il vino cambia
(con la) musica

Fabio Rizzari

Con l’eccezione di molti assessori ai trasporti e di alcuni vigili urbani, l’uomo è un animale sensibile. Polisensoriale, amano dire oggi i pubblicitari e gli esperti di comunicazione. Ciò significa che una persona normalmente dotata è in grado di percepire sensazioni da diverse fonti contemporaneamente: si può guardare la televisione e ascoltare le lamentele della moglie in sottofondo; bere un cappuccino al bar e leggere il giornale del vicino (una volta, magari... oggi si legge semmai il suo tablet), annusare i profumi di un piatto di lasagne appena sfornato e sentire gli squilli del cellulare.

Questa peculiare attitudine ha stimolato negli ultimi decenni un’ampia letteratura sul legame sensoriale tra vino e musica. Con annesse proposte di veri e propri abbinamenti tra un vino specifico e una specifica composizione musicale. Confesso di aver contribuito tra i primi – in ordine temporale – a tale fioritura scrittoria. Come ho già ricordato in tutte le sedi possibili, una ventina d’anni fa San Luigi Veronelli mi offrì una rubrica di accostamenti eno-musicali nella sua rivista “Ex Vinis”, e io onorai l’impegno in ben due articoli diversi sul soggetto. Le mie proposte dell’epoca non poggiavano su alcuno studio approfondito e lavoravano per analogie ruspanti, senza troppi fronzoli: un vino potente e una musica potente, monumentale; un vino delicato e una composizione sottile, sfumata, quasi sfuggente. Mai avrei immaginato che, con il tempo e l’ineludibile progresso delle sorti umane, da un simile guazzabuglio di opinioni non dimostrabili si potesse arrivare a una vera e propria conferma scientifica.

Secondo un recente studio pubblicato nell’autorevolissimo “British Journal of Psychology”, “la musica ascoltata durante l’assaggio di un vino ha un impatto determinante sul gusto del vino stesso”. La ricerca poggia su rilevazioni statistiche serie e non pare la solita boutade che serve ai quotidiani per riempire gli spazi vuoti nel fine settimana. L’équipe di Adrian North, dell’Università di Heriot-Watt, a Edimburgo, ha coinvolto centinaia di volontari (e ci mancherebbe che fossero stati costretti). Questi coraggiosi della scienza sono stati divisi in cinque gruppi, serviti con gli stessi due vini, non meglio identificati: un Sauvignon e un Cabernet Sauvignon.

Il primo gruppo ha testato i suddetti liquidi ascoltando il monumentale e intimidatorio esordio dei Carmina Burana di Carl Orff, una composizione ombrosa, di sicuro piuttosto inquietante per la sensibilità comune. Il secondo gruppo ha sorseggiato più serenamente con il celeberrimo Valzer dei fiori di Tchaikovsky dal plurirappresentato Lo schiaccianoci. Il terzo gruppo si è beccato un brano moderno, Just Can’t Get Enough della banda francese Nouvelle Vague. Non conoscendo tale pregevole composizione, me la sono sorbettata su YouTube: leggera, inconsistente, in uno stile che ricorda vagamente la musica brasiliana (bossanova). Il quarto gruppo di intrepidi si è misurato con Slow Breakdown del canadese Michael Brook. Anche sull’esistenza di questo autore ero del tutto all’oscuro e mi sono diligentemente messo a sentire di cosa si trattasse. Una sorta di musica d’ambiente, di quelle tipiche dei centri massaggi o delle sale d’attesa dei dentisti. Molto rilassante, quindi, al limite del soporifero. Infine, l’ultimo gruppo ha provato i vini senza alcun sottofondo musicale.


Che cosa è scaturito da questo esperimento enomusicale? I torturati dai Carmina Burana hanno trovato i vini “potenti e pesanti”, mentre gli ascoltatori dell’anodino Slow Breakdown li hanno definiti al contrario “dolci e leggeri”. Non è dato sapere, almeno in base alle fonti che ho rintracciato, che tipo di reazione abbiano avuto le altre cavie, ma è lecito immaginare una simile disparità di percezioni e successive opinioni. Ecco le conclusioni del ricercatore britannico: “I risultati indicano che la funzione simbolica di uno stimolo auditivo può influenzare altre modalità di percezione. I partecipanti sembrano aver assaggiato i vini in un modo coerente alle diverse connotazioni musicali”. Commenta argutamente l’articolista del “Time” che ha, tra gli altri, riportato la notizia: “Ciò significa forse che non bisogna bere vino in un ristorante che vi propina pessima musica in sottofondo? Al contrario, occorre berne di più, per dimenticare quegli orrori...”.

Anche in questa rubrica possiamo trarne qualche insegnamento. Durante una cena, ad esempio, possiamo provare a migliorare la serata affiancando a un vino non più che discreto una musica poderosa, tirando verso l’alto l’esperienza percettiva dei commensali. Pensavate di poter stappare un Monfortino ma non riuscite a scovare da nessuna parte l’ultima bottiglia? Servite il dubbio flacone di rosso che vi ha riportato un amico da un viaggio in Polonia, e mettete la Missa Solemnis di Beethoven: darete un bel po’ di struttura supplementare al vinello slavo. Avete aperto un bianco italico molto più roveroso e molliccio del previsto? Schiaffateci vicino una buona esecuzione della Suite lirica di Alban Berg, un quartetto dodecafonico che risulterà acidissimo agli orecchi dei convitati, riequilibrando così il sapore del vino. Vi ritrovate un ospite logorroico, che monopolizza la serata rompendo le scatole a tutti gli altri? Su questo non c’è molto da fare, tranne forse mettere il volume al massimo. Di qualunque musica.

Vitae 06
Vitae 06
Giugno 2015
In questo numero: Accadde a Milano di Antonello Maietta; La custodia come missione di Armando Castagno; Champagne e legno di Roberto Bellini; Chi batte il baccalà di Morello Pecchioli; La fonte della vita di Roberto Cipresso; Mamma AIS di Daniele Cernilli; Unconventional Château di Roy Zerbini; Vite maritata di M. Giuffrida e A. Luchitta; Mai devoto al voto di Valerio M. Visintin; Raboso Razza Piave di Pia Martino; Oro da ape nera di Piero Pardini; L’olio da olive fa paura di Luigi Caricato; Note di degustazione - Il vino cambia (con la) musica di Fabio Rizzari; On Wine - Social sheep di Andrea Petrini; Pas dosé - Boxeur des boulles di AIS Staff Writer.