vite maritata
Maddalena Giuffrida
Alberto Luchitta

C’era una volta una vite che si arrampicava sugli alberi... Non è l’incipit di una favola, ma la descrizione di un tipo di allevamento della vite, quello della “piantata padana”, che affonda le radici in un lontano passato. Una delle più belle pagine della letteratura italiana è dedicata proprio a un arrampicatore di alberi, quel Barone di Calvino che, per protesta, aveva deciso di passare il resto della vita sugli alberi. Se la scelta di Cosimo Piovasco di Rondò fu di non metter più piede sulla terra, ben altra sorte è toccata alla vite che, dopo lunghi anni di matrimonio con gli alberi, a terra, invece, si è radicata con successo.

In tempi di recupero dei vecchi vitigni e di antichi vini, uno sguardo su un sistema d’allevamento che ha segnato la produzione vinicola della pianura padana per oltre mille anni può essere un tassello significativo per la cultura del vino in Italia.

Le origini della cosiddetta “vite maritata” risalgono a tempi molto antichi. La vitis vinifera è indigena in area mediterranea ed è normale la sua propensione ad arrampicarsi sugli alberi, a “maritarsi”, appunto, all’olmo o al pioppo. Pare che le popolazioni italiche preromane abbiano adottato questo sistema direttamente dalla semplice osservazione della natura circostante. Gli etruschi e i romani consolidarono il sistema; i romani, in particolare, lo definirono arbustum gallicum, perché ampiamente presente nella Gallia Cisalpina, l’attuale pianura padana. Erodiano nelle Historiae ricorda che, nella campagna di Aquileia “disposti sono gli alberi a eguale distanza, e accoppiate sono le viti, formando un quadro giulivo, tanto da sembrare quelle terre adorne di corone frondeggianti”.

Ad ogni albero erano maritate due o più viti (secondo alcune fonti fino a otto), ma i tralci non passavano da un albero all’altro, come invece avveniva nell’arbustum italicum, conosciuto in tempi moderni come “alberata”, particolarmente diffusa nell’Italia centrale e meridionale. In età moderna, tuttavia, anche nella piantata i tralci delle viti sono tenuti bassi, legati a quelli dell’albero seguente e sostenuti da paletti, per evitare che si arrampichino sulle fronde dei tutori. Prende così forma un filare continuo da un albero all’altro. I filari di viti maritate erano inframmezzati da appezzamenti coltivati a cereali: in questo modo l’allevamento della vite maritata si coniugava ad altre colture, dando origine a un “sistema agricolo di sussistenza complessivo”, particolarmente sviluppato nella pianura padana orientale.

L’eccezionalità della “piantata padana” - era così chiamato in ambito veneto-padano il sistema di allevamento della vite maritata all’albero - risiede proprio in questa sua evoluzione, da semplice organizzazione produttiva nel periodo romano a vero e proprio sistema di organizzazione del territorio.

In periodo medioevale la piantata subì una pronunciata eclissi. A causa dell’insicurezza dei territori e dell’instabilità politica generale, la vite era allevata in ambiti chiusi, tra le mura delle città e dei conventi. In epoca comunale lo spazio della vite maritata riprese il suo sviluppo, per accelerare e assumere un ruolo di sistemazione del territorio dopo il XV secolo. La diffusione della piantata padana classica era limitata alle zone di pianura, dove si estendeva la grande proprietà, ed era particolarmente presente in area emiliana e nei territori controllati da Venezia. Nelle zone collinari e montane, dove resistevano la piccola proprietà contadina e le consuetudini comunali, in genere la vite era allevata a sostegno secco.

La fortuna del sistema della piantata dopo il XV secolo nell’Italia settentrionale dipende da varie cause, nella sfera della produzione e in quella sociale. Da una parte, lievita l’interesse economico della borghesia cittadina per il settore agricolo, visto come ambito di potenziamento della ricchezza e presupposto di promozione sociale. Al contempo, procede l’allargamento del mercato di vini e cereali grazie al consolidamento dei centri urbani e alla ritrovata stabilità politica.

Dal punto di vista dell’organizzazione territoriale, gli alberi con le viti erano collocati sui canali di scolo e sui bordi delle strade dominicali. Tra un filare e l’altro la distanza era a volte di ottanta metri e i terreni così delimitati erano coltivati a cereali. La rendita agraria derivava dalla corresponsione, da parte dei coloni, di vino e cereali, vettovaglie di ampio smercio sui mercati cittadini e quindi, in qualche modo, la piantata era anche paradigma dei rapporti sociali tra contadini e proprietari.

L’investimento iniziale per la sistemazione dei terreni (fossi, strade poderali, barbatelle, edifici) era competenza del proprietario, mentre la successiva gestione corrente ricadeva essenzialmente sul colono. Quest’ultimo gestiva la tenuta a lui affidata in piena autonomia, secondo pratiche agricole ancestrali e consuetudinarie. Era un tipo di agricoltura promiscua che garantiva autonomia e sussistenza alla famiglia contadina, anche se nel lungo periodo la dinamica del sistema portò al blocco degli investimenti e delle innovazioni.

Si utilizzavano il classico acero campestre, l’olmo, il salice, la quercia, raramente alberi da frutto. Nell’economia agricola dei secoli XV-XIX, il legname secco era molto costoso, per i disboscamenti effettuati nei secoli precedenti e, quindi, sarebbe stato antieconomico acquistarlo.

Grazie al sistema della piantata, numerose furono le ricadute economiche per la famiglia contadina: tenere le viti alte grazie al sostegno degli alberi garantiva la protezione dei grappoli dagli animali che, a causa dei permessi comunali di pascolo vago, penetravano nelle proprietà senza ostacoli. Le frasche degli alberi, a loro volta, erano usate per l’alimentazione del bestiame colonico e la potatura permetteva, infine, di recuperare legname utile alla vita della famiglia.

Il contadino, soprattutto a causa dell’aggravamento dei canoni colonici avvenuto durante il XVII secolo, cercava di trarre il massimo profitto dalle terre a lui affidate, anche a scapito della qualità del prodotto finale. Spesso erano mescolati tipi diversi di vitigni con tempi di maturazione differenti: se una vite moriva, la diffusione della vitis vinifera allo stato selvatico permetteva al contadino di inserire piante nuove, con una conoscenza superficiale delle caratteristiche del nuovo elemento.

All’atto della vendemmia uve mature e immature erano assemblate senza criterio, con risultati sulla qualità del prodotto che si possono immaginare. I tralci delle viti, infine, lasciati liberi di arrampicarsi sugli alberi, erano strappati per recuperare i grappoli, con conseguenze nefaste sullo sviluppo della pianta.

In epoca preindustriale il consumo di vino era molto diffuso, ma la qualità era scadente, se valutata secondo i nostri canoni. Il vino, a bassa gradazione alcolica, sostituiva spesso l’acqua come bevanda, perché l’approvvigionamento idrico era di pessima qualità, e questo spiega perché fosse offerto anche ai bambini.

Nel XVIII secolo, alla ricerca di una maggior razionalità nelle pratiche agrarie, soprattutto in contesto veneto, si sviluppò una critica alla piantata padana, con diverse proposte di miglioramento del sistema. Alcuni proprietari cercarono di abbandonare il sostegno vivo, come Fabio Asquini, rimanendo però ancorati a pergolati formati con rami secchi. Altri innovatori, come l’agronomo Bottari, proposero di razionalizzare la piantata, maritando le viti a gelsi e riducendone il numero da otto a due. Il Bottari consigliò, inoltre, d’impedire ai tralci d’arrampicarsi sui rami dell’albero tutore.

In questo modo era garantita la massima produttività della vendemmia e della raccolta di foglie.

Una delle più belle descrizioni storiche della piantata padana – divenuta nel XVIII secolo un tratto distintivo del paesaggio dell’Italia settentrionale, in genere, e dell’area veneta, in particolare – è quella del letterato francese Charles de Brosses. Nella cronaca del suo viaggio in Italia nella prima metà del Settecento, così descrive il paesaggio: “La terra che si estende tra Vicenza e Padova vale forse da sola tutto il viaggio in Italia; soprattutto per la bellezza delle vigne che si arrampicano tutte su alberi, di cui ricoprono tutti i rami, dopo di che, ricadendo, incontrano altri tralci delle viti che scendono dall’albero vicino, e con queste vengono legate in modo da formare, da un albero all’altro, festoni carichi di foglie e di frutta. (…)

Ogni albero, coperto di foglie di vite, forma una cupola dalla quale scendono quattro festoni collegati con gli alberi vicini. I festoni costeggiano la strada da ambedue le parti, e si stendono a perdita d’occhio in tutte le direzioni per la pianura”. Nel XIX secolo le malattie della vite (oidio e peronospora) contribuirono ad accrescere le critiche alla piantata, accusata di ombreggiare i grappoli e di impedirne il completo sviluppo. Il tramonto definitivo del sistema della piantata si fa risalire alla seconda metà del secolo scorso: in sostanza, alla fine del vecchio mondo agricolo dell’Italia settentrionale corrisponde la fine della piantata, insidiata da tempo non solo dalle critiche, ma anche dalla vigna monovitigno e specializzata, dalla meccanizzazione agraria, dalla maggior attenzione alla qualità. In questo contesto, l’arrivo della fillossera nella seconda metà dell’Ottocento accelerò questo processo. I vitigni indigeni, allevati a piantata, erano “fuori mercato”, e si preferì salvare, con l’innesto su piede americano, i vitigni più commerciali, francesi e tedeschi, allevati su sostegno secco. Nella seconda metà del XX secolo, dalle richieste di un mercato di consumo più attento ed esigente emerge la necessità di una maggiore razionalità nell’allevamento della vite e, conseguentemente, nelle operazioni di vendemmia e di cantina.


Al trionfo dei grandi vini di qualità fa pertanto riscontro il tramonto del grande mondo contadino, che nella pianura padana aveva avuto nella piantata il suo simbolo più caratteristico.

A Baver, in provincia di Treviso, un vigneto storico di quattordicimila metri quadrati utilizza ancora questa tecnica. Un provvedimento speciale da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ne ha da poco riconosciuto l’interesse culturale. L’importanza di questo atto risiede nel fatto che è stato emesso un vincolo su un bene immateriale, in altre parole su una particolare forma di coltivazione legata alla tradizione: il riconoscimento del valore storico-culturale di questa tecnica centenaria fa del vigneto di Baver un vero e proprio museo a cielo aperto.

Se un tempo l’uomo ha tratto vantaggio dall’abbraccio della vite con gli alberi, a maggior ragione oggi è necessario recuperare l’idea delle alleanze in ambito naturale, “maritandosi” alla natura. Come magistralmente insegna Giuseppe Barbera, ci sono molte buone ragioni per abbracciare gli alberi, magari ponendo fine al disboscamento selvaggio e iniziando a proteggerli e a coltivarli con cura e riconoscenza.

Vitae 06
Vitae 06
Giugno 2015
In questo numero: Accadde a Milano di Antonello Maietta; La custodia come missione di Armando Castagno; Champagne e legno di Roberto Bellini; Chi batte il baccalà di Morello Pecchioli; La fonte della vita di Roberto Cipresso; Mamma AIS di Daniele Cernilli; Unconventional Château di Roy Zerbini; Vite maritata di M. Giuffrida e A. Luchitta; Mai devoto al voto di Valerio M. Visintin; Raboso Razza Piave di Pia Martino; Oro da ape nera di Piero Pardini; L’olio da olive fa paura di Luigi Caricato; Note di degustazione - Il vino cambia (con la) musica di Fabio Rizzari; On Wine - Social sheep di Andrea Petrini; Pas dosé - Boxeur des boulles di AIS Staff Writer.