il giardino segreto del bianco
Armando Castagno 

“Poi veniva la stagione che in mezzo alle albere di Belbo e sui pianori dei bricchi rintronavano fucilate già di buon’ora,e Cirino cominciava a dire che aveva visto la lepre scappare in un solco.Sono i giorni più belli dell’anno.Vendemmiare, sfogliare, torchiare, non sono neanche lavori” (Cesare Pavese, La Luna e i falò). L’idea di iniziare con qualche riga di Cesare Pavese, nel cui capolavoro, per almeno tre volte, la vendemmia segna il momento più bello della stagione o della giornata, o persino di un frangente generazionale, nasce dalla necessità di fornire al nostro servizio una struttura ciclica. A Santo Stefano Belbo, centro nevralgico della produzione del Moscato d’Asti, l’oggetto di queste righe, Pavese era nato, nel 1908, in tempo di vendemmia, in una reviviscenza settembrina di solleone; e a Santo Stefano Belbo chiuderemo il nostro viaggio, provenendo dalla sua collina più famosa,Valdivilla, il vino raccontato nella sua stupefacente evoluzione nel tempo e nel suo sfoggio di vero talento. Quello del Moscato d’Asti è distretto letterario come pochi altri in Italia, tanto da fornire un’idea precisa di anche a chi non ci sia mai stato, ma conosca le memorabili pagine nelle quali s’inerpicano i protagonisti delle vicende narrate da Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, da Giovanni Arpino e Gina Lagorio, da Lalla Romano e Rosetta Loy. Eppure, a girarlo in auto o meglio ancora in bicicletta, questa coerenza territoriale non si ritrova: è un ambito vasto, diseguale, segmentato. Tocca le sezioni meridionali di tre province, da ovest a est Cuneo, Asti e Alessandria, ciascuna con il proprio capoluogo produttivo fatto oggetto di sottozona normata dal disciplinare: Santa Vittoria d’Alba (CN), Canelli (AT) e Strevi (AL). Visto dall’alto, questo angolo d’Italia pare fratturato a martellate, coi crinali serpeggianti che promettono vasti orizzonti a fine strada, in genere invece sbarrata bruscamente da baratri e dirupi, anfratti o calanchi; persino i nomi dei paesi e delle frazioni scrocchiano e crepitano in bocca con la loro concreta materia fonica - Crevalcuore, Calamandrana, Coazzolo, Cravanzana, Cassinasco. Sui versanti che disgelano prima, appaiono le vigne: spesso di età venerabile, pettinate a rittochino o molto più spesso a girapoggio, ovunque curate come giardini, esse custodiscono un potenziale segreto. Nato come produzione artigianale e addirittura, spesso, domestica, con le uve non conferite ai giganti dell’Asti Spumante, come i Gancia o i Martini&Rossi, il Moscato d’Asti appare oggi come vino di superiore levatura qualitativa e come uno dei più camaleontici bianchi del Nord Italia, oltre che uno tra i più longevi; a pensarci bene, i segreti di questa sua vocazione sono sempre stati lì, davanti ai nostri occhi, ma salvo pochi illuminati nessuno di noi se n’era accorto.

Il terroir

L’area di produzione è vasta: poco meno di diecimila ettari a vigneto su cinquantadue comuni e tre province coinvolte. Procedendo da ovest verso est cambia anche la matrice geologica dei terreni, che dalle marne dell’Albese si sbrogliano nelle calde sabbie dell’Alessandrino; salgono mediamente le temperature (Strevi e dintorni sono più calde rispetto alla frazione della Langa di Alba inclusa nell’areale) e scendono le altitudini: il limite massimo è di 701 metri, in comune di Mango (CN), il minimo 127 metri presso Strevi (AL), per un dislivello da record in Italia in un’unica denominazione d’origine. Quasi 1100 ettari di vigneto sono piantati su autentici burroni con pendenza superiore al 40 per cento, e circa 350 (quasi tutti attorno a Santo Stefano Belbo) superano il 50 per cento; non mancano impianti su terrazze costruite dall’uomo.Vi è un’ulteriore caratteristica di cui rendere conto: fatti salvi i microterritori da sempre considerati eccezionali per il Moscato d’Asti, verso occidente le giaciture migliori ospitano altre uve (ad esempio nebbiolo e barbera), mentre il moscato è padrone assoluto nelle zone di Canelli e di Strevi. Tracciando una generalizzazione grossolana, si potrebbe dire che nell’Albese nascono i Moscato più aromatici e profumati e spesso i più acidi, nell’Astigiano, dove tutto è nato, i più equilibrati e classici, nell’Alessandrino i più ampi, potenti e dolci. Le colline migliori si chiamano “Sorì”; sono piaggioni scoscesi, panoramici, esposti a sud, difficili da lavorare. Storicamente, sono però le aree in cui maggiore è la forza aromatica delle uve portate in cantina; la sezione che ne è di gran lunga più ricca è quella in provincia di Cuneo. L’esposizione a sud, che a un’analisi superficiale potrebbe sembrare troppo calda per un vino basato sulla delicatezza, è invece decisiva per la sintesi terpenica - così come lo è, da uno studio del 1987 del prof. Andrea Schubert, la presenza di calcare attivo nel sottosuolo, che qui non manca davvero. Si è dimostrato che proprio nelle esposizioni a mezzogiorno il moscato bianco si carica dei suoi terpeni principali, cioè il geraniolo, il nerolo, l’alfa-terpineolo, il citronellolo e soprattutto il linalolo, vero e proprio fattore caratterizzante dell’uva così come del vino. È quest’ultima una biomolecola di violenta forza aromatica, presente del resto negli oli essenziali del legno di rosa, nella lavanda e nel bergamotto, nella salvia e nel basilico; chiamare in causa alcuni di questi elementi nella descrizione di un Moscato ha dunque piena attendibilità anche chimica.

Lo studio di Lorenzo Tablino dal quale abbiamo tratto i dati sulle pendenze (Lorenzo Tablino, I Sorì del Moscato, in www.tablino.it) contiene anche un campanello d’allarme cui non avremmo pensato; riguarda l’età attuale delle vigne del Moscato d’Asti. Si è calcolata nel 55 per cento la percentuale di vigneti con più di trent’anni, e nel 77 per cento quella ultraventennale. Di conseguenza, l’estensione dei vigneti da reimpiantare ogni anno perché l’areale rimanga composto da materiale in buona salute sarebbe in teoria di 250 ettari, ma il dato reale medio non supera i 70. Le vigne del Moscato, insomma, non solo sono piuttosto vetuste, ma tendono all’invecchiamento a un ritmo forse inarrestabile, stagione dopo stagione.


La varietà

Per fornire del Moscato d’Asti un’analisi esauriente, partiamo dall’uva, il moscato bianco, autentico gitano dell’ampelografia italiana, presente in 47 province, da Oristano a Bolzano, da Trapani ad Aosta, da Potenza a Latina; in 23 di esse è addirittura “raccomandato”. Dietro la maschera di soavità floreale e leggiadria da danseuse, si cela dal punto di vista botanico una sorta di macchina da guerra, una cultivar rustica, parca, adattabile, resistente. Il moscato bianco è precoce in tutte le sue fasi, rallentando appena tra invaiatura e vendemmia; è raccolto in genere a metà settembre, prima delle gelate e delle piogge autunnali, anche se resta in parte vulnerabile, germogliando presto, alle propaggini delle invernate fredde. Adora i terreni a reazione alcalina, sui quali fornisce i soli risultati degni di attenzione; è posto in crisi dai terreni acidi e ripaga con uve di qualità banale se coltivato sulle argille.


Lo si può potare corto, data la fertilità elevata delle gemme basali (all’opposto del nebbiolo); tra i principali problemi fitosanitari odierni della vite da vino, è sensibile soprattutto all’oidio e alla botrite, meno alla peronospora. Sulla scelta dei migliori portainnesti sono stati effettuati studi approfonditi (M. Bovio, C. Lovisolo et al., La scelta del portainnesto nella zona di produzione dell’Asti, in “Quaderni della scuola di specializzazione in scienze viticole ed enologiche”, XXIII, Torino 1999). Si è notata una piena coerenza di risultati da un anno all’altro. Il portainnesto SO4 scatena il moscato alla produzione di uva e di vegetazione; l’altro portainnesto diffuso, il più debole 420A, conduce in genere la cultivar a maturazioni perfette e anticipate, ma su produzioni molto più limitate. Altri portainnesti interessanti per il moscato sono il 1103 Paulsen, che spinge l’uva verso una maturazione tardiva, e il 41B, in grado di garantire il pH più basso in vendemmia per via dell’elevato tenore di acido malico che si registra negli impianti dove è in uso.


Luoghi eletti del Moscato d’Asti

Il testo di legge che disciplina la produzione del Moscato d’Asti è in realtà di quelli “misti”, ossia copre più tipologie riunite sotto un’unica denominazione, in questo caso “Asti”. Vi si stabilisce in 100 quintali a ettaro la resa massima di uva e nel 10% il minimo di alcol potenziale delle uve; al consumo, il Moscato d’Asti deve avere tenore alcolico svolto tra 4,5% e 6,5% e potenziale almeno di 11%, solo 15 grammi di estratto secco netto e 2 bar di pressione massima vietata infatti la tappatura con “fungo” e gabbietta). Nei tre casi di Moscato d’Asti provenienti da sottozona normata (Canelli, 22 comuni tra Astigiano e Albese; Santa Vittoria d’Alba, nel solo comune in questione; Strevi, 9 comuni) scendono le rese consentite e salgono i valori minimi di alcol potenziale ed estratto. Nessuna ulteriore zonazione o elenco di menzioni geografiche aggiuntive figura nel testo, ma ci ha pensato la tradizione contadina e popolare a enucleare dall’ampio areale le zone e le dorsali di maggiore qualità; li abbiamo cercati e visitati uno ad uno a vendemmia appena ultimata, avendo sempre in mente la descrizione tracciata da una scrittrice che sarebbe il caso di tornare a leggere, Gina Lagorio, nello splendido Fuori scena: “Tra le Alpi che chiudono il cielo e le strade che corrono sui crinali si apre un mare di lunghi dossi in fuga come onde parallele, tra cui i fiumi di povera acqua si sono scavati un letto stretto e ogni palmo di terra è segnato dalla presenza dell’uomo, e i colori ripetuti, mai squillanti - grigi sfumati e verdi cupi con qualche macchia di tenue marrone - sembrano esprimere la storia di una generosa pazienza”. A Santo Stefano Belbo i nomi da ricercare sono almeno tre. Moncucco, celebre collina - ma è piuttosto una lunga dorsale irregolare - cantata anche da Pavese, ha una parte terrazzata con muretti a secco, ed è con uve di questo luogo che la Martini&Rossi avviò nel 1946 la produzione del suo Asti Spumante, uno dei vini italiani di maggior successo nella storia. Esposta a sud-est, è sormontata da una chiesa, consacrata all’Addolorata ma detta della “Madonna della Neve”; da qui parte, nel romanzo pavesiano, il segnale per l’accensione dei falò.


La stessa strada che incide il Moncucco si arrampica poi a Valdivilla, frazione ricca di esposizioni torreggianti in quanto posta ad altitudine considerevole; qui l’escursione termica ha un ruolo nella custodia di profumi definiti e integri, nonché nella capacità delle uve di mantenere elevata l’acidità fissa. La terza zona di Santo Stefano è la Bauda, che in realtà ingloba la Valdivilla spingendosi poi verso Canelli; la parte sommitale è detta per intuibili ragioni di esposizione “La Bruciata”, con onomastica alla borgognona (“Aux Brûlées”). Nella vicina Cossano Belbo, sotto la Madonna della Rovere, c’è un altro sorì famoso, Rovere, divisibile secondo tradizione in tre parcelle, Rovere, San Pietro e Scorrone, tutte con esposizioni che girano da sud a sud-ovest. Se ne ottengono vini complessi e bilanciati, raffinati ma mai esili, soprattutto nelle vigne più ripide, in cui minore è la percentuale di argille che pure nella zona abbondano; il dato comune a questi cru è, pacificamente, la bellezza delle uve nelle annate siccitose; il terreno garantisce scorte idriche e umidità relativa rimarchevoli. Devono far parte di una lista di vigneti storici di moscato “albese” la Caudrina di Castiglione Tinella, vasta culla di elegantissimi Moscato - scomponibile nelle parcelle San Bovo, Manzotti e San Carlo - posta sulle marne celesti di Sant’Agata Fossili che caratterizzano anche i distretti del Barbaresco e del Barolo occidentale; la Terrabianca di Mango e Cossano Belbo, una regione più che una vigna, ad alta quota e con elevata presenza di calcare, tra le più fredde e incontaminate tanto da portare nel vino toni boschivi e minerali; e il Su Reimond di Neviglie, un vero cru, con esposizioni sud e sud-est, anch’esso marnoso, alto in quota e ripido, per un Moscato di gran corpo e sicura longevità. Ampliando l’elenco, si potrebbe pensare alla Gallina di Neive, celebrata per i suoi Barbaresco tutti in finezza, alla Micca di Mango, ai cru Roreto, Soglio e Gentili di Trezzo d’Alba, alla Scaletta e alla Coda di Neviglie.


L’Astigiano annovera zone come il Sant’Antonio, a Canelli, forse la più antica di tutte, con tradizione ormai più che tricentenaria. Sant’Antonio è la microarea più ricca di calcare e più povera di humus superficiale, con locali affioramenti della roccia madre che abbiamo costatato di persona; il Moscato è qui un vino di barocca opulenza aromatica, eppure fresco, equilibrato, bevibile. Senza allontanarsi troppo, due serbatoi di buone uve per le aziende dell’Asti negli anni Sessanta sono Crevacuore e San Siro, dove il Moscato d’Asti risulta di alto profilo aromatico, ben equilibrato e pronto presto; tra le due zone, Crevacuore pare vocata a un Moscato un poco più austero, con note di salvia, iodio e limone. Infine, restano da documentare le “menzioni potenziali” dell’Alessandrino, con almeno tre comuni interessati da vigne storiche. Il primo e più importante è Strevi, nel cui territorio si trova la Valle Bagnario, vitata da oltre mille anni e in cui sembra essersi sviluppato un biotipo sui generis di moscato, detto appunto “di Strevi”. Complice un terreno sabbioso, soffice e molto chiaro, temperature medie più elevate, meno pioggia e più ore di luce all’anno, il Moscato d’Asti vi riesce, nelle versioni più ispirate, originale e inconfondibile, aperto e mellito, elegante e sempre piuttosto dolce, non troppo acido, ideale per l’abbinamento con i dolci e le prelibatezze natalizie di pasticceria; l’appassimento, in zona, ha del resto radici ben più profonde della spumantizzazione. Procedendo verso nord rispetto a Strevi si giunge presto a Cassine, nelle cui vicinanze si stendono le vigne di Sant’Andrea, attorno ai 180 metri sul livello del mare; qui nasce forse il Moscato d’Asti più grasso e generoso, e più alto in alcol potenziale (specie nei sottocru Cainula, La Serra, Montecolombo e Noceto). Infine, la Vallerenzo, in comune di Ricaldone, con la vicina Val Porcile: stupende vigne a 300 metri di altitudine su terreno magro e quasi bianco rendono un vino schiettamente dolce ma con una salinità infiltrante, quasi sempre dal colore ricco e dorato e una definizione fruttata di apprezzabile nitore.

Il Moscato d’Asti nel tempo

La difficoltà di rendere giustizia all’adagio per cui “il tempo è il giudice del talento di un vino” è purtroppo oggettiva con il Moscato d’Asti: poche aziende che lo producono hanno pensato a conservare testimonianze “liquide” dei millesimi passati, e archivi storici del Moscato d’Asti non ci risultano esistere. Di conseguenza, nella storia recente dell’editoria italiana cartacea e sul web scarse e sporadiche sono le degustazioni di questo vino effettuate su più annate. Nell’allegato al vecchio disciplinare si trovava addirittura scritto, testualmente: “Si raccomanda di prevedere una conservazione non prolungata; per evitare una decisa perdita di freschezza dovuta allo svanire della fragranza, il consumo non deve essere posticipato oltre i 12-24 mesi dal momento dell’imbottigliamento”. Tanta prudenza nonostante alcuni caratteri specifici del Moscato d’Asti autorizzassero, col senno di poi, almeno il tentativo. Questo vino ha infatti, come minimo, tre fattori costitutivi favorevoli a una possibile, positiva trasformazione negli anni, o quantomeno alla sua resistenza al deperimento ossidativo paventato nel testo. Ci riferiamo agli zuccheri residui, all’anidride carbonica e alla bassa gradazione alcolica - per non volerne considerare altri, come la provenienza da un’antica uva autoctona perfettamente adattata alle evenienze climatiche locali, quasi sempre garanzia di dignitosa tenuta nel tempo, e la quantità di anidride solforosa, che per questo vino, come per tutti i bianchi con residuo zuccherino maggiore di 5 g/l, è ammessa fino a 250 mg/l e agisce come potente fattore conservante.


Qualche “mosca bianca” tuttavia c’è: una ha le fattezze, non proprio da mosca dal punto di vista dimensionale, di Alessandro Boido, titolare di un’azienda di lunga tradizione, Ca’ d’Gal, in posizione panoramica sulla collina di Valdivilla a picco su Santo Stefano Belbo e perfetta per fornirci materiale d’indagine. Infatti, a partire dal 2003, Alessandro, discendente della famiglia Gallo da cui il nome dell’azienda (“Casa dei Gallo”, anno di fondazione 1864), ha messo da parte un migliaio di bottiglie l’anno del suo Moscato d’Asti migliore, il “Vigna Vecchia”. Il vino proviene da tre parcelle distinte ma vicine, per una superficie totale di un ettaro preciso; sono esposte a sud pieno e furono messe a dimora nel 1958 con il biotipo di moscato di Canelli in 5500 ceppi a circa 450 metri sul livello del mare. Il piccolo accantonamento di cui s’è detto è stato posto in commercio solo dopo sei anni di affinamento in cantina; la partita di 2003 uscita nel 2009 è stata quindi la prima di una serie di vini proposti in stato evolutivo inedito per il Moscato d’Asti, e che in questi ultimi anni han fatto strabuzzare gli occhi nel senso letterale del termine a tutti coloro che in una di queste rare bottiglie si sono imbattuti. Infatti, come leggerete nel resoconto che conclude il servizio, c’è il caso di trovarsi di fronte, a dirla com’è, uno dei più stupefacenti bianchi italiani. Almeno tre millesimi ultraquinquennali di “Vigna Vecchia” sono oggi dei fuoriclasse, completamente affrancati dal lascito di anidride carbonica e dai residui primari, e intenti invece alla costruzione di un autentico bouquet, in quattro casi (2007, 2005, 2001 e 1999) emozionante. Soltanto in un paio di bottiglie si ravvisano piccole “ferite” riconducibili al tempo; una quota di 2 su 12 bottiglie (nell’arco di 15 anni) che non risparmia, ad avviso di chi scrive, nessun bianco italiano fermo e/o secco. La prima annata prodotta è stata la 1997, e di essa, come della successiva 1998, non ci è stato possibile reperire campioni; abbiamo ritenuto la 2012, e a maggior ragione la 2013, poco interessanti agli scopi del servizio, che è l’osservazione del Moscato d’Asti nel suo rapporto col tempo; la sola annata non prodotta è stata la 2002.

Il protocollo produttivo è presto illustrato: vendemmia a piena maturazione a cavallo tra settembre e ottobre, pigiatura soffice, una notte di debourbage (cioè l’eliminazione delle impurità); il mosto va in autoclave ed è portato a 0 °C. In quelle condizioni estreme, il lievito in grado di avviare una fermentazione è il Saccharomyces Uvarum, detto anche “lievito lager”, che nella primavera successiva alla vendemmia è arrivato più o meno a tre gradi di alcol svolto. A quel punto interviene una filtrazione e l’inoculo di altri lieviti chiamati a svolgere due ulteriori gradi: al 5% di alcol il Vigna Vecchia è reso infermentescibile, conservando un residuo zuccherino cospicuo, la sua intensa acidità naturale e l’anidride carbonica. Si imbottiglia a settembre dell’anno dopo la raccolta. La produzione, da cui va espunta la percentuale oggetto del citato affinamento aziendale, è pari a 5300 bottiglie l’anno.

2011

Oro chiaro brillante, bollicine puntiformi e numerose, riflessi argentei. Naso primario, ma con timide note “caratteriali” di gesso e sale, borotalco e citrosodina, acacia e glicine, e con la classica citazione agrumata in fondo; un tocco di trementina arricchisce il quadro. Grande senso di sofficità all’attacco gustativo e progressione lineare; la piacevole freschezza che concede lungo tutto lo sviluppo è sottolineata dalla pungenza del gas. Uscita più semplice dal lato aromatico rispetto al tourbillon olfattivo, al sapore di macedonia e mentuccia. Un Moscato che è oggi, e probabilmente sarà domani, “classico” e meno estroso di altri di cui state per leggere: lo accosteremmo a un bel tiramisù alle fragole.


2010

Confronto  interessante  con  il  2011, rispetto al quale ha colore più intenso, è più austero al naso e più rigido al sorso; aggettivi - austero, rigido - che raramente si accosterebbero alla tipologia considerandone solo l’espressione giovanile. Al sorso è ricco e sfaccettato, persino estrattivo, piuttosto attivo nella frazione carbonica; tuttavia il suo senso di pienezza non ne sacrifica l’espansione gustativa e non ne placa la tensione; l’epilogo avviene nel dilagare di ritorni mentolati e salmastri. Ottima riuscita, da attendere in progresso almeno nei prossimi cinque anni. Oggi può accompagnare un gran piatto di lardo di Arnad accostato a una mostarda di frutta piccante comme il faut.

2009

Sintesi aromatica veemente, originale, ma forse un po’ limitata in larghezza: difficile andare oltre una coltre di purissima menta, mai sentita più netta in un vino da chi scrive. A cercar bene, si trova qualche riferimento gessoso, un bel fiore dolce (iris, lavanda, violetta), il confetto, il benzoino (“orzata”), la salvia. Il bouquet sembra preludere a un sapore più dolce e trasognato rispetto ai due campioni precedenti, e la sensazione trova piena conferma nell’assaggio, languido, coerente dal lato aromatico e di media estensione. Da  annata  calda, precoce, davvero didattica: conferma che quando la maturazione del moscato in zona è troppo rapida, il tono generale degli aromi è più svenevole e meno originale. Abbinamenti limitati ai dolci, forse con la riuscita migliore vicino a quelli secchi e ricchi di aroma, come la torta di nocciole albese.


2008

Splendido colore e naso complesso in cui la dotazione aromatica del Moscato si è già trasformata in qualcosa di imprevedibile: la trasfigurazione nei sei anni trascorsi ha disegnato un bouquet degno di un ambizioso  bianco  da  invecchiamento (metallo,  canfora,  mandarino,  menta, ananas); con l’aria e in una mezz’ora sa aprire ad ulteriori suggestioni di timbro minerale (salmastro) e vegetale (citronella, gardenia e felce), ma il bouquet resta compatto, non si sfrangia, evolve anzi con lentezza nel bicchiere. All’assaggio ricorda un grande classico alsaziano; ha passo marziale, tanto estratto, bella lunghezza, e sfuma su note fresche e boschive. Ci si può sbizzarrire con gli accostamenti: provatelo su una salsiccetta di cinghiale, e se la trovate parecchio o troppo selvatica, non demordete: sarà persino meglio.

2007

È tra i più dolci della degustazione, eppure il naso, che non ha assolutamente nulla di ossidativo a sette anni dalla vendemmia, è  un  emozionante  compendio  delle potenzialità fin qui intuite. Un idrocarburo appena accennato fa da sfondo a note di pompelmo, cipria, macchia mediterranea, rosa tea, pesca di vigna, fiori, miele caldo, iodio. In bocca ha un candore eccezionale e  una  leggerezza  che  non  avevamo previsto; misurato nell’incidenza zuccherina e calibrato nella stretta acida, vive come in una magica sospensione; la “scia di colore” che sembra tracciare in aria lungo l’epilogo ha toni pastello e pare scintillare. Fiabesco capolavoro, cardine della verticale e con almeno quindici anni di positiva evoluzione davanti. Volendolo godere a tavola, lo si può tentare sulle ostriche di maggiore persistenza iodata, come quelle di Tarbouriech.


2006

Un vino di vigorosa struttura, come da caratteristiche già ribadite dal millesimo in tutte le zone classiche del Piemonte meridionale, compresa la Langa di Alba. Ma  struttura  non  significa  longevità: compaiono infatti nel 2006 le prime note di tipo ossidativo della verticale procedendo all’indietro; nel panorama intensamente agrumato  (limone,  cedro  candito)  si colgono cenni lievi, ma percepibili, di ruggine, polpa di dattero, foxy, e anche tabacco fermentato, paprica, olio canforato. Al sorso si scioglie in una dolcezza fastosa, è grasso e quasi burroso per via di una forza estrattiva superiore alla media; ha acidità un poco disgiunta dal corpo; esce su note di fieno insilato e fiori gialli. Illustra benissimo il concetto che la densità non giova all’espressione di un vino tanto minuzioso come il Moscato d’Asti. A tavola, tuttavia, avrà successo se speso su una scaloppa di foie gras accompagnata da frutta in sciroppo.

2005

Difficile persino riconoscerlo alla cieca come Moscato d’Asti: squaderna un’espressione da grande Spätlese, con enfasi sulla nota minerale, quasi brunita, e sugli agrumi, una vera e propria variazione di limone (albedo, buccia, polpa e foglia); resiste una preziosa nota floreale, accostata a un cenno vegetale singolare che rimanda all’espressione dei Rhum agricoli depurata dell’alcol - canna da zucchero, bambù, stuoia. Sorprende all’assaggio per la ricchezza acida (siamo quasi a 7 g/l); conferma la sua somiglianza con gli archetipi di Mosella nell’articolazione dello sviluppo, di emozionante coerenza e notevole lunghezza; finale succoso e complesso. Tra i Moscato della verticale più adatti ad abbinamenti acrobatici o quantomeno non scontati; due esempi, le olive all’ascolana e il pollo “tikka masala” della tradizione indiana, con spezie e yogurt.


2004

Esordio olfattivo oscuro e minerale di piretro e ghiaia, ma anche dolce di mandarino candito ed eucalipto: ha una modalità aperta e aerea, persino troppo, tanto che qualcosa sfugge in una estroversione balsamica che sacrifica un po’ la definizione del profumo. Per quanto descrivibile come un vapore, il naso è meglio della bocca, in cui la carbonica è filtrata via del tutto ma senza lasciare in eredità al vino una tempra e una cremosità sufficiente a qualificarne la persistenza dal punto di vista della durata né da quello della complessità aromatica. Uscito spesso dominatore nelle verticali tentate in azienda negli anni passati, stavolta il 2004 non ha fornito grande prova di sé; impressione confermata da una seconda bottiglia assaggiata tre settimane dopo e virtualmente identica. Un Moscato d’Asti da dolci: quelli natalizi burrosi e fragranti e quelli più ricchi, come le crostate di frutti di bosco.

2003

Giallo paglierino chiaro e coeso, spuma effimera, carbonica ancora presente a minime catenelle e profumo flebile e balsamico, con una menta che sembra essere stata pestata nel bicchiere affiancata da cenni di ginestra e saponetta alla rosa. Non vi è molto d’altro dal punto di vista aromatico, ma all’assaggio il vino, pure piuttosto dolce, è tutt’altro che semplice: denota anzi una profondità espressiva lusinghiera e chiude ben lungo su rimandi minerali e floreali; nulla di ossidativo è almeno da noi rilevabile. Ormai crediamo si possa dire: è un classico 2003 italiano da uve autoctone, di discreta complessità, tipicità opinabile, peso specifico medio, singolare resistenza all’ossidazione. Se ci si accontenta di quanto ha da offrire, si sappia che lo offrirà per altri dieci anni almeno, come molti suoi “pari età”, compromessi nella chiarezza dell’eloquio ma non nella tempra dal torrido millesimo. Provato con successo su un tagliere di salumi rustici di Langa.


2001

Vino messo in commercio dodici anni fa e subito esaurito e, a quanto pare, bevuto. Un vero peccato non ce ne sia più: ha colore irreale per gioventù e lucentezza e mette in moto un fantastico turbine di aromi di cedro, salvia, menta, talco, lavanda e mare; limitata incidenza dello zucchero residuo, come evidente dai descrittori che richiama. Stupendo impianto gustativo, di straordinaria classe, abbacinante nitidezza, puntuale  acidità, perfetta  misura  nella dolcezza; sintetizzando, è di una bontà travolgente. Pressoché fermo e ancora lontano dal viale del tramonto, è impossibile da azzeccare alla cieca come Moscato d’Asti; rappresenta tuttavia un vertice assoluto della produzione bianchistica piemontese nel suo decennio. Abbinamento passionale con il fegato alla veneziana e bottiglia immancabile a qualunque prezzo nel caso la si inquadri dimenticata da qualche parte.

2000

Unico vino, o meglio, unica bottiglia della verticale con un colore dai riflessi ramati, testimoni di un’evoluzione già piuttosto avanzata; la lucentezza del tono cromatico è peraltro la stessa dei campioni precedenti. Naso di estenuato languore, declinato su aspetti muschiati e melliti (resina, lichene, miele grezzo, propoli), con qualche tocco di uva sultanina, fico secco e canfora, e persino “fondo bruno” e pelle conciata. La percezione di dolcezza al palato è la più accentuata della verticale; svela un principio di ossidazione nel finale ricco e monocorde. Nulla di memorabile ha partorito l’annata, a nostra conoscenza, in regione, nonostante i proclami dell’epoca, questa bottiglia fa eccezione. Si può peraltro tentare di sfruttare la sua opulenza su un formaggio non erborinato ma caustico e piccante la sua parte.


1999

Oro bianco brillante, a 15 anni dalla vendemmia. Il naso rianimerebbe uno svenuto per forza di penetrazione, spinto anche da una carbonica tuttora in fervente attività: sa di resina, gardenia, netta lavanda, miele leggero, con tocchi lievi di gelato alla pesca, talco mentolato, trementina e tartufo bianco. A un naso da Montrachet segue un sorso di miracolosa leggiadria e quasi sussurrato, scandito da un’acidità capace di tenere tutto in virtuosistico equilibrio e senza che una componente prevalga sull’altra; splendidi la delicatezza di sapore su cui pian piano sfuma e il senso di classe che promana dalla sua eco aromatica, così complessa e originale da poter essere definita “accurata”. Per una torta salata con asparagi bianchi e parmigiano.

Vitae 04
Vitae 04
Dicembre 2014
In questu numero: Il giardino segreto del bianco di Armando Castagno; Le Beaujolais vieux est arrivé di Roberto Bellini; Dolce Natale di Morello Pecchioli; I vini di Paolo III Farnese di Massimo Castellani; Caro sommelier, auguri di Walter Betti; Veronelli, dieci anni senza di AIS Staff Writer; Vitae, il racconto di una guida di Emanuele Lavizzari; Insolite bollicine di Ivano Antonini; Miss en place di Barbara Ronchi della Rocca; Natale dalla A alla Z di Valerio M. Visintin; Il pittore delle vigne di Roy Zerbini; Happy new beer di Maurizio Maestrelli; Di che cultivar siete? di Luigi Caricato; Whisky of the rocks di Angelo Matteucci; Note di degustazione - Alla corte del Re Sole di Fabio Rizzari; Storie di Vitae - Solidarietà formato magnum di AIS Staff Writer; Pas dosé - Il vino è caro? di AIS Staff Writer;122