l'energia
nascosta

Fabio Rizzari

I punti di contatto tra vino e musica sono numerosi e si possono rintracciare su livelli nascosti, lontani dalle analogie più intuitive e dirette. Lasciamo stare per il momento i classici raffronti sinestetici – con il loro corredo di sensazioni gratuite e indimostrabili quali “questo Riesling mi ricorda quando mi tolsi il dente del giudizio a Saronno e l’anestesia mi fece sentire un sapore tiepido, metallico, finché non svenni” – e vediamo per cominciare alcuni aspetti strettamente pratici.

Prendiamo il legno, ad esempio. Gli snodi principali della preparazione e della lavorazione del legno da usare per le botti sono in sostanziale sovrapposizione con quelli riservati alla creazione di strumenti musicali, quali violini, viole e violoncelli. Possono differire le essenze, ma le plance lignee sono dapprima stagionate all’aperto, magari per anni (al caldo e al freddo, con l’umido e il secco), quindi vengono tagliate per spacco (e non segate). Solo in questo modo il rovere per le botti e l’abete rosso (più raramente altre varietà, come il pioppo o il salice) per gli archi raggiungono la stabilità e la qualità migliori.

Con le botti migliori il vino ha un suono più armonioso; con i violini migliori la musica ha un gusto più fine e infiltrante.

Proseguiamo su un terreno meno stabile. Per alcune popolazioni – che definire primitive è presuntuoso – la divinità è un suono. Il suono è una vibrazione. Una vibrazione misurabile. Differisce dal rumore perché è una vibrazione armonica, mentre il rumore è una vibrazione o un grumo di vibrazioni non armoniche. Ma noi, nella nostra inalienabile libertà di sentire quello che ci pare e di fare libere associazioni, possiamo considerare suono anche un rumore particolarmente emozionante: per un vinificatore il gorgoglio del suo mosto in fermentazione può essere un suono melodioso.

Per un appassionato di auto il rombo di un motore può essere un suono melodioso. Per un goloso lo sfrigolio dei filetti di triglia scottati in padella può essere un suono melodioso. Più stomachevolmente, per un sadico le urla dei condannati possono essere un suono melodioso: il tiranno greco Falaride li richiudeva dentro un enorme toro di bronzo, sotto il quale appiccava il fuoco. I loro lamenti, che fuoriuscivano dalle narici del toro, erano per lui “un suono melodioso”. Non solo. Spingiamoci ancora più in là, dove le ipotesi più fantastiche confinano o forse sconfinano nel ridicolo. Sostengono che esista un’energia, una forma di vibrazione, un qualcosa che passa dalle mani dell’artefice all’artefatto. Niente di trascendente, solo una grandezza fisica al momento non misurabile, che fra cinquant’anni, o dieci, o magari due secoli sarà scoperta e descritta scientificamente. Per me questa vibrazione esiste e opera con solare evidenza in molti casi in cui non è possibile capire da dove venga il talento di un vinificatore, di un cuoco, di un pittore. Potrei portare decine di esempi, e del resto, se vi concentrate un attimo, ne potrete rintracciare molti anche voi. Perché gli strumenti di Stradivari sono così unici? La loro fattura è finissima, le vernici splendide, ma sul piano formale niente che sia radicalmente diverso dall’abilità dei (pochi) suoi pari. Eppure quegli strumenti suonano in maniera unica. 


Un’équipe di ricercatori americani, con tipico ottimismo positivista, ha studiato per anni gli Stradivari, sezionandoli, misurandone la stagionatura dei legni, la composizione chimica delle vernici, i trucchi costruttivi. Poi ha provato a rifarne uno: con risultati risibili, sideralmente lontani dall’originale.

Henri Jayer, grande vignaiolo borgognone, vinificava i suoi rossi con spartana semplicità: pochi passaggi essenziali, ridotti all’osso; passaggi che chiunque faccia vino può replicare con facilità. Eppure i suoi rossi hanno una luminosità, una vibrazione, un’intensità irripetibili e difatti non ripetute dai suoi eredi.

Enzo Ferrari faceva motori straordinari. Esperti delle sue automobili sostengono che, subito dopo la sua morte, il suono dei motori Ferrari sia cambiato.

Un famoso cuoco italiano, visto ai fornelli, è una specie di orso marsicano, i suoi gesti sono rozzi, manciate di sale che ucciderebbero un iperteso, manipolazioni grossolane, una specie di ferina brutalità. Eppure i suoi piatti sono sublimi. Mentre quelli di chef micrometrici, che usano tecniche aerospaziali, sono piatti insignificanti. Verso quale direzione puntano queste citazioni disordinate? Che cosa possono significare, se non che esiste una vibrazione, un’energia nascosta, un qualcosa che passa dalle mani dell’artefice all’artefatto?

Chiamatelo come vi pare: talento, genio, consonanza, il passaggio del suono che anima un soggetto al suo oggetto. Ma quel suono esiste. In uno strumento musicale, in un piatto, in un dipinto, in un vino.

Vitae 07
Vitae 07
Settembre 2015
In questo numero: Qualcosa brilla oltre il bosco di Armando Castagno; Un vino allo specchio di Roberto Bellini; Sua maestà, il tortellino di Cecilia Buonagurelli; Il ruolo del suolo di Roberto Cipresso; Tutti i vini del presidente di Massimo Castellani; Il cuore (in)contrastato di Milano di Ilaria Santomanco; La nuova luce del Faro di Giorgio Fogliani; EXPO food circus di Valerio M. Visintin; Sulla via delle spezie di Francesca Zaccarelli; Oro antico di Taggia di Alessandro Carassale; Non di solo orzo di Maurizio Maestrelli; Il colore dell’olio di Luigi Caricato; Note di degustazione - L’energia nascosta di Fabio Rizzari; Pas dosé - Il vino aggredito di AIS Staff Writer.