organo
e pregiudizio

Fabio Rizzari

C’è un modo leggero, cordiale, non offensivo di ironizzare sui gusti altrui; un modo rispettoso, democratico, orizzontale, in cui lo svolazzo scherzoso è innocuo. All’opposto c’è un modo snob, antipatico e sprezzante di ironizzare sui gusti altrui, dall’alto di una presunta superiorità culturale o di chissà quale sensibilità superiore. Nel caso che sto per descrivere, scelgo ovviamente il modo snob e sprezzante.

Tra le mille sottovalutazioni e distorsioni che feriscono la musica cosiddetta colta nell’opinione comune, una delle più urticanti riguarda la musica d’organo. Per un singolo soggetto che viene sedotto dalla sua profonda, avvolgente sonorità (“un suono che sembra provenire dalle viscere della terra”, secondo un personaggio del film felliniano La dolce vita), ce ne sono cento che rimangono prigionieri dell’immagine convenzionale dell’organo a canne che ci viene propinata fin da bambini: atmosfere gotiche da film dell’orrore, lo psicopatico che pesta i tasti dopo aver avvelenato la sua vittima, lo scienziato pazzo che trama per distruggere il mondo.

Oppure, nella meno distorta delle ipotesi, la sua musica è associata alle più deprimenti cerimonie religiose, scambiata per il flebile belato di uno strumento molto diverso, lo sfiatato harmonium.

No, mi dispiace. L’organo non è né una tremolante gelatina che si coglie appena nel sottofondo di un coretto di voci bianche, né il disturbante strombazzamento acustico di una pellicola sui vampiri.

È tutt’altro. È il più ricco, iridescente caleidoscopio sonoro tra gli strumenti musicali. Può essere ed è spesso uno strumento vitale, luminoso, pieno di energia. Può generare onde sonore telluriche o soffi sottili, filati sonori delicatissimi. Può ipnotizzarvi con suoni trasparenti come un cristallo o farvi saltare le otturazioni dentali.

In questo senso la musica d’organo ha molte affinità sensoriali con il vino. Il miglior repertorio organistico produce effetti sul sistema nervoso centrale, e direi anche periferico, simili a quelli generati da un bel rosso. Prendiamo a proposito la grande scuola organistica della Germania, in particolare del Nord. Qui, nel XVII secolo, si sviluppò uno stile fiammeggiante, virtuosistico, parte mutuato dal teatro (nell’idea di sorprendere l’ascoltatore con inaspettati cambi di registro, di spessore sonoro, di tonalità), parte dalla secolare tradizione improvvisatoria italiana. Tale stile, che prende il nome evocativo di stylus phantasticus, per intensità e libertà espressiva potrebbe piacere a un ventenne quanto e più del post-rock o del post-metal.

Se non avete mai ascoltato nulla di Buxtehude, per dire il primo nome che viene in mente, è come se vi foste persi un grand cru di Vosne Romanée. La sua maniera di suonare era talmente incendiaria che il ventenne Bach percorse a piedi quattrocento chilometri, da Arnstadt a Lubecca, per andare ad ascoltarlo all’organo della Marienkirke: aveva previsto una permanenza di quattro settimane, rimase a studiarne – ammirarne, verosimilmente – l’arte quattro mesi. Di tutta la sterminata letteratura organistica bachiana, la radice più imponente è quindi rappresentata dalla musica di Buxtehude e in generale della scuola settentrionale.


“Tristo è quell’allievo che non supera il maestro”, scriveva Leonardo. Bach divenne un organista stupefacente, ben sopra il suo vecchio maestro. “La sua velocità è prodigiosa. Esegue sulla pedaliera passaggi che un virtuoso avrebbe difficoltà a suonare con le mani”, annota un contemporaneo.

Non ne abbiamo documentazione diretta, ma il sospetto che Bach amasse il vino è forte; che abbia composto sotto l’ebrezza di qualche bicchiere pure. Per via indiretta, sono numerose le tracce di un interesse non aneddotico. Nella vasta biblioteca del Kantor erano presenti diversi volumi del teologo luterano August Pfeiffer, autore che dedicò un lungo studio al miracolo delle nozze di Cana. Descrisse una bizzarra ma evocativa lista di vini celesti: Ehren-Wein (il vino dell’onore), Trost-Wein (il vino della consolazione), Segens-Wein (il vino della benedizione), Vorraths-Wein (il vino dell’abbondanza), Freuden-Wein (il vino della gioia) e Himmel- und Engel-Wein (il vino del paradiso e degli angeli). L’ultimo di questi vini era il più importante, e Pfeiffer, ricordando che il “miglior vino è servito alla fine”, commenta: “welchen als den besten, er auf die lezte behalten will, ins ewige Leben” (“che, come migliore, vuole riservare alla fine, nella vita eterna”).

Cerchiamo di ricordarcelo, quando organizziamo una cena e decidiamo di offrire ai nostri ospiti la bottiglia migliore all’inizio, e quella di qualità più corrente alla fine.

Vitae 10
Vitae 10
Settembre 2016
In questo numero: Auguri Pithecusa di Antonello Maietta e Marco Starace; Roussillon, Francia caliente di Roberto Bellini; Gioielli della terra di Morello Pecchioli; Rosse fragranze di Roy Zerbini; Crannatza de Aristanis di Giorgio Demuru; A Trento son cinquanta di Staff AIS Trentino; Pietre (fa)miliari di Antonello Maietta e Nicola Bonera; Servizi eccellenti di Federico Graziani; AIS e Sant’Anna di AIS Staff Writer; L’alta cucina esiste? di Valerio M. Visintin; Baluardo Luxardo di Luca Ferron; Poesie brassate di Riccardo Antonelli; Capitani coraggiosi di Luigi Caricato; Note di degustazione - Organo e pregiudizio di Fabio Rizzari; Pas dosé - KO del punteggio del vino? di AIS Staff Writer.