qualcosa brilla
oltre il bosco

Armando Castagno

Il mio timoniere si chiama Francesco. Fa il vignaiolo qui come suo padre e suo nonno: è al posto di guida mentre mi guardo attorno cercando di annotare nella memoria più che sul taccuino, per non staccare gli occhi dal panorama. Francesco ha quarantotto anni, moglie e tre figli piccoli, sei ettari e mezzo di vigna, idee precise, più esperienza di quanto la sua età farebbe credere, tanta preziosa umiltà, altrettanta pazienza e un’automobile, sulla quale stiamo vagando nel territorio. Davanti a noi si snoda l’angolo d’Italia nascosto dietro le colline che costeggiano a oriente l’autostrada A26 all’altezza di Romagnano Sesia, nell’Alto Piemonte. Incastrato tra la sinistra orografica del fiume Sesia e la destra del Ticino che fa da confine regionale con la Lombardia, è un posto che pare bearsi, nel pomeriggio estivo, tra l’ultimo calore del sole e la promessa di frescura notturna delle brughiere in lontananza.

Geologicamente, siamo su uno dei principali bracci di morena del Monte Rosa, separato da una fascia di collina e bosco da quello maggiore che scende toccando Ghemme e che termina dopo Briona. Il ghiacciaio, giunto fin qui in epoche lontane, ha trascinato con sé attraverso il corso turbinoso di antichi fiumi una sedimentazione detritica eccezionalmente varia e incoerente, che è poi rimasta quando le temperature si sono rialzate e il ghiaccio è sublimato. Le terrazze moreniche residue si chiamano “pianalti”, l’insieme di pietre e argilla del terreno “complesso metamorfico”; l’argilla vi intrappola ciottoli e sassi della più varia natura e dei colori più diversi, dal verde al bianco, dal grigio all’ocra, dal rosa al nero, sovente sfavillanti di quarzi. 

Tra i pietroni, qualche esemplare merita persino un cartello turistico: sono i cosiddetti “massi erratici”, come la “Preja da Scalavé” (preja significa “pietra”), nascosta nel fitto del bosco di Mottoscarone, tra Suno e Mezzomerìco; anziché sotto un cavolo, o in un fagotto nel becco delle cicogne, si dice che i bambini di Suno vengano al mondo sotto questo mastodontico monoblocco piramidale oberato di muschi e andato chissà quando ad adagiarsi in riva a un torrente, lo Zufolone (Cü da Sün tè at savé / chi nasa tüc a Scalavé, ossia “Quelli di Suno, devi sapere, nascono tutti a Scalavé”). Il cemento argilloso del terreno, come accade a Ghemme e a Fara, è più importante della qualità “petrologica”: rende i vini mediamente più consistenti e più colorati di quelli ottenuti sul porfido seminudo di Boca o di Gattinara. Se i profili aromatici sono da considerare classici per il territorio, con le note di piccoli frutti rossi selvatici, erbe officinali, sfumature minerali e metalliche, o liricamente floreali, una violenta sapidità è il tratto qualificante di questi rossi al gusto, più di quanto non lo sia l’acidità. La durezza è finanche accentuata dalla limitata densità estrattiva, e l’esito è che i buoni vini delle Colline Novaresi, e in particolare i Nebbiolo, risultano agili, persistenti, quasi salati, saporitissimi, spesso virilmente amari; fasci di nervi incredibilmente longevi, incapaci o quasi di deprimersi lungo decenni, saldi nel loro singolare ma inflessibile equilibrio naturale.


Come in tutto il Piemonte settentrionale, la contrazione della superficie dedicata alla vite nelle Colline Novaresi è stata, nell’ultimo secolo, drammatica; si è passati dai quasi quindicimila ettari degli anni Venti del Novecento ai circa mille di oggi, spalmati su 26 comuni, tra i quali però si annoverano anche quelli gratificati da Doc comunale autonoma: i cinque paesi del Boca (Boca, Maggiora, Cavallirio, Prato Sesia e Grignasco), i due del Fara (Fara Novarese e Briona), i due del Ghemme (Ghemme e Romagnano Sesia) e Sizzano. La Doc Colline Novaresi ha quindi una duplice natura, che ha contribuito in modo decisivo a renderla poco comprensibile e poco identitaria: vi finiscono sia i vini di declassamento (“ricaduta”) del Boca, del Ghemme, del Sizzano e del Fara, sia i veri vini storici dai comuni interni, nei quali invece la denominazione è la sola disponibile.


Il disciplinare della Doc Colline Novaresi fu varato nel 1994 e aggiornato nel 2011. Prevede nove tipologie. Oltre al bianco (da erbaluce in purezza), al rosso e al rosato con un minimo del 50 per cento di nebbiolo, e purtroppo anche il novello, annovera cinque interessanti versioni da monovitigno, da utilizzare all’85 per cento minimo con saldo di uve idonee alla coltivazione in Piemonte e non aromatiche. I vitigni in questione sono nebbiolo, uva rara, vespolina, croatina e barbera. 


I limiti di altitudine minima e massima dei vigneti sono fissati in 180 e 550 metri sul livello del mare; le rese massime di uva per ettaro fluttuano tra gli 85 e i 100 quintali, le acidità minime richieste sono di 4,5 grammi per litro, l’estratto secco minimo va dai 16 grammi per litro del bianco ai 20 di Nebbiolo e Vespolina; non sono a oggi previste menzioni geografiche aggiuntive, e quindi l’eventuale reperimento in etichetta di un nome di vigneto indica che tale nome è usato dall’azienda come marchio di fantasia, ed è coperto quasi sempre da diritto d’esclusiva. Le operazioni di vinificazione e imbottigliamento devono essere eseguite nell’ambito dei comuni dell’Alto Piemonte propriamente detto, compresi i comuni di là dal fiume Sesia, esclusi dall’areale di produzione perché interessati a loro volta dalla Doc speculare Coste della Sesia; sono quelli nel cui territorio si stendono le denominazioni Gattinara, Bramaterra e Lessona, nelle province di Vercelli e Biella.


A parte il nebbiolo, le uve più interessanti del distretto sono l’uva rara, la croatina e la vespolina. Quest’ultima, molto fertile, a differenza del nebbiolo, e generosa nella produzione per pianta, è però sensibile agli scompensi di concimazione e agli squilibri produttivi, oltre che vulnerabile alla peronospora, e va soggetta al disseccamento del rachide. È uva “da vigneron”, richiedendo grandi cautele e massima attenzione. Ha la personalità per contribuire in modo decisivo alla complessità dei grandi vini locali da uvaggio, e giustifica pienamente il suo utilizzo in purezza: la sua speziatura spudorata, pepatissima, è inconfondibile; dà vini di acidità sostenuta dal colore profondo. 

L’uva rara ha caratteristiche opposte: ha grappolo spargolo (come dice il nome), è rustica e facile da coltivare, semplice e diretta nell’impronta aromatica che trasmette al vino (tutto “sul frutto”); regala rossi di struttura leggera, di acidità limitata, pronti subito, con poco tannino. È inoltre la sola cultivar della zona a poter essere consumata anche a mensa, ora che la durasa, dai caratteri simili, è quasi estinta. La croatina, presente soprattutto nell’area di Fara e Briona, è un’altra uva rustica, popolarissima perché la più generosa a livello produttivo, molto profumata (di fiori, in genere), molto colorata, mediamente acida e poco tannica; l’hanno storicamente chiamata “münfrina” (ossia “monferrina”) a Suno e a Mezzomerìco, e curiosamente “nebbiolo” a Bogogno, con la confusione che si può intuire.

Procedendo da Cressa a Bogogno, mi colpisce la veemenza infestante del bosco di robinie: la macchia è fittissima, s’è ripresa il suo spazio in qualche decina d’anni soffocando, vien da dire “asfissiando”, le vecchie vigne; nel suo intricato groviglio s’intravedono ancora, segregati nel freddo dell’ombra, i monticelli delle maggiorine d’antan. L’idea è visitare in sequenza Bogogno, Suno, Mezzomerìco, Oleggio, Vaprio d’Agogna, Barengo e Cavaglio d’Agogna: i comuni principali delle Colline Novaresi, ciò che restò fuori dai giochi quando alla fine degli anni Sessanta si disegnarono, ratificando antiche tradizioni, i disciplinari del Ghemme, del Sizzano e del Fara. Eppure, dal punto di vista del terroir, le vigne più vocate di questo territorio non presentano differenze sostanziali rispetto a quelle citate, e i vini migliori non temono il confronto: solo, tutto è qui più sparso, frammentario, episodico. I poggi vitati si chiamano, come altrove nel novarese, möt: il termine identifica una collina isolata, un cru dunque, dove il vino risulta non solo genericamente buono e generoso in alcol rispetto a quello del pianoro sottostante, ma anche qualitativamente diverso da quello delle alture adiacenti. In basso, dove finisce il runch (ronco), cioè la parte in pendenza del möt, c’è ancora parecchia uva fragola allevata a tendone, principalmente a Suno e a Mezzomerìco: il suo mercato di riferimento è sempre stato quello di Milano; è pronta da vendemmiare all’inizio di agosto. Più in basso ancora, sotto i 200 metri di altitudine, si distinguono ampie superfici a mais; la risaia, cui è riservata la terra meno drenante e che trattiene quindi l’acqua in superficie, si arresta da questo lato più o meno a Barengo e dilaga invece sull’altra riva della Sesia, nella piana vercellese.


La proprietà fondiaria si misura ancora oggi correntemente in “pertiche”; una pertica, che è più o meno l’estensione della proprietà media di una famiglia in collina, equivale a 654 m2, cioè 0,065 ettari, appena un quindicesimo di ettaro; per acquistare un ettaro di vigneto possono rendersi necessari da 15 a 20 atti notarili distinti: il giorno di una transazione di questo genere è di conseguenza importante per il vignaiolo e decisamente memorabile per il notaio.

Percorriamo la strada che da Bogogno scende a Suno, dato che a nord, tra Veruno e Agrate, di vigneto non ce n’è praticamente più. Ecco a sinistra il mais, a destra le acacie, aggressive, aggettanti; c’è qualche quercia; più rari i pioppi e i carpini, le betulle e i ciliegi selvatici, e poi si stende il vasto gerbido, indi il prato coltivato ad uso di foraggio che si arena su macchie di boschetto: una pace contadina si adagia sulle cose, velandole di silenzio.

Ogni tanto appaiono qualche villa recintata, fienili e stalle, e poi di nuovo gerbido, mais e acacie. Tra i cartelli stradali, accanto a quelli che invitano a feste e sagre d’inizio estate, noto quello che indica un Osservatorio Astronomico, la cui presenza segnala una scarsità di inquinamento luminoso cui non fatico a credere. Francesco preannuncia una piccola deviazione e svolta verso l’interno, raggiungendo in pochi minuti il borgo di Montecchio; memoria dell’economia mezzadrile di un tempo, è ormai un piccolo, incantevole e appartato insieme di casamenti rurali in mezzo alla campagna. Percorriamo a passo d’uomo le strette stradine, schivando dossi e pozzanghere, casali dai muri scalcinati e fienili sfondati da un lato e ugualmente utilizzati; su qualche parete è appoggiata una ruota di carro. Il borgo è vissuto e abitato: dagli orti e dai cortili pieni di fiori ci abbaiano cani nella morbida luce del secondo pomeriggio.

Può darsi sia l’ora del giorno ad aumentare la suggestione: per uscire da Montecchio si affronta l’ultimo sole che a lato della strada brilla sulle cromie dei trattori e sotto i tendoni illumina i dorsi inargentati delle foglie dell’uva fragola, così come i mattoni delle case coloniche; un uomo intento a bagnare ci rivolge il saluto da lontano.


Superata Suno, compare un’altura a sinistra della strada: è pettinata di vigne a rittochino e sormontata da baracche per gli attrezzi. “Di vigna ce n’è ancora, ma tanta se n’è persa” ricorda Francesco. Quel che può accadere a Boca, Maggiora o Gattinara, e cioè mettersi alla ricerca delle vigne storiche per non trovare che un bosco, villette a schiera, un centro commerciale o una pompa di benzina, succede anche qui. La mattina dopo, seduto a un tavolo nella cantina dei Brigatti a Suno, avrei annotato i nomi dei cru autentici della zona, quelli ancora esistenti e quelli scomparsi, ascoltandoli dalla voce dei pochi uomini che ricordano di averli visti, da ragazzi, carichi di vigneti.

A Mezzomerìco hanno lunga tradizione viticola il Möt Cattaneo, che scende alla pianura di Vaprio d’Agogna, la Filadòra, giusto in cima al Möt Cattaneo, e ancora due zone importanti come il Vasconte e il Ròccolo; poi la regione di Bosa Bodrino, nella sezione nord del comune ormai in vista di Bogogno, dove un tempo, in un vicino bosco, c’era una piccola palude, e nei tempi difficili della guerra vi era stata ricavata una minuscola risaia (bosa = buca con dentro l’acqua), e il Boglietto, tra i vigneti più celebri fino agli anni Sessanta e ancora parzialmente vitato. Altre vigne sono state abbandonate, o faticosamente conservate in minima parte: non c’è più una pianta alla Mattachina, zona che prende il nome dalla famiglia che ne fu proprietaria per secoli (i Mattachini, di Mezzomerìco), e ce ne sono poche - ma molto belle - alla Vergiasca, subito fuori dal paese, ripida ed esposta al pieno sud, in cima a una collina detta Möt Scior Bianc. Un tempo la Cantina Sociale di Oleggio, la più antica d’Italia (1891), ne ricavava un vino specifico col nome del cru, il Vergiasca, così come ne produceva altri ora scomparsi, come il Castel d’Andrino, il Barengo Bianco (Grec, cioè erbaluce, in purezza) e il Vecchia Collina, un rosso da uve di nebbiolo, vespolina e croatina provenienti da Mezzomerìco e Barengo.

A Bogogno tra le vigne più rilevanti c’è da sempre il Motto Rosso, lungo la strada che arriva da Cressa, davanti all’ingresso dell’esclusivo Golf Club. Questo vigneto è stato reimpiantato da poco; invece, la zona detta Splej, abbandonata da decenni dopo aver goduto di una certa considerazione, non siamo neppure riusciti a localizzarla con esattezza; se ne ricorda il nome, ma non l’ubicazione. 

Esistono almeno altri quattro cru tradizionali a Bogogno: il Baraggione, verso Agrate, che era un mare di vigna, anche perché non ci veniva altro (baraggia = brughiera); la Bruciata, prossima al confine con Suno e a forte componente argillosa, talché il vino è sempre risultato alto di grado alcolico rispetto alle altre zone; l’Ursaca, proprio all’uscita dalla frazione di Montecchio; e il San Quirico, un tempo almeno sei volte più esteso di oggi per superficie vitata, ma tuttora in grado di regalare un Nebbiolo di notevole distinzione.

A Suno, dove in passato c’era più vigna che a Ghemme, le grandi vigne erano state identificate e valorizzate soprattutto dall’avvocato Gaspare Voli, un tempo famosissimo in zona. Era un grande cantiniere. Veniva da Torino e sembrava un inglese, sarà stato alto due metri ed era sottilissimo: in gioventù era stato campione europeo di pattinaggio a rotelle. Una figura singolare, purtroppo dimenticata. La sua zona preferita a Suno era ’l Möt della Madonna, termine non elogiativo ma toponomastico, dovuto alla presenza di un’edicola votiva; era terrazzato come un vigneto valtellinese e dava un grande vino, ma oggi è imprigionato dalla selva di robinie. Ne vanno ricordate almeno altre sette: la Morella, una bellissima collina esposta a sud lungo la strada per Vaprio, parzialmente reimpiantata a erbaluce in tempi recenti e storica proprietà di una famiglia nobile, i Della Porta; lì vicino c’è la Costa di Sera dei Tabacchèi (nome misterioso che può darsi richiami il cognome di antichi proprietari; Costa di Sera indica l’esposizione a ovest); poi Le Moie, nella zona dell’Osservatorio Astronomico; il Motto Bello, adatto alle uve bianche, il Möt di Fic (= la collina dei fichi), il Möt di Fréi (= la collina dei funghi porcini) e il Möt Ziflon, cioè la “collina del canto degli uccelli”, il cui nome deriva dal ruscello che placidamente le scorre alla base.


Il racconto degli uomini che queste vigne hanno lavorato per una vita intera traccia l’immagine delle consuetudini di un tempo e la porge, con pudore, al giudizio di oggi. Sono valori di una civiltà contadina quasi estinta, tracce di una mentalità oggi in parte inconcepibile: lo riconoscono loro per primi. Giacomo Giustina, di Mezzomerìco, classe 1948; Giuliano Ferrari, di Bogogno, nato nel 1936; Luciano Brigatti, di Suno, del 1932: li osservo darsi man forte per ricordare, così come ho loro chiesto, una mattina, attorno a un tavolo di legno su cui ciascuno ha posato la bottiglia del vino che produce per sé.

Ne esce, in qualche ora, un ginepraio di storie senza criterio temporale, messe a fuoco in corso d’opera, intervallate da oscuri intermezzi dialettali, nomi di personaggi e vigne che non saprò trascrivere, e anche da risate, gomitate complici e sorsi generosi. “Il vino non era tanto commercializzato, una volta: parecchio lo bevevamo noi”, a Giuliano sorridono gli occhi turchesi. “Il consumo in famiglia era alto: una botte da trenta brente, che saranno quindici ettolitri, la finivamo in un anno, o anche meno.” Obietto che sono oltre quattro litri di media al giorno. “Ma bevevano anche le donne, qualche bicchierino, mangiando. E un pochino, poco, lo bevevo anch’io.” “E chi beveva tutto il resto?” “Mio padre.” “La domenica avevamo tutti la casa piena, c’erano gli ospiti” soggiunge Giacomo lisciandosi i grandi baffi. Gli altri due ridono e si passano parola. Il racconto di uno fa venire in mente il seguito all’altro. Luciano: “Noi producevamo anche un rosso leggero, che non credo superasse i sette gradi di alcol. Si otteneva - come dire? - sciacquando le vinacce alla fine della macerazione del vino vero e proprio, che tiravamo per una quindicina di giorni sempre a cappello steccato, cioè sommerso”. Giuliano: “Andavano fuori a tagliar prato alle quattro del mattino e prendevano due fiaschetti di vino da quattro litri e lo finivano entro le otto sempre del mattino, quando le mogli arrivavano con la colazione. Portavano lardo, bologna e pan carlón, che sarebbe il pane di San Carlo, cioè il pane di mais, e ovviamente un altro fiasco di vino. A mezzogiorno il cibo era finito e il fiasco vuoto”.

Giacomo, prendendogli un braccio: “E ti ricordi la famiglia dei Leonardi di Mezzomerìco? Erano tre fratelli di cui due sposati e uno no: al mattino presto salivano su col cavallo dove avevano venti pertiche di prato, portavano con loro la colazione e restavano su tutto il dì per lavorare, tagliare, arare e dopo il pranzo girare le andane (“voltare il fieno”, ndr). Il vino era ogni giorno un damigianetto da 25 litri, che quando la sera tornavano era bello e suonato; arrivavano alle quattro e mezza, le cinque del pomeriggio, mica per riposare ma per lavorare ancora, per fare i mestieri, quelli della stalla, il rigoverno del cavallo: era una vita sacrificata”.

Giuliano: “Io mi ricordo ancora il primo dell’anno di tanti anni fa il povero Erculìn Zenone (gli altri, che già sanno, ridono) che, dopo aver bevuto per tutta la notte, se ne va da solo in osteria dopo pranzo: lo incrocio verso le sei che stava uscendo. Chiede di pagare quel che aveva consumato da solo in due ore: erano sette caraffe di vino. E poi mi ricordo che mio zio, che faceva parte della commissione del Circolo, girava con gli altri per le cantine dove sapevano che c’era una botte di vino buono. Serviva per il circolo, per il mese, o la settimana”. Prosegue Giacomo: “E quando venivano questi della commissione a casa di mio nonno, che aveva due filari di freisa in una vigna, uno era suo cognato; arrivavano dopo cena e questo gli diceva parlando della freisa: ‘Dè, cügn: quand l’è prünta t’anvis, eh!’ (‘Ehi, cognato: quando è pronta avvisaci, eh!’). Nonno ne faceva più o meno sei damigiane da cinquanta litri e il cügn le comprava e le portava al Circolo. Non duravano una settimana. La verità è che il vino era il mezzo più comodo per darsi forza… o come si dice oggi, per assumere calorie. L’invernata qui è sempre stata dura. I lavori della campagna, anche”.

Luciano racconta delle vigne, di come erano allevate: “Esisteva in queste colline un sistema del quale non conosco il nome scientifico, ma che noi chiamavamo alla nostra moda (gli altri annuiscono e lo ripetono in dialetto), senza fili di ferro, con i tralci legati con il salice al palo di sostegno. 


Ma quasi tutto era coltivato a maggiorino, come lo chiamavamo a Suno, o meglio a maggiorina, al femminile: era il sistema che era nato a Maggiora. Era una pergola, con sesto d’impianto di solito di quattro metri per quattro e densità di poco più di 600 gambe a ettaro, ma venivano in realtà piantate, su un piccolo tumulo di terra, tre o quattro barbatelle, una attaccata all’altra, che venivano condotte ai punti cardinali a costruire una serie di quadretti. Nonostante la densità bassa, da un ettaro di maggiorina ben lavorata si ottenevano anche quindicimila bottiglie di vino.

Era un sistema faticoso, e per questo è stato abbandonato: c’era da lavorare per la gestione del verde, si tagliava un’infinità di tralci e foglie, e c’era da falciare l’erba altissima che cresceva nel palarino, cioè nell’interfilare; e l’erba si dava alle bestie. Perché ogni azienda era mista: quasi tutte le famiglie lavoravano in mezzadria, e ciascuna aveva la vigna da vino, ma anche quella da mensa o l’uva fragola, i cereali, un po’ di bosco, un po’ di prato, la stalla e qualche albero da frutta, essenzialmente il pesco selvatico e il fico. Le pesche di vigna erano la fine del mondo”.

Da uno dei cru tradizionali sopra enumerati, il Möt Ziflon, nel comune di Suno, nasce il vino più significativo dei Brigatti, la famiglia di Luciano e Francesco, cui va la nostra profonda gratitudine. 

Pur non avendo conservato un vero e proprio archivio storico di bottiglie, padre e figlio hanno accettato di ripercorrere la storia di questo rosso, aprendo per noi, nella quasi totalità dei casi, una delle ultime bottiglie di ciascun millesimo rimaste in cantina. Il Möt Ziflon è di proprietà dei Brigatti dagli anni Venti. Fu Alessandro, il padre di Luciano, ad acquistarlo, finanziandosi con la vendita, vivamente contestata in famiglia, di tutti gli animali di sua proprietà: tre mucche e un cavallo. Nasce oggi dall’uvaggio di nebbiolo (85%), vespolina (10%) e uva rara (5%) che si ritrova nel vigneto, piantato su portainnesto 420A nella parte più vecchia; per i nuovi impianti invece si è preferito affidarsi al Gravesac, raro portainnesto misto americano-europeo (Berlandieri x Vinifera) perfetto per i terreni umidi e acidi. Il luogo è praticamente in piano, la classica terrazza fluvioglaciale di argille e detrito a circa 280 metri di altitudine, completamente inerbito; è molto ricco di potassio e magnesio, e termina da una parte in riva al torrente omonimo, dall’altra al limite di un bosco, dove la terra si fa rossiccia per la presenza di ossidi di ferro.

Da una trentina d’anni la vigna del Möt Ziflon, esposta a sud-ovest, è allevata a guyot, dopo riconversione completa delle vecchie maggiorine, e l’età media delle piante sfiora i quarant’anni. Le tre varietà sono raccolte e vinificate separatamente – la vespolina a fine settembre, l’uva rara ai primi di ottobre, il nebbiolo a metà ottobre. 

La fermentazione, per opera dei lieviti di cantina, avviene in acciaio a temperatura controllata con circa 15 giorni di contatto con le bucce per tutte le varietà e un paio di rimontaggi al giorno; la malolattica oggi ha luogo subito dopo la fermentazione alcolica, mentre in passato, fino alla fine degli anni Ottanta, era solo parziale o, in qualche caso, non partiva affatto né veniva indotta. 


Il vino assemblato passa quindi in grandi botti di rovere: quelle di Slavonia da 30 hl furono acquistate ormai una trentina di anni fa durante la costruzione della cantina e calate dal tetto, non passando dalla porta, le due botti francesi sono più recenti.

Dopo venti mesi di maturazione, il vino è imbottigliato, tenuto qualche tempo in vetro e infine commercializzato.

Dal 1958 è stato prodotto ogni anno salvo che nei millesimi 2002, 1992, 1987, 1984, 1981, 1977, 1966, 1965, 1963 e 1962. La degustazione ha avuto luogo a Suno, lungo un arco di tre giorni e in sei riprese. Le annate dalla 1961 alla 1996 sono state vinificate dal padre di Francesco, Luciano Brigatti, al quale abbiamo pensato di lasciare l’ultima parola trascrivendo, senza ulteriori commenti, un suo ricordo scaturito d’improvviso al tavolo di degustazione, mentre si discettava di descrittori e aromi del nebbiolo. “Rammento che in una degustazione collettiva a Bardonecchia avvertii a un dato punto in un vino di questa zona un profumo preciso. Assaggiavamo il vino in silenzio, poi a turno ciascuno di noi era chiamato a condividere le proprie impressioni; quando fu il mio turno descrissi il sentore così come mi venne di fare, e quando rialzai gli occhi vidi che tutti mi fissavano. Ma io ero sicuro di quel che avevo detto, e provai a ribadirlo. Il vino profumava di bambola. Così dissi: ‘Questo vino profuma di bambola’. Odorava così, di qualcosa di dolce e di semplice, qualcosa di simile forse al borotalco. Io non so, mi sembra che i giocattoli dei bambini abbiano qualcosa che li accomuna nell’odore, ecco. O almeno ce l’avevano le bambole e i giochi dei bambini di allora.”

2012 

Colore lieve e trasparente e bouquet di ciclamino e rosa, anguria e melagrana, assenzio, legno di balsa e una chiara sfumatura cosmetica, come di rossetto. Sorso di sobrietà impeccabile: il sapore è fresco e diffuso, i tannini setosi, e l’acidità è una presenza misurata che riesce comunque a vivificarlo; nel sapido finale tornano ricordi di petali di rosa e succo di ribes. Semplicità, bonomia e spontaneità tipiche del millesimo: tutte doti che consideriamo preziose.


2011 

Tono cromatico simile al 2012, con un lieve riflesso bruno al centro del calice. Bella partenza all’analisi olfattiva, con il lampone e il ribes in evidenza sulla classica rosa e su toni sottilmente iodati. All’assaggio è più severo del previsto nella grana del tannino, mantiene tuttavia una certa droiture lungo lo svolgimento e chiude in media estensione lasciando un senso di pulizia e nettezza dei sapori. In divenire, ma non manca di classe, pur essendo scaturito da un millesimo tutt’altro che facile in zona.

2010

Prima bottiglia assaggiata con un carattere e un assetto definiti. Ha colore più compatto dei due precedenti, ma egualmente luminoso. Naso complesso e insolito inaugurato da note di luppolo, pane nero e ginseng, poi fiori amari come il lilium, tè nero e una chiara nota di gelatina di ciliegia. Il notevole grado di maturazione delle uve si coglie persino meglio al palato, che è pieno, caldo, assertivo; il finale è appoggiato su un’impetuosa mineralità quasi gessosa nella trama, ed è da questa un poco asciugato. Parrebbe un 2010 abbastanza atipico; la sua parsimonia olfattiva e la sua durezza d’assaggio dovrebbero tuttavia potersi risolvere entro qualche anno.


2009

L’annata calda e precoce ha lasciato in tale evidenza le note varietali del nebbiolo, stemperate qui in un calore dilatato, da far sì che la fisionomia generale sia confondibile con quella di un vino del distretto albese, magari un Roero. Colore rubino chiaro e trasparente, naso di buccia di agrumi e ruta, pesca gialla e mentuccia, rosolio e sabbia calda, e un gran ritmo al palato, dove diffonde una struttura di tutto rispetto; manca un’idea di acidità, ma una schioppettata di sale rilancia la persistenza, a ribadire quello che sembra il vero carattere del millesimo in Alto Piemonte.

2007

Prima annata del Möt Ziflon come Colline Novaresi Nebbiolo. Il colore è classico e ancora giovanile, e il bouquet altrettanto integro e fresco, prepotentemente balsamico con le sue note di erbe alpine e felce, genziana e muschio, e persino qualche suggestione marina (alghe) a far da cornice al quadro di fiori e frutta di un Nebbiolo classico. La carica acida del sorso dinamizza il sapore, calibrato e discreto invece nella grana tannica e nella durata della persistenza, di garbata salinità. In definitiva, una magnifica espressione delle potenzialità della zona, con lunghi anni di evoluzione davanti a sé.


2006

Naso evoluto di liquirizia, sottobosco e humus, ma anche di vinile e tabacco, piuttosto stanco e polveroso, privo di slancio. L’assaggio è purtroppo in asse: la densità del vino testimonia una volta di più il carattere tannico ed estrattivo del millesimo, senza che qui appaiano la sensazione di potenza e il carisma delle grandi bottiglie da nebbiolo del 2006. Chiude su un ritorno di catrame e caffè tostato; il finale disseccato e corto suggerisce tuttavia la probabilità di un tappo non perfetto.

2004

Colore vivo e luminoso e silhouette olfattiva più elegante che ricca: violetta, zenzero, spezie e buccia di mela rossa, quest’ultima davvero olografica, poi qualcosa di appena terroso e boschivo (humus, timo); in una ventina di minuti appare un primo cenno evolutivo, una nota leggera di colla e di cuoio. Bella bocca, proporzionata e morbida, dal tannino ben fuso alla struttura e decisamente stondato; anche l’acidità risulta meno ficcante e incisiva del prevedibile. Un rosso accurato e fine da un’annata considerata da sempre eccellente. Siamo forse nel mezzo della sua finestra temporale di maggiore disponibilità; avendone in cantina, insomma, non aspetteremmo troppo.


2003

Colore tonico, rosso vivo al centro, sfumato di arancio chiaro al bordo, in una luminosità suggestiva. Naso maturo e affascinante; alle note esotiche che letteratura ha affibbiato a quasi tutti i prodotti del rovente millesimo si sostituisce qui un calore alcolico neutro, che accompagna una lussuosa declinazione aromatica di radice di liquirizia, ciliegia, rosa canina, terra calda, cacao, genziana, iodio; bilanciamento perfetto all’assaggio, e sviluppo sicuro e inesorabile, fino alla vasta apertura del finale, tutto sugli agrumi. Grande interpretazione e prospettive evolutive a nostro parere rilevanti.

2001

Scende nel calice un liquido del colore di un bianco macerato, un orange wine; è accaduto che il colore sia precipitato sul fondo formando una specie di foulard di materia fluttuante, e lasciando al vino un’espressione così trasognata da indurci a non aprire una seconda bottiglia e a descrivere questa. Il naso è di caramella al miele, resina, marron glacé e fieno, con qualche cenno di salsedine e acqua salmastra e un tocco di legno di rosa; il sorso è un soffio, svuotato di estratti, ma ancora ritmato dall’asse di acidi e sali che ci si deve sempre attendere vitale dai vini dell’annata. Finale di eterea finezza; per quanto bislacca ed estemporanea, un’esperienza.


1999

Colore granato di rilevante concentrazione per la tipologia. Profumo espansivo e disponibile, non esente da qualche censura: il naso, netto sul sottobosco, sulla frutta scura, su note minerali anch’esse cupe e catramose, è sporcato da qualche lieve sentore di “brett” (sudore, pelliccia bagnata, cerotto). La ricchezza del millesimo è meglio espressa al gusto, ricco e maturo, levigato dall’alcol; il finale si slabbra un po’ per via di una certa scissione dell’acidità rispetto al corpo del vino, ed è sacrificato nella finezza dall’inevitabile eco “brettata”.

1998

Fiori appassiti, ciliegia nera, fungo, cipria, liquirizia, mentolo, selce: le classiche note autunnali e profonde dei Nebbiolo di questo millesimo hanno qui trovato un afflato lirico, forse per via dell’inconsueta levità estrattiva dell’insieme. All’assaggio la sua qualità è persino più evidente: procede in crescendo verso uno splendido finale floreale, articolato e complesso. Possibile che sia all’apice del suo percorso, certo è che oggi è in grado di fornire un’esperienza sensoriale di piena soddisfazione, in linea con quella di altri suoi coetanei in via di rapida rivalutazione.


1996

Colore granato trasparente e luminoso, veramente bello, e favoloso profumo in cui a una folata marina si affiancano una florealità più ricercata e graduale (iris, lavanda) e poi note di acqua di pomodoro, muschio, frutta aspra (nespola) e legno di balsa. Al sorso è fresco e scattante, lineare, raffinato; procede appoggiato all’acidità più che a un tannino che appare del tutto inoffensivo e smussato, e chiude su note citrine e speziate un’esibizione che va allineata alle più efficaci della degustazione.

1995

Di un rubino pieno e vivo, trasparente fino al cuore. Intrigante il bouquet di albicocca, tiglio, henné, luppolo, erbe aromatiche e nettissima arancia, nota quest’ultima che lascia presagire un’acidità febbrile; all’assaggio conferma freschezza, complessità ed eleganza; una componente metallica resta circoscritta; le sensazioni finali hanno un gradevole tratto amaro e la persistenza, pure un po’ sfuggente, completa un insieme coerente. Dovrebbe avere ancora margini di evoluzione.


1994

Manto trasparente tra il rubino e il granato, ricco di riflessi. Il naso è sensazionale per varietà e bellezza, tra note di fiori, lampone, buccia di mela, ghianda e cereali, con un tocco smaltato e un che di marino; è anche la definizione di tutti questi aromi, stupendamente scanditi, a emozionare. Al sorso è invitante e slanciato, fresco, composto; snocciola bene il suo sviluppo e chiude lungo offrendo in fondo uno slancio e un calore coinvolgenti. Una delle rivelazioni della verticale, pur provenendo da un’annata considerata anomala e complicata in azienda, come in tutto il territorio.

1990

Bel colore rubino chiaro e netto, trasparente e leggero. Profilo aromatico fresco e lieve, per mezz’ora limitato a refoli di mentolo e muschio quasi pungenti, poi lentamente aperto a suggestioni di spezie, fiori e salgemma. La bocca è seria ma lineare, setosa nel tannino, dosata nell’acidità, misurata nell’estratto; l’impressione generale è di un corpo proporzionato e gracile, inatteso dopo venticinque anni di letteratura sul millesimo, che altrove ha donato vini più robusti. Chiude sul sale e la frutta aspra, senza trovare saldezza “da 1990”, ma altresì senza perdere, per fortuna, la sua preziosa fragilità.


1989

Espressione didascalica del millesimo: la resistenza all’ossidazione dei vini da nebbiolo si va manifestando in profili terziari complessi e inusuali. Qui la natura scalena del bouquet e il fuorviante contegno gustativo lo rendono persino confondibile, nel bicchiere nero, con un bianco del Carso. Profuma di lilium, cachi, tabacco, coriandolo, polvere, pietra di fiume e ardesia, e all’assaggio il tutto è altrettanto singolare, fresco e aspro nei ritorni di frutta fermentata e timo, debole invece nel tannino; la forza amara del finale ha però qualcosa di portentoso e ne proietta la persistenza verso valori d’eccezione.

1988

Arancio chiaro e brillante, riflessi oro bianco; un velo di colore svolazza insolubilizzato in fondo alla bottiglia. Bouquet, di conseguenza, flebile e delicato, di miele caldo d’arancio, zenzero, gelée alla menta, artemisia e genziana, e assaggio piuttosto fiacco per via di un’acidità arrendevole e una struttura residua davvero precaria. Chiude sbrigativamente. Bottiglia che non fa troppo testo, ed è evidente, ma abbiamo tenuto fede al proposito di non aprirne in nessun caso un’altra a meno di difetti di tappo o simili; un secondo esemplare presentava del resto, esaminato da fuori, identica fase di precipitazione completa della materia colorante.


1985

Una sfumatura vegetale introduce la performance più spiazzante dell’intera degustazione, e al contempo una delle più entusiasmanti. Sembra di entrare in una piscina termale all’aperto: sali da bagno, fango, radici, fogliame e zolfo, oltre a liquirizia, miele amaro, sandalo, anilina e mandarino. Anche l’assaggio consegna un grande vino, che ha trama gustativa di straordinaria pulizia, nobilmente astringente a centro bocca, irradiante infine nel vasto epilogo, che lascia la sensazione di aver assaporato un vermouth, tale la verosimiglianza delle nuance di erbe aromatiche. Vino fantastico e caposaldo della verticale; è l’ultimo millesimo prodotto da papà Luciano e come congedo, bisogna dire, non c’è male.

1982

Granato caldo, trasparente al cuore, con qualche bagliore color mattone chiaro all’orlo. Classica e nobile la declinazione terziaria del bouquet, che apre su note di mandarino, grafite e seltz, poi schiude un piccolo patrimonio di natura erbacea e vegetale, dalla felce al gelsomino, alle foglie secche e al sigaro, all’alloro, indi alla liquirizia, con qualche richiamo di spezie piccanti e terracotta. La bocca è vitale, aspra, un po’ cruda nell’acidità che fodera letteralmente le guance prima che dilaghi una bella sapidità a qualificarne la persistenza.


1980

Strano colore ambrato trasparente con riflessi topazio; anche qui come in altre bottiglie il colore si è eclissato. Naso esangue, pungente di acidità volatile; l’effetto è di frutta fermentata, tabacco e smalto, e lambisce, pur senza toccarlo, lo spunto acetico; altre sfumature percepibili quelle di legno vecchio e propoli. Bocca esile, incompiuta, appesa a un filo; nulla di confortante da rilevare lungo un epilogo scarnificato. Annata in cui il gelo è arrivato con molti nebbiolo ancora da vendemmiare; ne sono sortiti rossi spesso spettrali, impalpabili e come frastornati.

1978

Granato intenso, certo tra i più compatti. Naso caldo, infiltrante e maturo, in cui una nota di frutta (visciola, forse) resiste ancora mentre tutt’intorno gli aromi terziarizzano con decisione: tartufo, radici, terra umida, crema di marroni, pepe e vinile. L’assaggio non brilla per precisione ma è almeno dinamico ed espressivo; mette in scena alla fine una progressione che conduce i sapori a echeggiare in un finale vibrante, salatissimo, lungo, reso solo un po’ crudo dall’evidente presenza di acido malico non svolto.


1974

Aranciato con riflessi vermigli, ma brillante. Il naso tuttavia ne rivela una confezione artigianale ed empirica: la nota di testa, che ne condiziona l’intera espressione, è di legno vecchio (“butalòn”, annuisce con un sorriso Luciano al tavolo di degustazione); anche le citazioni di brodo di funghi e mela acerba ne confermano la fattura approssimativa e il grado avanzato di evoluzione.

1971

Altra bottiglia condizionata dalla volatile, sebbene meno del 1980; l’insieme è coeso e indistinto, sentori di tabacco fermentato, noce, humus, grafite e ruggine disegnano un quadro banale e di limitata vivacità. Alla prova dell’assaggio ha concentrazione da vendere e una chiara pungenza acida, una vera stilettata di malico, echi scuri di soia e fogliame, accettabile equilibrio e una persistenza soave ma alla resa dei conti monocorde e vissuta. Come Nebbiolo del 1971 disorienta a dire poco per questa sua “opacità”; la calura dell’annata si sente ancora, ma qui latitano la complessità e la carismatica energia dei non pochi coetanei di valore mondiale.


1970

Aranciato fitto, ma non luminoso. Profumo confuso ed evoluto, monopolizzato dalla declinazione dei tipici sentori del sottobosco autunnale e solo un filo più leggiadro e vario nelle sfumature floreali; oltre non va. Bocca dalla fibra allentata, per fortuna rinfrescata in fondo da un’acidità che qui è il solo elemento che lo tenga ancora insieme, data la lettura minerale stranamente fuori fuoco; l’estensione del finale risulta comunque sacrificata. Esito non straordinario per una vendemmia che, del resto, in zona è persino più irregolare che nella Langa albese: in entrambe ha fornito risultati altalenanti ad onta dell’iniziale, ottima accoglienza.

1969

Tipico parto della sua annata, già in terziarizzazione inoltrata e con indizi di decadimento ossidativo sin dal colore velato. Sa di erbe da amaro, castagnaccio, sangue, fogliame e humus, con una sensibile nota animale che purtroppo si staglia sullo sfondo rendendolo quasi rustico. Bocca ricca di materia, dalla focalizzazione migliore rispetto al naso, ma certo non esaltante né per complessità né per tenacia; l’uscita è in calando, su note mature e un poco appiccicose di carruba, fungo e miele di castagno.


1967

Un compendio della terziarizzazione virtuosa del nebbiolo altopiemontese. Salgono dal bel granato acceso profumi di ciliegia matura, china e liquirizia, accanto a note bruciacchiate di cenere e brace e divagazioni imprevedibili di carciofo e “tubazione” - un insieme di metallo, ruggine e muffa che non sapremmo come altro descrivere; il coacervo è mobile e cangiante e non offre punti d’appoggio stabili per almeno tre quarti d’ora. Al gusto è rude a dire poco; la morsa del malico e la massa tannica stringono l’insieme, che verso l’epilogo si fa più crepuscolare e rarefatto; le note dell’uscita, agrumate e combuste, sono di rara suggestione. Punto esclamativo sul valore di un’annata eccelsa, la quale appare pacificamente tra le cinque a maggior potenziale di longevità per il vino classico italiano tra il 1946 e il 1981.

1964

Colore granato leggero, smagliante nei riflessi che toccano il rubino e il rosa antico. Naso, in una parola, caleidoscopico; è un profumo di eccezionale spazialità e respiro quasi balsamico, che ricorda il crisantemo e il glicine, poi pepe bianco e mandorla tostata, con un cenno di arancia amara e ancora nuance di cipria, lentisco, tè rosso, ruggine e limatura di ferro. La bocca è piena e voluttuosa, il ritorno dei profumi di un nitore stupefacente, il finale continuo, appena amarognolo ma energico, vigoroso, indimenticabile.


1961

Granato scuro, un po’ intorbidito. È ormai disteso sul terziario: fondo di caffè, erba medica, qualcosa di tostato e di amarognolo, silicone e bacche selvatiche; mancano a un tempo definizione e connessione. Al sorso non convince, limitato com’è dalla ruvida presenza del tannino e dalla deriva ossidativa del sapore. Il finale, che ha ritorni di dattero e caramello, è amaro, persistente dal punto di vista tattile, ma senza che l’insieme trovi il modo di aprirsi a un’autentica complessità.

Vitae 07
Vitae 07
Settembre 2015
In questo numero: Qualcosa brilla oltre il bosco di Armando Castagno; Un vino allo specchio di Roberto Bellini; Sua maestà, il tortellino di Cecilia Buonagurelli; Il ruolo del suolo di Roberto Cipresso; Tutti i vini del presidente di Massimo Castellani; Il cuore (in)contrastato di Milano di Ilaria Santomanco; La nuova luce del Faro di Giorgio Fogliani; EXPO food circus di Valerio M. Visintin; Sulla via delle spezie di Francesca Zaccarelli; Oro antico di Taggia di Alessandro Carassale; Non di solo orzo di Maurizio Maestrelli; Il colore dell’olio di Luigi Caricato; Note di degustazione - L’energia nascosta di Fabio Rizzari; Pas dosé - Il vino aggredito di AIS Staff Writer.