l'astro del Taurasi
Antonello Maietta

“Mettendo da parte la mia modestia, ma sotto l’usbergo del mio rasposo carattere piemontese, devo asserire che di vini me ne intendo, e domandando scusa ai miei Barbera e Barolo, devo dire che il Taurasi è il loro fratello maggiore.” 

Una frase di questo tipo potrebbe essere archiviata semplicemente come l’omaggio di un appassionato degustatore piemontese nei confronti del nobile vino irpino, se non fosse che a pronunciarla, nel 1932, fu l’onorevole Arturo Marescalchi. Emiliano di origine, si sentiva piemontese a tutti gli effetti, avendo trascorso nel Monferrato la maggior parte della sua vita e della sua attività professionale in qualità di enologo e agronomo. Questa circostanza fa mutare parecchio lo scenario, poiché stiamo parlando di uno dei padri dell’enologia moderna italiana, una persona rigorosa e poco incline alla piaggeria o al facile entusiasmo che in quel momento ricopriva l’incarico di Sottosegretario del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. 

Il nome del vino trae origine dalla cittadina dove tuttora è particolarmente fiorente l’attività vitivinicola, denominata Taurasia dai Romani e da questi, in perenne disaccordo con le popolazioni locali, completamente rasa al suolo nel 268 a.C. Tra il 181 e il 180 a.C. fu deportata qui e in tutto l’ager Taurasinus (gli attuali Campi Taurasini) una comunità di Liguri-Apuani, popolazione di stirpe celtica avvezza alla coltivazione dei campi, che ebbe il merito di mantenere il sistema di allevamento della vite cosiddetta “greca”. Nel 42 a.C. il territorio fu definitivamente assegnato, come tributo di gratitudine e riconoscenza, ai soldati romani veterani della battaglia di Filippi in Macedonia, i quali continuarono la coltivazione della vitis ellenica importata dai luoghi dei combattimenti. Anche Tito Livio nel suo Ab urbe condita cita “Taurasia dalle vigne opime” quale fornitrice di vino di eccellenza per l’impero. 

La perimetrazione geografica dell’attuale comprensorio del Taurasi è regolamentata dal 26 marzo 1970 grazie al riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata, a cui ha fatto seguito il Decreto Ministeriale dell’11 marzo 1993 che ne ha elevato il rango a quello di Garantita. Il Taurasi è stato quindi il primo vino dell’Italia meridionale a meritare la Docg, e il fatto che la sua supremazia sia stata scalfita soltanto dieci anni dopo, il 18 luglio 2003, dai conterranei Fiano di Avellino e Greco di Tufo, la dice lunga sulla considerazione di cui ha sempre goduto l’Irpinia dal punto di vista vitivinicolo.

 
La zona di produzione si estende su 17 comuni, disposti lungo il sistema idrografico del fiume Calore, che ha origine, nel comune di Montella, dal monte Accellica, un rilievo che fa parte dei monti Picentini situati tra le province di Salerno e di Avellino. Il suo corso attraversa il territorio irpino per una quarantina di chilometri da sud a nord, prima di entrare nel Beneventano. Già nel nome è evidente la peculiarità di questo fiume, derivando con buona probabilità dalla sua temperatura, molto più elevata rispetto a quella degli affluenti. Grazie a tale caratteristica, era consuetudine nell’antichità bagnarsi in queste acque, soprattutto nei mesi estivi, per la radicata convinzione che il suo tepore fornisse benefici effetti alla stregua delle acque termali, arrivando a lenire i dolori reumatici.


Malgrado questa testimonianza storica, non possiamo certo affermare che le condizioni ambientali siano gradevoli durante l’intero anno, poiché il clima invernale è piuttosto rigido, con precipitazioni a carattere nevoso, e sono frequenti le gelate primaverili, talvolta tardive, che espongono a gravi rischi lo sviluppo vegetativo. Per contro, come molte aree interne del nostro paese, la zona beneficia di forti escursioni termiche e di bassa piovosità, con temperature estive assai miti. A ciò si aggiunga la favorevole orografia del territorio, con i vigneti collocati tra i 400 e i 700 metri di altezza e ampie superfici boschive sui rilievi. Tutto questo fornisce le condizioni termiche ideali per assicurare alle uve un corretto processo di maturazione, grazie al graduale sviluppo degli zuccheri e degli acidi, ma soprattutto all’equilibrio tra queste componenti, elemento imprescindibile per dar vita a vini di pregio.

 
L’elevato contenuto di argilla nei terreni, con una buona presenza di calcare, influenza positivamente la qualità delle produzioni, soprattutto in estate quando è maggiore il rischio di brevi periodi siccitosi, consentendo il mantenimento dell’acidità e una regolare maturazione delle uve.

Oggi il sistema di allevamento prevalente nei vigneti a coltura specializzata è la spalliera, con potature a guyot o a cordone speronato e ridotto carico di gemme per ciascun ceppo, per ottenere uve di spiccata qualità. A farne le spese è stata soprattutto l’ormai antiquata, ma sempre affascinante, alberata taurasina, con i suoi alti festoni risalenti alla tradizione etrusca.

 
L’aglianico è il vitigno pressoché esclusivo nel Taurasi, sebbene il disciplinare di produzione consenta da sempre l’utilizzo di altre varietà a bacca nera non aromatiche fino a un massimo del 15 per cento. Si tratta del vitigno a bacca nera attualmente più diffuso in Campania. Predilige le giaciture di natura vulcanica e ha origini molto antiche. Pur non essendoci pieno accordo tra gli studiosi, le ipotesi più condivise ne fanno risalire l’introduzione in Campania all’epoca degli insediamenti della Magna Grecia, intorno al VII-VI secolo a.C. 


Anche sull’origine del nome non c’è convergenza: potrebbe derivare dall’antica città di Elea situata sul versante tirrenico dell’attuale Basilicata, da cui Eleanico, oppure, più semplicemente, considerando la sua origine greca e la diretta discendenza dalla vitis ellenica, è plausibile una storpiatura del termine “ellenico” durante la dominazione aragonese in Campania nel XV secolo, divenuto “aglianico” per la consuetudine fonetica spagnola che trasforma in questo modo la pronuncia della doppia elle.


Alcune testimonianze storico-letterarie sulla presenza di un vitigno di grande pregio in questa macroarea del Sud Italia rimandano a Orazio, nativo di Venosa, che elogiò l’ottimo vino della sua terra; attualmente nell’Aglianico del Vulture è riconoscibile un consanguineo del Taurasi, pur con le differenze organolettiche che i terreni del massiccio vulcanico assicurano all’esuberante vino lucano. Rimanendo su dati certi, che la varietà coltivata a Taurasi fosse chiamata “aglianica” dagli Spagnoli è attestato nel 1167. La viticoltura nell’area aveva radici talmente profonde da portare alla fondazione nel 1879 del Regio Istituto Agrario a indirizzo Enologico di Avellino, uno dei primi in Italia, grazie alla lungimiranza del Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca Francesco De Sanctis.


Furono senza dubbio gli anni Trenta del XIX secolo a rappresentare il periodo più florido per il vino di Taurasi e dell’Irpinia tutta, con oltre 60.000 ettari coltivati, pochi in realtà quelli a coltura specializzata, e una produzione superiore al milione di ettolitri. La provincia di Avellino era tra le prime tre in classifica nella produzione di vino e da qui partivano centinaia di vagoni ferroviari destinati al Nord Italia e alla Francia, i cui vigneti erano stati flagellati dalla fillossera. Non a caso la prima strada ferrata dell’Irpinia, che univa Avellino a Rocchetta Sant’Antonio, passando per Taurasi e la valle del Calore, era chiamata confidenzialmente “la ferrovia del vino”. Di lì a poco la fillossera penetrò anche in Campania, con il conseguente impoverimento dell’intero settore.

La ripresa iniziò negli anni Sessanta, incontrando dapprima una tiepida accoglienza, che si trasformò in vero e proprio entusiasmo dall’eccezionale annata 1968, considerato il millesimo di riferimento del rinnovato impegno produttivo. È di quell’anno il primo tentativo di zonazione con l’immissione sul mercato, da parte dell’azienda Mastroberardino, di tre differenti declinazioni di Taurasi riportanti in etichetta il luogo di provenienza delle uve. Nomi di località come Montemarano, Castelfranci e Piano d’Angelo (una contrada di Taurasi) divennero familiari tra gli estimatori dei grandi vini.

 
Contestualmente, il Taurasi iniziò a farsi apprezzare per le sue doti di complessità e ricchezza, per la carica fenolica che assicura longevità in bottiglia, per quegli spigoli iniziali che il tempo riesce a mitigare e trasformare in piacevoli dettagli di eleganza, facendo emergere l’originalità del suo corredo varietale di violetta appassita, prugna e mora di rovo, pepe nero, china, liquirizia ed eucalipto.
Da oltre due secoli la storia del Taurasi si intreccia indissolubilmente con quella dei Mastroberardino. La loro presenza in Irpinia e l’impegno nell’ambito vitivinicolo sono documentati da accurate ricerche storiche, con testimonianze evidenti nel catasto borbonico già alla metà del Settecento, quando la cittadina di Atripalda, dove tuttora ha dimora buona parte del cuore pulsante dell’azienda, accolse il primo insediamento della famiglia.
Da allora sono state ben dieci le generazioni che si sono succedute nella stessa attività, l’ultima delle quali è rappresentata da Piero Mastroberardino.


La data 1878 riportata appena sotto la celebre firma dal carattere goticheggiante, che da più di mezzo secolo si propone come logo aziendale, è riferita all’anno in cui Angelo Mastroberardino effettuò la prima iscrizione dell’attività di famiglia negli elenchi della Camera di Commercio di Avellino. Il merito di Angelo – che per il suo contributo allo sviluppo della viticoltura del comprensorio si guadagnò il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia – fu senza dubbio quello di allargare gli orizzonti di vendita del vino, arrivando dapprima in Europa e in seguito nel continente americano. Tuttavia, il vero artefice della conquista dei mercati d’oltreoceano fu il figlio Michele, che attraverso lunghi e avventurosi viaggi avviò un progressivo inserimento dei vini irpini nell’America del Nord, approdando anche in America Latina.

 
A consolidare il primato dalla metà del Novecento è stato Antonio, classe 1928, figlio di Michele e nipote del fondatore Angelo. Erano gli anni difficili del secondo dopoguerra e della ripresa produttiva nei vigneti dopo i danni della fillossera. Nel pieno della sua attività di valorizzazione della viticoltura irpina, nel 1994 giunge dal Presidente della Repubblica Ciampi il titolo di Cavaliere al Merito del Lavoro. Nonostante la sua strenua difesa delle peculiarità organolettiche tradizionali del Taurasi, eleganti e raffinate, in un periodo in cui il mercato era più indulgente nei confronti dei vini potenti e muscolosi, Antonio Mastroberardino è da considerarsi un innovatore per la continua opera di aggiornamento delle tecniche di produzione in vigna e in cantina. Oltre al definitivo rilancio del settore in Irpina, a lui si deve l’avvio del progetto di ripristino della viticoltura nei terreni della Villa dei Misteri a Pompei, sito archeologico di fama mondiale.

Rimasto in cantina fino alla sua scomparsa, avvenuta nel gennaio del 2014, già dalla metà degli anni Novanta aveva affidato al figlio Piero il timone dell’azienda. Personaggio eclettico e infaticabile, appassionato di arte nelle sue molteplici forme, poeta, disegnatore, scrittore, pittore con diverse mostre all’attivo in Italia e all’estero, Piero è impegnato anche nell’attività accademica di docenza in Business Management presso l’Università di Foggia, ma è soprattutto figura di spessore e autorevole punto di riferimento del vino italiano.
Sotto la guida della decima generazione, oggi Mastroberardino è una fiorente e versatile realtà, che non trascura l’impegno nella sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Sono circa due milioni le bottiglie che escono ogni anno dall’antica cantina di Atripalda, sapientemente ristrutturata dopo il devastante terremoto che colpì l’Irpinia nel novembre del 1980 e finemente affrescata nelle volte che sovrastano gli spazi riservati all’affinamento dagli artisti Doina Botez, Raffaele De Rosa e Maria Micozzi. Dispone di circa 220 ettari vitati, situati in una decina di areali dai differenti terroir, tra i più vocati dell’Irpinia e dell’intera Campania, dai quali provengono tutti i cru aziendali. Beneficia anche dell’apporto di conferitori esterni, seguiti costantemente in vigna dal proprio staff tecnico, per assicurare gli stessi elevati standard qualitativi dei vigneti di proprietà. 


A cura di Nicoletta Gargiulo e di Antonello Maietta il resoconto della verticale che va a ritroso nel tempo per circa ottant’anni, la più grande mai realizzata in Italia.


2009 Taurasi Radici Riserva

Le uve provengono dalla parte più elevata della proprietà di Montemarano, coltivate su terreni argilloso-calcarei. L’andamento altalenante dell’annata, compreso un ridimensionamento produttivo del 10 per cento circa dovuto a una gelata primaverile, ha suggerito una rigorosa selezione dei grappoli, preceduta da sfogliatura e diradamento. Il colore è rubino intenso e luminoso con riflessi granato appena accennati. Al naso è un’esplosione di profumi: violetta, ciliegia matura, confettura di mirtilli, cacao e chiodi di garofano creano una ghirlanda di emozioni che prepara magnificamente al sorso. Il tannino è ancora molto vivo e presente, mitigato a fatica da una calibrata dotazione alcolica, lasciando intravedere un’ottima prerogativa di evoluzione nel tempo.


2008 Taurasi Radici Riserva Antonio

Un’edizione speciale della selezione Radici intitolata ad Antonio Mastroberardino, grande innovatore nelle scelte aziendali e allo stesso tempo custode attento della viticoltura irpina, nell’anno della sua scomparsa, il 2014. In etichetta campeggia il suo ritratto, dedicatogli dal figlio Piero. Si tratta del Taurasi più premiato di sempre dalla critica, frutto di un’annata eccellente, connotata da un abbassamento delle temperature di fine estate, con forti escursioni termiche che hanno accentuato lo sviluppo del corredo aromatico.Presenta una veste rubino luminosissima dal bordo lievemente granato e di buona scorrevolezza. La dotazione olfattiva è di straordinaria eleganza, disposta su sentori di ribes nero, fiori di lavanda e cannella. Palato ricco, con un tannino ben presente ma per nulla irruente, in cui potenza ed eleganza danzano in perfetta armonia.

2005 Taurasi Radici Riserva

Un’altra splendida interpretazione del vigneto di Montemarano, esposto a sud-est a un’altitudine di circa 550 metri, nonostante l’annata difficile per le forti precipitazioni, culminata con una vendemmia impegnativa. Il rallentamento della maturazione, causato dalle accentuate escursioni termiche e dalle piogge abbondanti, ha delineato un profilo olfattivo di spiccata originalità, tale da mettere d’accordo tutte le guide italiane nell’anno del suo esordio. Sfoggia una livrea dai vivaci toni granato, con smaglianti riflessi rubino. Profuma di rosa canina appassita, confettura di marasca, funghi secchi e pepe nero, con un vago rimando erbaceo che ricorda il tralcio. In bocca è morbido e setoso, con tannini levigati, sostenuti da un’adeguata freschezza; sapida la chiusura.


1999 Taurasi Riserva Centotrenta

Questa selezione, realizzata per ricordare i 130 anni della fondazione, è tratta da un lotto speciale del Radici Riserva 1999. L’etichetta raffigura i tre esponenti delle generazioni che hanno contrassegnato la storia recente dei Mastroberardino: il fondatore Angelo, suo figlio Michele, che ha contribuito a far conoscere il vino irpino nel mondo, e il nipote Antonio, che ha consolidato l’immagine aziendale. Si presenta con un profondo colore granato di straordinaria luminosità, come se il tempo si fosse fermato. L’olfatto si dispone in un mirabile intreccio di violetta appassita, confettura di prugna, amarena candita e legno di sandalo, con rinfrescanti effluvi balsamici di eucalipto. Tannini ben espressi, piacevolmente amalgamati con una solerte dotazione calorica, donano equilibrio e lunga persistenza.

1996 Taurasi Radici Riserva

Tempo di bilanci, dopo dieci anni esatti dall’avvio del progetto Radici. Lo stile appare subito differente e ricorda, con un po’ di nostalgia, gli avvolgenti Taurasi d’antan. La marcata impronta di color granato vira rapida verso l’orlo aranciato, con buona trasparenza e sobria vivacità. Il naso è evoluto di spezie, tra cui emergono cannella, chiodi di garofano, anice stellato e noce moscata, su un sottofondo che ricorda la composta di marroni, il cuoio e il caffè appena tostato. La scia finale è appena orientata su cenni di sottobosco, dallo spiccato carattere terroso, tabacco da pipa e foglie di alloro. La bocca è più viva del naso, grazie a un supporto di discreta freschezza e un tannino pungente che asciuga e disidrata, lasciando spazio a una chiusura di accentuata matrice sapida.


1986 Taurasi Riserva

Il 1986 è l’anno di esordio del programma Radici, una fiera reazione al sisma del 1980 per dimostrare che i danni del terremoto non hanno mitigato l’entusiasmo e l’orgoglio di famiglia. Le vigne di Montemarano diventano il laboratorio per la selezione dei cloni, l’individuazione delle migliori giaciture e la scelta dei sistemi di allevamento. Il campione degustato non proviene tuttavia da quel progetto: rappresenta infatti l’ultima testimonianza della tradizionale Riserva, ottenuta per consuetudine da un assemblaggio di uve delle diverse tenute. Fortunatamente le doverose attenzioni dedicate al nuovo corso non scalfiscono per nulla la fedeltà allo stile aziendale di questo classico: granato pieno, viola e rosa appassita, insieme a liquirizia e gherigli di noce all’olfatto, mentre tannini setosi e ben proporzionati rifiniscono l’assaggio.

1977 Taurasi Riserva

Annata molto celebrata. Dal ciclo vegetativo (pressoché perfetto) fino alla vinificazione tutto è filato liscio, replicando e, se mai fosse possibile, amplificando il successo del 1968. Rispetto al fratello più grandicello di età, ha il vantaggio di avere ancora una buona reperibilità sul mercato, soprattutto oltreoceano, a prezzi molto appetibili per la tipologia, il che non guasta. Granato da manuale: solido, profondo e trasparente allo stesso tempo. Esordio di rosa canina, confettura di mirtilli e susina matura, con leggiadri sbuffi speziati di pepe nero, poi si dirige su liquirizia, sottobosco, polvere di caffè e cioccolato fondente. Palato di sontuosa morbidezza, avvolgente, sapientemente cesellato da tannini ancora vivi e zelanti, e dotato di una sorprendente freschezza.


1968 Taurasi Riserva

L’annata più attesa, il superbo 1968, che ha sancito il destino del Taurasi, decretandone la manifesta eccellenza e consegnandogli la pagella per l’iscrizione all’ateneo dei grandi vini del mondo. L’andamento climatico era stato assai caldo, con pochissime precipitazioni, ma le immancabili e preziose escursioni termiche di questo lembo d’Irpinia avevano svolto egregiamente il proprio compito, sintetizzando le componenti in una vendemmia esemplare. La buona diponibilità di uve di spiccata qualità aveva suggerito la vinificazione separata degli ormai tre storici cru aziendali. Un granato ancora fitto, appena intarsiato da riflessi arancio, colora la leggenda. Naso balsamico con note di eucalipto, poi tè verde, radice di liquirizia e cioccolato alla menta. Il sorso, ancora ben equilibrato tra un irsuto tannino e una coerente morbidezza, non tradisce le aspettative.

1958 Turasi

Se il 1986 è stato l’anno della svolta in vigna e in cantina con l’esordio del progetto Radici, il 1958 è stato l’anno del riscatto dell’aglianico su tutte le varietà, ben più produttive, che in quegli anni strizzavano l’occhio ai vignaioli, rischiando di compromettere la sopravvivenza stessa dell’antico vitigno. Benché l’annata non sia stata classificata tra le migliori, il vino ha avuto un percorso esaltante, superando indenne la prova del tempo e suggellando la superiorità dell’aglianico. Cattura l’attenzione già dai rapidi riflessi aranciati che solcano un granato tuttora molto saldo. L’olfatto è pervaso da fiori di lavanda essiccati, liquirizia, bacche di ginepro. Il palato è sontuoso e avvolgente, dove i tannini sfoderano ancora gli artigli. Il finale è dotato di una lunghezza interminabile.


1934 Turasi

A cavallo tra le due cruente edevastanti guerre mondiali farevino, e possibilmente farlo bene,decretava l’intera sopravvivenza delsettore agricolo, perché la fillossera,che aveva già prodotto danniincalcolabili in quasi tutta Europa,qui non era ancora arrivata. Ilterritorio era riuscito a consolidareil suo ruolo di fornitore di vinosfuso per i mercati del NordItalia e della Francia, rischiandotuttavia di perdere la propriaidentità. L’assaggio la dice lungasulla propensione dell’aglianico aconfrontarsi con il tempo. Il coloregranato, chiaro e trasparente,concede molto spazio agli incipientitoni aranciati. La frutta non è trai descrittori dominanti, salvo unrapido accenno di amarena candita,ma svettano eleganti sentori ditartufo bianco, funghi secchi ecorteccia di china. La bocca èsetosa e il tannino mostra unincrollabile equilibrio.

Vitae 11
Vitae 11
Dicembre 2016
In questo numero: L’astro del Taurasi di Antonello Maietta; Sex & Champagne di Roberto Bellini; Caldo sole d’inverno di Morello Pecchioli; I bandi di Cosimo III di Massimo Castellani; Delizie natalizie di AIS Staff Writer; Addio numero uno di Ilaria Santomanco; Rosso Lambrusco di Maura Gigatti; Panettone ogni stagione di Valerio M. Visintin; Il risveglio del Portogallo di Francesca Zaccarelli; Bionda a chi? di Riccardo Antonelli; La grappa non ruta più di Bruna Odoardi; Guerrilla oil di Luigi Caricato; Note di degustazione Medioevo inaspettato di Fabio Rizzari; L’anno che verrà di AIS Staff Writer; Pas dosé Millennials Sommelier di AIS Staff Writer.