rese massime consentite sono di 110 quintali a ettaro più la “forbice” di tolleranza delle annate favorevoli; come accennato, la zona si pone come paradiso del monovitigno, con una infinità di possibili tipologie che lo prevedono nella misura minima dell’85% e che tuttavia quasi sempre si rinviene in purezza nei vini; ma molte di queste varietà non riescono proprio ad andare oltre il dato varietale “di serie” che forniscono più o meno ovunque vengano piantate, quasi nullo essendo il contributo della zona a una loro distinzione, allo sviluppo di una personalità che non dipenda da scelte clonali, vendemmiali o di cantina. Il friulano (l’ex tocai), la malvasia istriana e la ribolla gialla costituiscono però a questo assunto significative e lampanti eccezioni, almeno a parere di chi scrive, e trovano spesso nel Collio argomenti aromatici interessanti e originali, oltre a saper filtrare una mineralità autentica, che proveremo a descrivere nelle schede di assaggio del vino che abbiamo scelto per chiudere il servizio. Come leggerete, una scelta fatta non tanto in rappresentanza della denominazione di origine in quanto tale, di cui il vino non ha mai portato le insegne, ma del suo terroir, Capriva, nel cuore del Collio. Resta la sensazione che, sentiti i vini della verticale e reperiti in molti di essi sia la nota di fiore azzurro sia quella salina come di pietra spaccata, di roccia calda, a un uomo come Mario Schiopetto gli straordinari versi sloveni di Aleš Debeljak sarebbero o sono piaciuti.

“Solo quando compare
un arcangelo
come una genziana blu
lungo il baratro di una montagna
solo in quell’attimo noi conosciamo
la terra che ci ha partoriti”
(da La città e il bambino, 1996, Aleš Debeljak)

introduzione alla degustazione

In alto, nell’etichetta trapezoidale, si vede disegnata una camionetta dei pompieri, con una botte sul tetto e la scala proiettata verso il cielo; in basso, la scritta “vino Tocai dei Colli Friulani”; e più sotto ancora “imbottigliato da Schiopetto Mario, via Cussignacco 51 - Osteria Birreria Ai Pompieri - Udine - Tel. 22289”. L’annata del vino, il 1963. Ho in mano il primo bianco realizzato dall’uomo decisivo per le sorti del Collio moderno. Mario Schiopetto era nato nel settembre del 1930 da Giorgio e Angela, patron e patronessa dell’Osteria “Ai Pompieri” di Udine, aperta giusto l’anno precedente, dopo l’avventura, iniziata nel 1922, dell’Osteria “del Cane Bianco”, in via Cesare Battisti, sempre a Udine. A leggere ciò di cui è stato capace il giovane Mario in questi suoi primi trentatré anni di vita, non ci si raccapezza, ma almeno si spiega qualcosa dell’etichetta: allievo pompiere in servizio continuativo dal 1943 al 1945; giocatore professionista di rugby fino al 1959; motociclista amatoriale (e spericolato); conducente infine di camion e pullman turistici, mestiere grazie al quale entra in contatto e in sintonia con i vini di Germania e con le locali tecniche produttive. E, va da sé, aiuto nell’osteria di famiglia, sia nel lavoro di travaso dei vini, sia in quello di valutazione degli stessi in sede di acquisto. Tutte queste esperienze torneranno utili a Mario, che da quel fatidico 1963 - anno purtroppo anche della morte del padre Giorgio, che seguiva di soli due anni quella della madre - inizia a dare continuità alla sua produzione vinicola. Le idee del giovane ex pompiere in materia sono ferme e innovative; la prima sperimentazione con la tecnica del freddo è addirittura del 1969; dell’anno successivo è la messa a dimora della prima vigna interamente sua, dopo vinificazioni condotte solo con le uve della Curia Arcivescovile di Gorizia, per la quale Mario realizza i vini sin dal 1965. 

E del 1973 il primo esperimento di imbottigliamento senza solfitazione; da lì in poi tutti i vini aziendali saranno sottoposti allo stesso coraggioso e innovativo protocollo. Del modo mai visto con cui Mario conduce le vigne scrive Luigi Veronelli su “Panorama” del 5 giugno 1979. Sono parole indimenticabili: “Mario coltiva le terre, pensa te, della Mensa Arcivescovile di Gorizia, e ne vinifica le uve. Coltiva? Vinifica? Mario le ‘possiede’; ogni suo gesto, dal primo impianto, alla potatura, alla raccolta, alla spremitura (soffice, sai: che n’abbia orgasmo) è religioso, di amore. Che gli importa se gli ‘costa’ - ogni gesto, dico - millanta volte millanta più che a ogni altro, fatica? (una malattia ne insidia la colonna vertebrale, ma lui, in virtù del suo furore amoroso, ne avrà vittoria). Lui le possiede: ne nascono creature senza uguali. Così che ai nuovi assaggi, 1978, della Ribolla di Capriva e del Tocai Selezione (anche, di Capriva; più puntuale ancora, di Spessa) ne vanno, e io con loro, angeli per i cieli”. Il Blanc des Rosis (si pronuncia come si scrive e significa “il bianco dei fiori” in friulano) vede la luce nel 1986. Taglio inizialmente pressoché paritario di tocai, pinot bianco, sauvignon e malvasia istriana, la nuova etichetta si presenta subito come sintesi perentoria di savoir faire e territorio. Nei venticinque anni seguiti alla prima versione, non è cambiato molto. 


Alla morte di Mario, avvenuta il 23 aprile del 2003, a proseguire la sua opera sono subentrati i figli, Maria Angela, Carlo e Giorgio; all’uvaggio si è aggiunta la ribolla gialla, sebbene in proporzione sensibilmente minore rispetto agli altri vitigni; tuttavia, come leggerete, in alcune annate la traccia della cultivar si imprime nel vino. Le uve del Blanc des Rosis arrivano da una selezione di circa 5 ettari e mezzo di vigneti dall’età media di 25 anni, messi a dimora a 4.500 ceppi a ettaro tra 50 e 180 metri sul livello del mare, sui terreni calcarei e flyschoidi di Capriva (fraz. Spessa), Cormons e in minima parte Manzano (nei Colli Orientali), e su portainnesti diversi (3309C, 1103P e 110 Richter, un po’ di Kober 5BB, SO4 e 101-14, probabilmente anche altro). Le varietà sono sempre state raccolte separatamente e vinificate in serbatoi di acciaio, salvo la malvasia istriana, vinificata in tonneau da 500 litri e unica a svolgere la fermentazione malolattica. La fermentazione, avviata senza inoculo fino al 1996 compreso, parte in ciascuna vasca per azione di un pied de cuve preparato in ambiente apposito nei giorni immediatamente precedenti la raccolta del “grosso” e la sua pigiatura; la sosta sur lie è di circa 10 mesi. Se ne producono, in un’annata media, 25.000 bottiglie.

2011

Di un oro verde acceso, luminoso. Il naso è un profluvio di fiori selvatici (margherita, ginestra, camomilla) e agrumi; vi si ritrova agevolmente, pur nella modesta percentuale in uvaggio, l’impronta peculiare di una ribolla gialla di qualità nel rimando preciso alla mela acerba; la splendida definizione è la sua vera forza, più di una complessità ancora in via di sviluppo. Fragranti note di lievito all’assaggio, con qualche tono farinoso da legno, sviluppo quieto ma un po’ incerto, finale lindo, di persistenza accettabile. Una versione in sedicesimo, da apprezzare per le proporzioni più che per le dimensioni, forse da bere presto se la si vuol cogliere al suo meglio.


2010

Colore luminosissimo e ricco di riflessi. Squaderna   un’espressione   floreale impetuosa ed estroversa, dove genziana e lavanda incorniciano citazioni citrine, minerali, muschiate e speziate; sullo sfondo, emerge distinto il burro chiarificato; il tutto è affrancato da note rinviabili ai legni di (parziale) maturazione. Il gusto è morbido e soave lungo tutto lo sviluppo, semplice e lineare, senza vibrazioni acide, ma anche senza cedimenti o diluizioni spiacevoli; l’epilogo, non molto dilatato in lunghezza, brilla però di una sorta di simmetria naturale. Esito imprevedibilmente buono da un millesimo difficilissimo in zona, il più piovoso dopo l’Unità d’Italia. Tuttavia, il nostro consiglio è di non indugiare troppo ad aprirlo; probabile che il suo apice evolutivo sia arrivato.


2009

Paglierino leggero ed eguale nel punto di colore dal cuore al bordo. Al naso nulla spicca in particolare, ma l’insieme profuma “di buono” (gelsomino, glassa, succo di pesca bianca, salvia); mostra insomma coesione e amalgama, in un contesto di notevole eleganza, non molto dissimile dal 2011 ma meno definito e più omogeneo, più persistente e dall’uscita più nitidamente salina. Ha un tale equilibrio che il pronostico che lo vuole atto a un lungo invecchiamento è sin troppo facile.

2008

Tonalità trasparente e brillante, ancora sul giallo paglierino venato di verde, e vasto bouquet di iris, cereali, frutta esotica fresca, menta, pepe bianco, e una vera bordata minerale a più facce, dal metallo al sale iodato; sullo sfondo, un gran carattere quasi terpenico, di trementina, solvente, rôti. Bocca più tesa rispetto alle annate recenti, rinfrescata da un’acidità maggiore e più determinata in persistenza; senz’altro da annoverare tra i migliori della verticale. Una seconda bottiglia aperta due giorni dopo ha fornito esito identico.


2007

Non è un classico figlio della sua calda annata; anche qui, come nel 2011, l’incidenza della ribolla solleva il profilo conferendo freschezza e definizione, ma globalmente è un bianco più vitale della media territoriale nell’annata. Il naso è elegante, ma di un tipo unico nella verticale: il fiore è grasso, bianco e profumatissimo (gardenia), con note linfatiche, di agrumi (jelly al limone), e nettamente gessose e ammandorlate di contorno. Al sorso è crudo, dissetante, non estrattivo, ma al contrario agile e zirlante; procede veloce e chiude quasi aspro, con lievi toni marini, che abbiamo trovato suggestivi e originali. Anomalo per dovizia di toni freschi rispetto alla media del millesimo, e difficile da prevedere nella sua gittata temporale; ottimo però da bere oggi, e senza dubbio su piatti poco lavorati di mare, a differenza di quasi tutti i colleghi della verticale.

2006

Apparso molto avanti nella trasformazione in tutte e tre le bottiglie assaggiate; note evolute da Cognac, di nocino, caramella d’orzo  e  melata, e  bocca  dolciastra, ossidativa e cedevole. Data la provenienza certa, ma omogenea, non è da escludere un problema generalizzato relativo ad una partita di tappi difettosi e dalla scarsa tenuta.


2005

Due bottiglie contraddittorie. La prima, condizionata in negativo da un tappo che non ha tenuto, è afflosciata su toni di frutta fermentata, noce, glutammato e tè. La seconda invece, molto attendibile per il millesimo, profuma di sidro, acqua piovana, corteccia bagnata e liquirizia, resina e pietra umida, e ha un contegno gustativo diluito e segmentato, con chiusura di una certa espressività e perfettamente integra, ma di estensione sbrigativa, poco articolata e definita. Classico bianco del 2005; per noi sommelier, un buon passepartout per quei piatti ibridi come il pesce di lago o di fiume, o i guazzetti di rane; si andrà quasi per concordanza, ma il profilo di vino e cibo potrebbe uscirne positivamente depurato dagli elementi di più intensa rusticità.

2004

Bel colore ancora molto teso, giovanile. Naso fruttato, aperto e sereno, si direbbe “ghiotto”: ananas e cedro candito, fiori bianchi e resina di pino, sambuco, crema all’uovo, rosolio; l’insieme sembra poter contare su toni aromatici propriamente detti. Al sorso è ricco ma modulato, in ottimo equilibrio, con l’alcol ben presente lungo lo svolgimento, ma sempre accompagnato da una puntuta acidità; spicca l’amaro nel finale, a porre in rilievo ancora una volta la non comune sintesi terpenica che questo vino sembra avere svolto, unico tra i quindici qui raccontati.


2003

Come tutti i bianchi del suo millesimo, manca un poco di tensione acida, ma sta evolvendo  con  sorprendente  lentezza. Certo, le note del naso sono mature e solari (banana, grano, pasticceria, lieve affumicatura), tuttavia con qualche leggera sfumatura di mandarino ed erbe a ravvivare il quadro, che partiva del resto da un colore ancora letteralmente rilucente. All’assaggio il vino si rivela dotato di una certa tempra; più nitido del previsto, punta su un calore soave e su un’avvolgenza tutt’altro che confettosa, anzi innervata nel finale da sentori agrumati e persino speziati.

2002

Oro bruno con riflessi verdolini, a dodici anni dalla raccolta. Al naso, fiori selvatici, cenni salmastri, buccia di cedro e burro bruciato compongono il bislacco bouquet, confermato nella sua originalità da un impianto gustativo di peso medio, molto morbido in attacco e bene esteso in persistenza, sebbene privo di “pressione” a centro bocca. Il finale ha toni minerali così scuri e terrosi da sollecitare l’uso dell’aggettivo “fluviale”.


2001

Oro con riflessi topazio; uno dei colori più accesi e maturi della sequenza. Naso altresì maturo, di tabacco fermentato e albicocca disidratata, malto e burro, pan di spagna e pastis; una trasformazione già avanzata, ma che è evidentemente legata al “talento” del vino stesso e non a fattori esterni come il tappo; tiene discretamente sulle 24 ore, tirando fuori sentori dolci di uva candita e oleosi di arachide e mandorla. Bocca più che morbida, dominata da un’acidità rimasta un po’ sguarnita, ritmata dalla gran massa estrattiva che ne mina un po’ la facilità di beva; finale al panettone. Classico vino sortito da scelte estetiche in voga in quegli anni, e che oggi paga un po’ la stratificazione di materia all’epoca vista come salvifica.

1999

Oro verde, molto consistente. Al naso richiami di buccia di limone, mandorla e alcol, in netto rilievo; all’assaggio pare fin troppo strutturato e un po’ impacciato nello sviluppo, fino a dar quasi una sensazione di frizione tannica a centro bocca. Ha estratti da rosso, finale ammandorlato, e una scodata acida in fondo che non si può non considerare avulsa dal resto; nel finale emerge un accenno tostato prima di un’ondata sapida vera e propria. Non ci sembra un capolavoro; un caso scolastico di “fuori giri” per eccesso di materia, in cui alla fine ciò che manca è proprio quella grazia leggiadra che ha sempre fatto da fil rouge legare i vini aziendali degli anni ’90.


1998

Ultima annata prodotta senza il contributo della ribolla gialla, e dunque vino scaturito da quattro vitigni e non cinque. Eppure, è uno dei Blanc des Rosis più acidi della storia (5,65 g/l con 3,39 di pH). Colore ancora pienamente integro sulle sfumature dell’oro verde e naso francamente straordinario, in cui il flebile tratto fruttato di pesca “spaccarella” è letteralmente sovrastato da sentori di rosa tea e di agrumi di rara vitalità (fiore e foglia di limone, melissa, cedro); segue e detona una fiammata minerale, dalla limatura di ferro alla citrosodina, alla ruggine, alla polvere di gesso. Al palato, semplicemente, non sembra un vino da uvaggio, tanta la spontanea energia che trasmette; la trasparenza delle note minerali è assoluta, gli spunti varietali silenziati, il finale di perfetto equilibrio, grande autorevolezza, splendida estensione.

1996

Tappo non perfetto e vino molto più maturo rispetto ad altre bottiglie da noi assaggiate nel passato (e siamo speranzosi assaggeremo nel futuro). Il colore è oro carico con riflessi bruniti e il profumo un po’ appiccicoso e impreciso, molto evoluto, un po’ foxy, con accenni di liquirizia; in bocca conferma una sorta di scissione, con l’acidità per suo conto e il resto ormai addolcito dall’ossidazione. Dati i caratteri del millesimo, soprattutto la verve acida dei suoi prodotti migliori, propendiamo per considerare inattendibile questo assaggio.


1992

Ottenuto all’epoca senza inoculo di lieviti, e con una buona razione di artigianalità in tutte le operazioni di cantina oltre che, ovviamente, in vigna. L’apertura aromatica di questo bianco lascia senza parole a ventidue anni dalla vendemmia: appaiono per prime la menta e la gomma vulcanizzata; poi la canna da zucchero e la pesca, gli idrocarburi e le resine, il tutto con una classe e un garbo veramente strabilianti; al sorso è tutt’altro che crudo o troppo acido come la maggior parte dei pari annata; anzi, l’acidità è bilanciata da una salinità acuminata, e su tutto si staglia la nota fragrante, di lievito, da base Champagne. Persistenza in cui si affacciano i fiori e tornano gli agrumi; eco finale di fiori. Superba bottiglia; va probabilmente incasellato tra i quattro cinque più riusciti vini italiani del millesimo.

Vitae 02
Vitae 02
Giugno 2014
In questo numero: Collio sognato di Armando Castagno; Il noir in terra di All Blacks di Roberto Bellini; Neuroni specchio di Attilio Scienza; Fenomeno naturale di Samuel Cogliati; Un’estate al mare… di Roy Zerbini; Leonardo da vino di Massimo Castellani; San Marco conquista il Sangiovese di Emanuele Lavizzari; Mr culatello di Sabatino Sorrentino; Piaggia di Paolo Baracchino; Il cliente solitario di Valerio M. Visintin; L’ora del vermouth di Fulvio Piccinino; Al luppolo, al luppolo! di Maurizio Maestrelli; L’altro volto degli oli da olive di Luigi Caricato; La conoscenza di Zino di Marco Starace; Note di degustazione - Rossini, o la musica da gustare di Fabio Rizzari; On Wine - Sogno o son (immo)desto? di Andrea Petrini; Pas dosé - Il vino come marketing assoluto di AIS Staff Writer.