unconventional
Château

Roy Zerbini

Alter Ego 2012. C’è del rosso porpora e del rubino, poi un riverbero rosso ciliegia; si nota densità di colore, gioventù cromatica: certi passionist médocien sono convinti che sia il riflesso del merlot. Mostra una dolcezza di tostatura di legno che ancora non lascia spazio alla vaniglia, la presenza fruttata (succo d’arancia rossa) sta varcando la soglia e l’amaricante di turno triangolarizza un po’ di lemon grass, una punta di peperone verde e una goccia di resina di pino. Ha volume tannico balsamico e succoso, sostenuto da un alcol che ricama una sospinta sapidità, insaporita da un flavour di ciliegia in via di maturazione.

Alter Ego 2008. Un mondo colorato di granato si lascia irradiare con ritrosia dai raggi luminosi, c’è una concentrazione tinteggiante e una sponda rosso rubino. Il naso affonda nel bevante e incontra effluvi molto speziati, una polverizzazione di pepe nero, ginepro e noce moscata. I due attori, merlot e cabernet sauvignon, gareggiano per primeggiare all’olfatto, ma è nella loro fusione che impreziosiscono le fronde fruttate della mora di gelso, innalzandone l’eleganza con un accenno di legno di pino. La consistenza liquida è ondulante, prima pizzica (pepe), poi lenisce (red fruit jelly); il tannino si fa femmina: che sia una virago? Finale rugginoso e argilloso.

I momenti dedicati alla degustazione del vino non hanno mai uguali contorni e nemmeno medesime attese; a volte sono così autocondizionati e condizionanti che si corre il rischio di pensare in anticipo all’attimo dell’indagine organolettica, tanto da crearsi involontariamente una pre-idea sul vino. Più la fama del vino è altisonante, maggiore è il rischio: lo dicono gli “studiosi”. Il nome Alter Ego non dà il via ad alcun autocondizionamento, perché è stato gettato nell’eccellente baruffa degustativa, studiata ad hoc da Claudio Piazza e Thomas Duroux, per anticipare il protagonista della serata: Château Palmer. Alter Ego è, infatti, l’altro essere se stesso di Château Palmer. Non è la sua ombra, né tantomeno il valletto che lo precede; ha un’identità propria, piena di immediatezza (eufemismo) di beva e concretezza enologica, non essendo il secondo vino dello Château, ma il braccio destro. Alter ego significa anche questo.

Arriviamo al dunque. Una sera di maggio il Delegato AIS di Parma Claudio Piazza organizza una divagazione bordolese con Château Palmer, Margaux AOC. E l’entrata sono i due Alter Ego.


Nei cinquantacinque ettari di vigneto di cui dispone Château Palmer la selezione dei vitigni marca un po’ di snobbismo: sarà per la proprietà inglese del 1814? Forse sì, perché manca all’appello il cabernet franc, quasi paritari sono il merlot e il cabernet sauvignon, segue il petit verdot e… fine. Non è l’assenza del franc a creare la differenza, d’altronde Château Margaux ne conta solo il 2 per cento, Rauzan-Ségla l’1, Rauzan-Gassies il 10 e Cantenac Brown il 5, tanto per citare i confinanti.


È semmai la maggior percentuale di merlot e un aspetto della coltivazione a disegnare una linea enologica non allineata. Il pregio viticolo del Médoc sta nel terreno: molti ciottoli provenienti dai Pirenei e dal Massiccio Centrale, l’argilla, la sabbia secca anche con silicio, un sottosuolo avaro di azoto, cosicché le radici delle vite partoriscono poca uva. A ciò si aggiunga un regime idrico quasi perfetto, assetante per la vite, nonostante dalla vigna, dalle croupes graveleuses, si veda fluire l’acqua della Gironda. Le croupes (“collinette”, ma è bello dire anche “gobbe”) creano un’altra distinzione a Château Palmer, perché non sono state destinate al solo cabernet sauvignon, come accade normalmente, bensì anche al merlot, spesso confinato più in basso. E il merlot in alto, lì sulla groppa della gobba, spernacchia un po’ il cabernet sauvignon, perché succhia il sole e abbronza i suoi polifenoli alla perfezione.


Un ultimo dettaglio segnala un altro distinguersi, e sta nel terroir di Cantenac. L’AOC Margaux si estende sui territori dei comuni di Margaux, Labarde, Cantenac, Arsac e Soussans. Scartabellando tra i libri, quando si parla di Margaux come denominazione, tutti gli autori accomunano le espressioni qualitative dei vini dei differenti terroir all’essenza del comune che offre il nome. In realtà non è così, o quantomeno non lo era quando nel 1960 René Poulain e Louis Jacquelin scrissero Vignes et Vins de France. Parlando dei cru del Médoc, fecero una distinzione secondo i diversi spunti di personalità: finezza (eleganza tannica), corpo (potenza) e fruttato (in combinazione con alcol).


Sono loro a dire che l’AOC Margaux non è riconducibile alla fusione dei cinque comuni, perché Cantenac - dove c’è Palmer - ha una propria dimensione in finezza e struttura, non uguale (il che non significa di minor valore) ai vigneti del comune di Margaux, ma di certo distante dalla crudezza tannica e strutturale di Labarde. Nel confronto, Margaux vince al fotofinish dal punto di vista della finezza, ma perde con Cantenac, sempre al fotofinish, dal punto di vista della struttura: è uno scontro tra titani.


Passiamo a Palmer. Davanti alla spianata di calici, la mia mente non corre all’architettura dello Château bordolese, non riesco a immedesimarmi in quei paesaggi non del tutto ameni. L’emozione mi proietta piuttosto in un quadro romanzato inglese, nel Derbyshire, tra Lambton e Pemberley, immaginando quel panorama di foreste, boschi, terreni umidi e pietre affioranti ben descritto da Jean Austen in Orgoglio e Pregiudizio. Sì, perché i tratti olfattivi, quelli di primo impatto, sono effluvi di paesaggi d’oltremanica più che della Gironda.

Dopo Alter Ego, e prima del Margaux AOC, c’è un intermezzo molto affascinante e prenovecentesco, che mostra quella parte della storia di Palmer anglofona, quando era servito nei club londinesi e faceva parte dell’english life style con l’appellativo “Palmer’s Claret”. A quell’epoca il vino di Bordeaux giungeva in Inghilterra anche non imbottigliato ed erano i grandi mercanti che sopperivano alla bisogna, etichettandolo. Allora era in uso dare un tocco extra Médoc al vino, aggiungendo un vezzo di syrah del nord del Rodano per siglare una caratterizzazione stravagante, e Palmer non ne fu immune. Questa dimensione non aulica è rientrata nella sperimentazione di Château Palmer dopo il 2004, con una produzione limitatissima e ad anni alterni.

Historical XIX Century Wine. È il frutto dell’antico english assemblage: sono presenti i vitigni merlot e cabernet sauvignon per il 90 per cento, il resto è syrah. Granato, ben denso e ancora luccicante nella tinta, c’è la luminosità del merlot. Intuire all’olfatto la presenza del syrah è prerogativa più di fortuna che di sostanza discriminante. Elegante è l’effluvio di frutti rossi, liquirizia, uva spina (rossa), menta secca e tartufo nero; è un po’ foresta di pini delle Landes nel balsamico e un po’ truffe noir del Périgord, con un’idea di carne alla griglia. Ben succoso nel sorso sapido, tannico, terroso; cerco di sorbire l’apporto del syrah, arrendendomi sulla morbidezza setosa per cullare i ricordi rodaniani in un retrolfatto di passeggiata in una limonaia. “Hermitagé”, così lo chiamano nel Médoc, per via del syrah.

Arriva infine la star della serata, Château Palmer nella versione AOC Margaux. Sul palcoscenico di questo concerto enologico gli eno-musicisti scandiscono le essenze delle vendemmie 2001, 2008, 2009, 2005, 1995. La disposizione è espressione di una scenografia organolettica tesa a evidenziare le influenze climatiche sul vino derivate da due vendemmie fredde, 2001 e 2008, e due calde, 2009 e 2005.


Palmer 2001. C’è sorpresa cromatica, perché il colore s’è fatto sberleffo dell’età, che mostra un’integrità sospetta di granato notturno; ma ogni sospetto svanisce all’olfatto. C’è un effetto foresta di Sherwood al naso, un terroir rosso, di humus, corteccia di quercia, foglie di alloro, rosmarino; la mente scivola nelle letture di avventure di caccia alla volpe, tanti sono i rimandi finali a polvere da sparo e canna di fucile. Non manca il frutto, di confettura di mirtilli su pane grigliato e dolcetti al rabarbaro. Il volume della sua liquidità ha perso l’attrito tannico, c’è una morbidezza generale, che non è cedevole in struttura, ma rigida nella spalla sapida e nel finale di china e foglia di geranio.

Palmer 2008. Versione cromatica granato un po’ orange. D’impatto è timido, scontrosamente argilloso, rugginoso, con polvere di mogano limata dalla raspa. Mosso nell’accogliente bevante, ecco superare la ritrosia e marcare quell’inglesità (neologismo enologico) piovosa in tempo di caccia: carniere e legno affumicato di focolare. Il ritmo olfattivo si fa più “dixieland” con l’incedere di mora e prugna e porta verso sentori “fumo di Londra” (carboncella). Straordinario il tannino pepato, salato in versione umami e salsa di soia. Immenso e speziato il finale di bocca, che raffina l’arrivederci con un gusto di caramella mou. È “vin de chasse” per carni scure e marinate con ginepro; per alcuni rimandi organolettici si appropria delle migliori prestazioni del Moulins-Listrac.

Palmer 2009 ha invece riflessi rosso ciliegia. L’immediatezza olfattiva lo fa meno english e più médocien: mora di gelso in confettura, così come il ribes nero e pane all’uva speziato con cannella, chiodi di garofano e noce moscata. Si crea un ventaglio di profumi tipicamente bordolese, che si allargano in una dimensione gusto-olfattiva ampia, con tannini fini e grassi, toni succosi di arancia rossa e frullato di piccoli frutti selvatici. Una linea di secchezza nel segmento retrolfattivo sfuma in legno di sandalo e foglia di menta. È un Palmer che ha assorbito le finezze del Saint-Julien e le ha plasmate a propria immagine e somiglianza.


Come il 2009, anche il Palmer 2005 proviene da una vendemmia calda. Superata la barriera del rosso granato luccicante, ci si addentra in un respiro boscoso, di felci, funghi, terra umida e bacche di mirtillo; un tourbillon agreste, silvano, che anticipa una sostanziosa potenza balsamica nel gusto, e tannino ancora a strattonare le papille. Strizza l’occhio al Pauillac per l’allargante espansione retronasale di china e menta, carne rossa e pepe, “sanguigno” e sanificante nella profumazione secca della foresta delle Landes; è vino da carne scura, succulente, pepata, con salsa al vino rosso.


Palmer 1995 ha una tinta granato appena pennellata di mogano. Ottima intimità olfattiva di confettura di prugne e more selvatiche, profumo di tabacco Kentucky, pipa di radica, cenere di legno nobile. Un mix olfattivo anglo/francese per quell’aromatico legno che arde nel camino. Stretta la tessitura tannica, eppure è un 1995, mineralità sapidamente ciottolosa, chinata nella sostanza alcolica, lunghissimo e dolcificante il finale, quasi pane e vino e un’idea di zucchero: ancora fanciullesco!


Château Palmer si smarca nella sua identità Margaux, interiorizza la personalità d’un altro terroir, quel Cantenac citato nella letteratura degli anni Sessanta; non ha la finissima tessitura che fa del Margaux, Château, la grande dame médocien, che svolazza per leggiadria e frivolezza tannica. Palmer è un mediano di mischia dalla classe sopraffina, è potente e fruttato nel tannino quando l’annata si scalda, però non rinuncia a quell’accenno di silvestre e quasi balsamico che strizza l’occhio al Moulins-Listrac e ghiaccia l’alcol con la mineralità. Si potrebbe definire un Margaux borderline, stravagante ed eccentrico, dando però agli aggettivi un valore di aristocraticità e non di ribellione. Palmer sembra ancora volersi ritagliare un certo aplomb inglese.

Vitae 06
Vitae 06
Giugno 2015
In questo numero: Accadde a Milano di Antonello Maietta; La custodia come missione di Armando Castagno; Champagne e legno di Roberto Bellini; Chi batte il baccalà di Morello Pecchioli; La fonte della vita di Roberto Cipresso; Mamma AIS di Daniele Cernilli; Unconventional Château di Roy Zerbini; Vite maritata di M. Giuffrida e A. Luchitta; Mai devoto al voto di Valerio M. Visintin; Raboso Razza Piave di Pia Martino; Oro da ape nera di Piero Pardini; L’olio da olive fa paura di Luigi Caricato; Note di degustazione - Il vino cambia (con la) musica di Fabio Rizzari; On Wine - Social sheep di Andrea Petrini; Pas dosé - Boxeur des boulles di AIS Staff Writer.