l'appeal della Apple Isle
Lisa Cardelli

Tra le regioni vinicole australiane la Tasmania è la sola a essere considerata come un’unica “GI” o Indicazione Geografica. Dietro questa generalizzazione si nasconde tuttavia una variegata differenziazione di climi e suoli, tanto da suscitare l’interesse di molti vigneron australiani e non. L’“Isola delle mele” (così denominata per la grande produzione di questi frutti), pur rimanendo un’unica Indicazione Geografica, è suddivisa in subzone o sottozone. Il famoso winewriter e vigneron australiano James Halliday ripartisce lo stato fra le zone del nord e del sud, mentre il sito ufficiale di Wine Tasmania individua sette sottozone: North-West, Tamar Valley, North-East, East Coast, Coal River Valley, Derwent Valley e Huon Channel.

Separata dalla costa meridionale della main land australiana, la viticoltura non esisterebbe se la sua parte occidentale non fosse quasi interamente ricoperta da fitte foreste, capaci di proteggere dai potenti e continui venti gelidi dell’Antartide, che spirano da Ponente, e rilasciando nelle zone vitate solo 500 mm di pioggia dei 2000 annuali. Il fenomeno dei roaring forties, come da sempre li hanno chiamati i marinai locali, è tipico in questa parte del globo sistemata tra i 40 e 50 gradi di latitudine sud, dove in primis Tasmania e Nuova Zelanda sono spazzate da questi venti, causati dalla combinazione dello spostamento di masse d’aria dall’equatore, attraverso il Polo Sud, e dalla particolare rotazione terrestre. A livello di temperature, nel nord dell’isola si raggiungono facilmente gli estremi registrati nella Champagne e nel Rheingau, mentre nel sud si può arrivare a temperature ancora più fredde. La viticoltura è possibile grazie alla combinazione di lunghe ore di luce, dovute alla latitudine, e alla mite temperatura durante il ciclo vegetativo, che favorisce una lentissima maturazione dell’uva.

La Tasmania ha una lunga storia vinicola: nel 1823 fu il primo stato australiano in cui si piantò la vigna, arrivando in brevissimo tempo, nel 1826, alla prima commercializzazione di vini fermi e spumanti. Oggi le bollicine tasmaniane hanno raggiunto una discreta fama, e il 70 per cento del terreno vitato è piantato a pinot noir e chardonnay, proprio per il loro appeal; ciò purtroppo ha un po’ offuscato nell’immaginario collettivo altri vitigni e stili di vino pur sempre di qualità. Il cabernet sauvignon era già ampiamente coltivato sull’isola nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, tanto da meritarsi una via intitolata in suo onore nella valle del fiume Derwent nel sud- est. Sfortunatamente la tipica maturazione tardiva del vitigno non andava d’accordo con il clima alquanto rigido dell’isola, e con gli anni si decise di estirpare quasi tutte le piante. Adesso il cabernet sauvignon divide con il merlot solo 65 ettari vitati, specialmente in zone protette o costiere, quindi particolarmente temperate sia dall’influenza marittima sia dall’odierno riscaldamento globale.

Il più famoso produttore di cabernet sauvignon è Peter Althaus, dell’azienda Domaine A, ex ingegnere elettronico svizzero con il pallino degli château bordolesi, approdato qui dopo numerose ricerche di un perfetto terroir nella sottozona della Coal River Valley, nel sud-est dell’isola. In una calda e secca area del comune di Campania ha progettato l’impianto di 11,5 ettari vitati, dedicandosi con puntigliosità alla produzione di uve di qualità, prevalentemente di cabernet sauvignon.


Il tipico rigore svizzero si riflette in un’alta densità d’impianto (6000 piante/ha) e in una resa per vite tra i 700 g e 1 kg, con un sistema di allevamento a basso guyot singolo. Il suolo, classificato come Brown Dermosol, tipico di quest’area, si sviluppa su pendenze medio-alte ed è composto da sostanze minerali di età giurassica, Ferrar Dolerite, formatesi a seguito del distaccamento della Tasmania dall’Antartide. Sassoso, di colore marrone scuro, poco profondo e caldo, è particolarmente adatto a varietà che maturano lentamente. L’irrigazione è usata solo quando strettamente necessaria, così da impedire uno stress idrico e la produzione di tannini ruvidi.


La particolare posizione della vigna, adagiata nella depressione della valle e rivolta a nord, gode di una buona influenza marina e di una notevole protezione dai venti dell’ovest, riducendo pertanto al minimo il rischio di pericolose malattie. La vinificazione parcellare, per cogliere appieno le essenze dei diversi profili del terroir, dà vita a trenta diversi blend, i migliori dei quali sono selezionati per la top cuvée “Domaine A”. I blend meno complessi formano la seconda cuvée, “Stoney Vineyard”.

Stoney Vineyard 2010

Da uve cabernet sauvignon e piccole percentuali di merlot, cabernet franc e petit verdot. All’occhio regala un bel rosso rubino brillante dai riflessi porpora, al naso è mediamente intenso con un corredo aromatico floreale e fruttato di violette di campo, peperone verde e ribes nero. Il palato si presenta un po’ “verde” e acerbo, connotato da una struttura tannica ben presente ma non aggressiva, un’alcolicità di rilievo ma comunque equilibrata da un’acidità di tono sapido che accompagna per qualche istante il finale di bocca. Come a voler dire: drink now.


Domaine A Cabernet Sauvignon 2006

90% cabernet sauvignon, con aggiunte di merlot, cabernet franc e petit verdot. È il fiore all’occhiello dell’azienda, considerato uno dei migliori cabernet d’Australia. Rosso rubino brillante e impenetrabile, è ampio e complesso al naso, con un susseguirsi di ribes e mirtillo nero, sentori speziati di legno di cedro e pepe nero, foglia di tabacco e caffè in grani. A tratti esprime un balsamico di eucalipto tasmaniano e di menta accompagnati da fuggevoli sentori di cuoio e ferro, quasi di ruggine. In bocca ritroviamo tutta l’eleganza e la complessità del naso, i tannini si formano lentamente e rimangono resistenti durante la beva, poi la sapidità e una dosata freschezza equilibrano il corpo robusto del vino, agevolando il lungo e persistente finale di bocca. È affinato in rovere francese di primo passaggio. Da tenere in cantina e da aprire insieme ai suoi cugini europei per un confronto organolettico senza frontiere eno-ideologiche.


Domaine A Merlot 2006

Prodotto in piccole quantità e solo nelle migliori annate, ha colore “profondo rosso” rubino alla Dario Argento, quasi inquietante; sentori vegetali di edera e pomodoro verde, note gustose di cioccolato fondente che rimandano a quel terriccio scuro dove il merlot affonda le sue radici. Seguono le visciole sciroppate e i frutti di bosco, quasi da crostata della nonna. In bocca è caldo ma ben bilanciato da una minerale acidità, tannini grassi e soffici accarezzano il bel corpo sinuoso, il finale di bocca è abbastanza lungo e persistente. Matura in rovere francese di primo e secondo passaggio. Da “mangiare” ora se siete golosi e non potete aspettare qualche altro anno.

Un altro notevole produttore, questa volta di merlot, si trova nella sottozona della Tamar Valley, a nord dell’isola, in un’area prevalentemente dedita alla produzione spumantistica. Nella cittadina di Glengarry, Bob e Rita Richter sono vigneron-proprietari dell’azienda Grey Sands, e fan sfegatati dello Château Petrus. Nei loro 3,5 ettari di terreno vitato prevalentemente a merlot, sono tra i pochissimi produttori in Tasmania a non usare l’irrigazione. In vigna c’è un’alta densità d’impianto (8.800 piante/ha) con una resa pari a 1 kg circa per pianta. La potatura invernale segue il celeberrimo esempio bordolese e vede Bob in persona, laureato alla facoltà di Enologia della Roseworthy University in Adelaide, lasciare solo sei gemme per canna. Le viti raggiungono 80 cm di altezza allo scopo di ottenere una migliore ritenzione calorifica da un suolo classificato come Bleached Grey Kurosol o Kurosol grigio sbiancato, tipico in questi paesaggi dalle dolci pendenze. Basato su rocce sedimentarie di età permiana, durante la quale i sedimenti calcarei e le peliti marine poco profonde furono depositati in questa parte della Tasmania, ha un sottosuolo argilloso compatto, che dona al vino corpo e longevità. Poiché la zona è soggetta molto spesso a gelate, questa parcella di merlot è stata piantata in altura in direzione nord-est, in un’area completamente circondata da alberi.

Grey Sands Merlot 2007

Merlot con una piccola aggiunta di cabernet franc. Rosso rubino profondo e denso, al naso ha tutto il fruttato gustoso del merlot, con note di more e susine nere sotto spirito, e una tostatura da polvere di cacao. Le scie odorose di viole che seguono lasciano spazio agli accenti speziati di noce moscata, liquirizia e pepe rosa. I tannini esuberanti sono accompagnati da una calda alcolicità, che un po’ prevale sull’acidità: quell’acidità maledetta che procura tanti grattacapi ai vignaioli locali e che richiede tutta la loro maestria. Il finale di bocca, abbastanza lungo e gustoso, invita a bere un sorso dopo l’altro. Sosta per il 30 per cento in legno nuovo. Vini di beva immediata.

Grey Sands Merlot 2006

Dopo un’annata fredda e piovosa, il vino presenta cenni di frutti neri sotto spirito, balsamici di eucalipto e mentolo, sentori legnosi e speziati di cannella e pepe rosa. In bocca l’acidità prende il sopravvento su un’alcolicità un po’ più contenuta rispetto al 2007. La spiccata intensità gustativa perde le sue tracce su un finale di media lunghezza, lasciando intendere che anche il potenziale di invecchiamento seguirà la stessa linea.


Grey Sands Merlot 2005

Rubino intenso e impenetrabile, al naso rivela eleganti sentori di mora di gelso, prugna e ciliegia nera accompagnati da aromi vegetali di pomodoro verde ed erbe aromatiche, quasi alloro, profumi di ciclamini blu e speziatura da noce moscata. Al palato l’eleganza si traduce in una contenuta e rinfrescante acidità, che accompagna la persistenza dei tannini in una lunga scia sapida, con una sensazione pseudocalorica che non fa da padrona. Un’“ottima annata” alla Russell Crowe.

 
Spostandosi infine nella sottozona della Derwent Valley, nel centro-sud dell’isola, è da tener presente la produzione di Stefano Lubiana, vigneron con origini dell’Italia settentrionale e unico in Tasmania a essere certificato biodinamico. Con un passato vinicolo trascorso nella calda regione della Riverland, nello stato del South Australia, questo ex studente della Roseworthy University decise di stabilirsi in una diversa area climatica, specializzandosi dapprima in una produzione spumantistica di qualità, e ampliando poi la sua gamma con produzioni monovarietali da riesling, pinot gris, chardonnay, pinot noir e merlot. I suoi 18 ettari di vigneto si srotolano verso il fiume Derwent e sono ad alta densità di impianto, in un terreno limoso e argilloso-ghiaioso, che si posa su un sottosuolo argilloso molto compatto.

Stefano Lubiana Merlot Reserve 2008

L’annata secca e il basso rendimento per pianta hanno incoraggiato Stefano Lubiana ad aggiungere per la prima volta la dizione Reserve al suo vino, indicandone la superiore qualità piuttosto che l’extra invecchiamento. Un rosso rubino abbastanza intenso incornicia un piacevole fruttato di visciole sciroppate, susina matura e ribes, seguito da sfumature floreali di viole, aromi speziati di vaniglia e pepe rosa, e un’eterea nota condita da una tostatura di cioccolato al caffè. In bocca una bella sapidità fa da filo conduttore agli aromi fruttati e speziati, lasciando poi spazio a tannini avvolgenti e setosi e a un finale di bocca che sparisce dopo qualche istante dentro una sensazione pseudocalorica in grado di asciugare quell’iniziale freschezza briosa. Il vino è conservato sotto tappo a vite, e probabilmente riuscirà a mantenersi senza grandi cambiamenti per qualche altro anno.


Viticoltura ed enologia hanno molte affinità con il Médoc, il Saint-Émilion e il Pomerol, ma i vignaioli non si presentano in versione copia/incolla, cercano di infondere ai vini un quid della loro personalità, per renderli affascinanti in versione down under - secondo l’espressione colloquiale usata per riferirsi all’Australia.

Vitae 05
Vitae 05
Marzo 2015
In questo numero: Marsala, la grande madre di Armando Castagno; Ribeira Sacra di Roberto Bellini; Il tripudio della trippa di Morello Pecchioli; Qual buon vento di Roberto Cipresso; L’appeal della Apple Isle di Lisa Cardelli; L’altra Franciacorta di Ivano Antonini; Ora sono un travelling winemaker di Riccardo Antonelli; Dove sale il sole rosso di B. Roberto Lepori; Bizzarre brigate di Valerio M. Visintin; L’Abruzzo va in montagna di Fabio Pietrangeli; Clos Montmartre di Fulvio Piccinino; Amore e olio di Luigi Caricato; Note di degustazione - Mozart e il vino mozartiano di Fabio Rizzari; Wine EXPO di AIS Staff Writer; Pas dosé - Aste del vino di AIS Staff Writer.