il pregio di essere Pignolo
Renzo Zorzi

Il dizionario Treccani alla voce “pignòlo” indica: “Persona che agisce e si comporta con eccessiva pedanteria, che nello svolgimento di un’attività mette, e soprattutto pretende dagli altri, una cura meticolosa, eccessiva, spesso inutile, anche nei particolari più insignificanti, che è rigidamente attaccata ai principî e ai regolamenti e sim. (quest’uso fig. è probabilmente fondato sul confronto tra il pignolo strettamente incastrato nella pigna e la persona che non sa liberarsi da schemi mentali rigidi e minuziosi)”. Il dizionario menziona anche il vitigno coltivato nel Friuli che produce un grappolo piccolo, serrato quasi come una pigna, da cui si ricava un ottimo vino rosso. Mi piace pensare che l’accostamento del vitigno con la definizione richiamata dal dizionario sia, in qualche modo, appropriata, quasi obbligatoria. Termini come “difficile”, “ostico”, “ostinato”, “rigido”, “inflessibile” sono certamente adattabili alla pianta che origina uno dei vini più importanti del Friuli Venezia Giulia. 

Le sue origini sono riconducibili all’area collinare friulana posta a nord-est della provincia di Udine. Secondo l’archivio storico municipale di Cividale, la prima attestazione del Pignûl (così chiamato in friulano) risalirebbe al 1° gennaio 1300, quando un conzo di vino Pignolo a Cividale valeva quaranta denari. Altre testimonianze ne evidenziano il valore economico e qualitativo: in un documento del 1422, reso noto dallo studioso Pietro Londero, il camerato della chiesa di San Giovanni in Senodochio di Cividale elenca gli affitti pagati non con vino generico, ma con del pregiato Pignolo. Le origini del nome, più prosaiche dell’accostamento figurativo con la pigna, forse si riconducono a un toponimo. Nel volume La vite nella storia e nella cultura del Friuli, curato da E. Costantini, C. Mattaloni e C. Petrussi, si legge che nel Trecento in quel di Buttrio esisteva una località detta Pignolo, citata anche nei due secoli successivi come “li ronchi chiamati pignolo” (per ronco in friulano si intende una collina ben esposta e adatta al vigneto). Il toponimo, secondo gli autori, “potrebbe non essere originato dal Pignûl in quanto vitigno o vino, ma da un qualsivoglia appellativo con radice pin (pino), oppure da un nome, o soprannome di persona. Vi è però un’ulteriore attestazione che rende quasi certa la genesi del toponimo a partire, se non dal vitigno, dal vino Pignûl”. Nella prima metà del Quattrocento, la presenza di vino Pignolo è documentata in varie località, come San Giovanni di Manzano, Manzano, Gagliano, Sanguarzo, Cividale, Dernazzacco, Visinale, Case di Manzano, Cormòns, Chiopris, Carraria, che gravitano attorno a un luogo emblematico per la vitivinicoltura friulana: la collina eocenica di Rosazzo.

L’Abbazia di Rosazzo – “le Badie”, come la chiamano i friulani – ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione e nella conservazione della vite in Friuli. Anzitutto il luogo, un colle sito tra le Alpi Giulie e l’Adriatico, è un naturale quanto meraviglioso balcone rivierasco. Protetto dalle catene montuose del Canin e del Tricorno-Triglav, si affaccia sulla piana friulana, da cui giungono gli effluvi caldi dello scirocco del golfo di Panzano, il punto più settentrionale del bacino del Mediterraneo. A questo luogo si può probabilmente ricondurre la genesi di vitigni come la ribolla gialla, il tazzelenghe, lo schioppettino e naturalmente il pignolo. Le origini del monastero sono legate alla figura dell’eremita Alemanno, che attorno all’anno 800 costruì una piccola dimora in cui raccogliersi per la preghiera. In breve, la località fu meta di altri anacoreti e religiosi, che contribuirono a consolidare la presenza umana nel colle. Fu, quello dei monaci agostiniani, il primo ordine religioso a fondare un vero e proprio chiostro. Nel 1090 passò ai benedettini, che lo portarono in breve al massimo splendore spirituale ed economico. Imponenti terrazzamenti (tuttora presenti) coltivati a vigneti, oliveti, frutteti e ampi giardini resero il sito, grazie al clima mite, un vero paradiso terrestre. Anche il nome Rosazzo suggella questa naturale vocazione, poiché è formato sul latino rosa e indica una località con la presenza di rose. Questo luogo solenne fu custode nei secoli del vitigno, che ebbe fortune alterne fino a cadere quasi nell’oblio, per poi ricomparire negli ultimi decenni del Novecento come un’araba fenice.


L’abbazia annotò le malversazioni che il Friuli subì nei secoli; le scorribande barbariche e le lotte intestine medioevali lo condussero dritto sotto il giogo spietato della Serenissima. La posizione geografica di confine lo rese ulteriormente fragile ed esposto ai grandi mutamenti storici che percorsero l’Europa nei secoli. Una situazione da cui le campagne devastate e le economie lacerate si risollevavano a stento, con gravi ripercussioni sulla vitivinicoltura. Nel Settecento alcune testimonianze elogiano le qualità del pignolo, mentre nell’Ottocento molti documenti ne attestano la presenza. Giuseppe Acerbi, nel suo Delle viti italiane del 1825, fece uno scarno elenco delle “Viti Friulane de’ contorni di Udine” tra cui compare, al n. 223, il pignolo. Di Maniago, Della Bona e varie edizioni del Bullettino agrario evidenziano la differenza tra il pignolo del Friuli e le cultivar omonime del Veneto e del Piemonte. Lentamente dunque si vanno definendo le caratteristiche peculiari del pignolo di Rosazzo, dal “grappolo cilindrico, serrato, non grande, sugo dolce, buccia forte alquanto coperta di fiore, e dà ottimo vino; la vite non è delle più abbondanti di prodotto, ma non manca quasi mai”. In questo passaggio, pur affermando l’indiscussa qualità del vino ottenuto, si rileva un limite non secondario ai fini della diffusione nella coltivazione: la sua limitata produzione. Quale contadino o colono, dunque, avrebbe dedicato tempo e fatica a una vite poco produttiva e facile preda di virosi?

Guido Poggi, dopo aver messo in luce, nel 1930, la limitata produttività e la scarsa resistenza all’oidio, rincara la dose nell’Atlante ampelografico del 1939: “Strano vitigno, di aspetto cespuglioso e rustico, ma sofferente ed al quale nessuna cura colturale riesce ad imprimere un maggior vigore. Se mi fosse lecito esprimermi in tal modo lo definirei una varietà al limite della sua potenzialità vitale, sulla via cioè di una fatale scomparsa”. Prosegue citando un episodio personale: “Ricordo che a Rosazzo, quasi all’ombra della secolare Abbazia, un vecchio colono dell’Amministrazione di Brazzà, dalla fluente barba bianca e dalla mente lucidissima, mi tesseva anni or sono gli elogi del Pignòlo e, accanto ad un vecchio ceppo dagli esili tralci e dalle innumerevoli foglioline assai piccole, mi facevano ambedue l’impressione di esistenze stanche per troppo lunga vita: ed infatti il Buon Zamò (così si chiamava il colono) ora non è più e non è più nemmeno il vecchio ceppo di Pignòlo. Ne tolsi allora delle marze, le innestai (…) ne seguii lo sviluppo ed i vini, prodotti dalle diverse annate, vennero analizzati e degustati. Vi è certamente della stoffa nel prodotto (…) Il vitigno è però sensibilissimo all’oidium e io ritengo che questa sia una delle ragioni della sua scomparsa”. L’autore, quasi con preveggenza, non esclude la possibilità di sopravvivenza del vitigno, purché venga reintrodotto nelle migliori località collinari e sottoposto a cure agronomiche tali da selezionare adeguati biotipi. Forse a mantenere viva la speranza del Poggi furono gli assaggi del vino e un commento fatto dal collega e prestigioso luminare che non lo lasciò indifferente: “Ed a proposito del vino ho sempre presente una annotazione fatta dal Prof. Dalmasso in una scheda di degustazione per Pignòlo prodotto nel 1930 che diceva: ‘Tipo singolare di vino: di lusso?’. Ritengo egli abbia colpito nel segno ed ancora oggi, dopo aver degustato il vino del 1939, mi convinco vieppiù che il Pignòlo, se non può gareggiare col Merlot e col Cabernet per vigore e produttività, merita però una nuova e più attenta considerazione”. Gli auspici di Guido Poggi però non si concretizzarono e il Pignolo fu definitivamente abbandonato. 


Lo scoppio del secondo conflitto mondiale pose in primo piano altre necessità e per l’ennesima volta le pianure e le colline friulane vennero sconvolte e devastate dalla follia umana. L’Abbazia di Rosazzo, di proprietà della curia arcivescovile di Udine, continuò le colture agrarie affidate al priore e ai suoi collaboratori, figure determinanti nell’evitare la totale scomparsa del vitigno. Monsignor Luigi Nadalutti si insediò a Rosazzo nel 1935; all’epoca il gestore era Vincenzo Casasola. Il religioso e la famiglia Casasola furono gli ultimi custodi del patrimonio ampelografico della Badia. Walter Filiputti, in Il Friuli Venezia Giulia e i suoi grandi vini, del 1997, ricorda il viticoltore di Rosazzo “Menut” Casasola come “un libro di memorie; aveva dentro di sé la storia delle vigne di Rosazzo fin dal 1863, quando la sua famiglia vi arrivò al seguito del monsignor Andrea Casasola nominato arcivescovo di Udine e come tale anche parroco di Rosazzo”.

A metà degli anni Settanta, le poche viti di “Menut”, quelle della Badia e le sopravvissute nelle tenute dei conti Trento di Dolegnano superavano appena il centinaio di unità. Le moderne scelte viticole esclusero quindi i vecchi vitigni friulani quali pignolo, ribolla nera (schioppettino), tazzelenghe, ribolla gialla e molti altri: coltivarle e produrre vino da queste cultivar divenne illegale. La volontà di pochi e gli accadimenti del destino, tuttavia, cambiarono verso alle nefaste previsioni. I vigneti della Badia furo affittati dalla curia arcivescovile di Udine al giovane Walter Filiputti, che ricorda: “Di viti (di pignolo) ve n’erano solo due, appoggiate al vecchio muro che guarda a mezzogiorno. Fu nel 1979 che da quelle due viti molto vecchie partimmo per recuperare il pignolo dell’Abbazia di Rosazzo, sacrificando un piccolo vigneto di tocai”.


Parallelamente a Filiputti, anche Girolamo Dorigo, grande figura dell’enologia friulana, all’inizio degli anni Settanta si era rivolto al parroco di Rosazzo per recuperare il vitigno: “Monsignor Danelutti, al quale ero legato da filiale riverenza e amicizia, mi fece dono per tre anni di seguito di alcuni tralci derivanti dalla potatura di 6 o 7 viti di pignolo sopravvissute alla fillossera (erano su piede franco) e alle ingiurie del tempo e degli uomini. Moltiplicando il materiale ricevuto, ho finalmente piantato la mia prima vigna di pignolo a Ronc di Juri a Buttrio nel 1973”. Dorigo fu un vero e proprio sperimentatore, tanto da selezionare fin da subito due cultivar di pignolo: “La prima di pignolo propriamente detta ‘prezzemolato’ per le forme delle foglie. L’altra viene chiamata pignoletta. Il pignolo friulano deve provenire al 100% da uve pignolo (prezzemolato)”.

Egli si impegnò molto nell’individuare la tipicità del pignolo e così conclude le note scritte nei primi anni 2000: “Il pignolo è presente da molti secoli sui Colli Orientali del Friuli e noi ci siamo limitati a riportarlo in auge dopo lunghi decenni di sperimentazione. Non a caso risale al 1979 l’assegnazione dell’ambito premio Risit d’Aur conferitoci dai Nonino per il restauro del pignolo”. 

Nella “volontà dei pochi”, citata prima, va inserita la famiglia Nonino. Il ruolo di Giannola e Benito fu provvidenziale e risolutore. Molti, in quegli anni, consapevoli del lavoro di recupero fatto da Filiputti e Dorigo per il pignolo e dalla famiglia Rapuzzi per lo schioppettino, decisero di prendere posizione. Tra loro, Isi Benini, che nel numero di gennaio 1977 della seguitissima rivista “il Vino” scrisse un articolo appassionato e accusatorio. Il mondo del vino e della cultura, a quel punto, erano mobilitati. Giannola e Benito, l’anno prima, con tempismo perfetto, ma soprattutto con l’entusiasmo che li contraddistingue, diedero vita al Premio Nonino Barbatella d’oro “Risit d’aur”. Si trattava di un riconoscimento dedicato a chi si adoperava per la salvaguardia degli antichi vitigni friulani “fuorilegge”. Non fu facile. “Per anni la famiglia (Nonino) fu bersagliata da denunce e verifiche fiscali, ma tutto questo rese soltanto più accesa la battaglia di Giannola”, ricorda Filiputti.



La giuria del premio era composta da Luigi Veronelli, Orfeo Salvador (presidente del Centro regionale per la viticoltura e l’enologia del Friuli Venezia Giulia), Antonio Calò (direttore dell’Istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano), Ruggero Forti (presidente nazionale e regionale vivaisti), Amelio Tubaro (direttore della produzione agricola assessorato all’agricoltura) ed Ennio Nussi (direttore Centro regionale per la viticoltura e l’enologia del Friuli Venezia Giulia). 

Su specifica richiesta del Premio Nonino “Risit d’aur” fu emanato il regolamento CEE n. 347/79 che, con decorrenza dal 12.03.1978, autorizzava per la provincia di Udine la coltivazione dei vitigni schioppettino, pignolo, tazzelenghe e ribolla gialla. 


Il resto è storia recente. Oggi in Friuli Venezia Giulia si coltivano solo una novantina di ettari a pignolo; questo conferma la difficoltà del vitigno ad adattarsi a qualsiasi terreno ed esposizione e, di conseguenza, le pochissime bottiglie prodotte. I produttori che lo vinificano sono poco più di una trentina, spesso con risultati eccellenti. Tutti sono consapevoli della responsabilità che si assume chi produce questo vino rosso, ottenuto da rese bassissime, uve ben mature e con un’evoluzione molto lenta per via dei tannini vigorosi. Dopo la vinificazione, con una lunga macerazione sulle bucce, predilige lente soste in legno grande e piccolo. L’affinamento in bottiglia non è mai troppo. Un vino che non sarà mai il core business di un’azienda, ma la bandiera della sua qualità. Non c’è vino rosso o bianco prodotto in regione che, come questo, emozioni chi vi si accosta.



Degustazioni



BORGO SAN DANIELE Arbis Ros 2011

Pignolo 100% - 14% vol.

Andamento climatico: annata calda.

Mauro e Alessandra Mauri, nella produzione di questo vino, sono passati negli anni dal blend con piccole parti di cabernet al pignolo in purezza. Oltre a dimostrare di credere profondamente in questo vitigno, hanno realizzato uno dei vini rossi più rappresentativi della regione. Il nome Arbis (erbe) sintetizza la sua identità territoriale, ribadita dal claim in lingua friulana posto in etichetta “vin di teritori”. 

Rubino dai riverberi violacei. Esaltante pot-pourri di profumi che spaziano dalla prugna alle amarene sotto spirito, dal cioccolato alle spezie dolci, dai chiodi di garofano al tartufo e all’incenso. Gli effluvi balsamici tengono la scena anche nella fase gustativa, che si mostra fresca ma equilibrata da corposità e glicerine. Il tessuto tannico è ben composto, vivo e fine. La chiusura parla di corrispondenze speziate e balsamiche. È giovane e lo attende una lunghissima vita.


RONCO DELLE BETULLE Friuli Colli Orientali Pignolo 2009

Pignolo 100% - 14,5% vol. 

Ottima annata, calda ed equilibrata. 

L’azienda della famiglia Adami, che Simone, figlio di Ivana, oggi rappresenta a pieno titolo, si trova a Rosazzo, all’ombra dell’Abbazia. L’esposizione dei vigneti coltivati a pignolo è da manuale, con vinificazioni e maturazioni nei tini di rovere rispettose della tradizione. 

Rosso granato denso. Notevole e complesso nei profumi che si rincorrono nel calice: confettura di mora, scorza d’arancia, frutta secca, caffè e cioccolato, legno arso e note agliacee. Le sensazioni scure di terriccio, sottobosco e goudron anticipano il gusto che è inizialmente austero, in perfetto pignolo style. Il corpo generoso e le parti gliceriche tengono testa al tannino che caratterizza la fase centrale. Le componenti sapide e balsamiche apportano equilibrio e rendono il finale elegante.

LA TUNELLA Friuli Colli Orientali Pignolo 2009

Pignolo 100% - 14,5% vol. 

Ottima annata, calda ed equilibrata. 

Massimo e Marco Zorzettig, terza generazione dell’azienda di Ipplis, hanno sempre puntato a privilegiare i vitigni autoctoni friulani e, tra essi, il pignolo rappresenta un caposaldo. Mantenere uno stretto legame con le tradizioni sono il principio di questa azienda-famiglia, che con sensibilità e capacità appartiene a pieno titolo alla storia enologica delle colline orientali del Friuli. 

Rubino intenso con riflessi granato. Ventaglio olfattivo generoso: ciliegie sotto spirito, spezie dolci e pepe nero, sottobosco, legno di eucalipto, grafite, polvere di cacao, tabacco e leggero goudron. Il gusto è contraddistinto dalla personalità della cultivar. Avvolgente e glicerico. Il tannino, elemento fondamentale, è serrato e ben composto. Il sorso è appagante, lento e arricchito dalla freschezza balsamica che garantisce un perfetto equilibrio.


SPECOGNA Colli Orientali del Friuli Pignolo 2007

Pignolo 100% - 14,5% vol. 

Annata calda. 

Gli Specogna, famiglia storica di vignaioli, si trovano a Rocca Bernarda, un cru non secondario nel contesto enologico regionale, e coltivano il pignolo nella vicinissima Rosazzo, su dolci colline rivolte a mezzogiorno. Le rese sono di 800 grammi di uva per pianta. Le energie che Michele e Cristian investono confermano la qualità del Pignolo da loro prodotto. 

Rosso rubino con sfumature ancora purpuree. I profumi, intensi e netti, spaziano lentamente dalla viola appassita alla ciliegia nera, dalla mora di gelso alla confettura di prugna. Seguono ampie folate di polvere di cacao, cuoio, caffè appena tostato. Una lunga teoria di spezie ed effluvi balsamici impreziosiscono il naso. Al palato è deciso, ricco e glicerico. Il tipico tannino è vivo, ben disposto e in divenire sui temi vellutati. L’allungo è un gioco di equilibri e corrispondenze olfattive che, con la sapidità, regolano il finale.

ERMACORA Colli Orientali del Friuli Pignolo 2006

Pignolo 100% - 13,5% vol. 

Andamento climatico: ottima annata. 

Dario e Luciano hanno sempre creduto in questo vitigno, fin da tempi insospettabili, e le colline di Premariacco sono il luogo ideale per ottenere grandi risultati. Da più di vent’anni è presente nella loro produzione enologica, ma le bottiglie non superano mai le due migliaia di unità. Il Pignolo Ermacora è stato, e lo è ancora, una sorta di modello nella vinificazione coerente con la “ruvidità” del vitigno e possiede tutte le carte per rappresentare un grande rosso, anzi il grande rosso friulano. 

Rubino impenetrabile con riflessi granato. Profumi variegati ed eleganti, netti. Confettura di piccola frutta nera, ciliegie sotto spirito, funghi, alloro, pepe nero, chiodi di garofano, tabacco, legno di eucalipto. Energico al palato, ma ben proporzionato. Il tannino, varietale, è levigato e concorre a dare sostanza al gusto. Lenti e ricorrenti richiami olfattivi accompagnano la chiusura.


COLLAVINI Colli Orientali del Friuli Pignolo 2006

Pignolo 100% - 14% vol. 

Annata perfetta. 

Manlio Collavini è uno dei padri dell’enologia friulana e la sua esperienza nella produzione vitivinicola spazia tra Collio e Colli Orientali, tra bianchi raffinati e rossi corposi. Nella produzione dell’azienda di Corno di Rosazzo non poteva mancare il Pignolo, che l’azienda produce solo nelle annate ottimali. I risultati qualitativi sono garantiti. La bottiglia è pesante, l’etichetta sobria anticipa l’importanza del contenuto. 

Rubino fitto con screziature granato. Profumi intensi, molteplici come il loro continuo susseguirsi. Ciliegie e prugne mature, sottobosco, note fumé, funghi, incenso, legni aromatici, cioccolato e polvere di caffè. In bocca è avvolgente e intenso. Le note calde amplificano le sensazioni. Il tannino è risoluto e ben si accorda con le parti gliceriche e sapide. Il finale è lentissimo, corrispondente e segna la tipicità del vino.

MOSCHIONI Colli Orientali del Friuli Pignolo 2006

Pignolo 100% - 15,5% vol. 

Gagliano di Cividale ha la virtù di possedere colline ben esposte ma battute da venti freddi che garantiscono escursioni ottimali. Fu il nonno di Michele a piantare, nel 1936, alcune barbatelle dategli dall’amico “Menut” Casasola. Grazie al vigneto storico di pignolo Michele Moschioni apporta equilibrio e costanza al vino e quest’annata, perfetta, ben rappresenta la sua filosofia di vignaiolo “rossista” del Friuli. La raccolta tardiva e la lunga fermentazione nei piccoli legni concorrono alla qualità che identifica una delle più straordinarie versioni dell’azienda. 

Rubino scuro. Profondità olfattiva senza pari. Complesso e raffinato: confettura di amarene e prugne, pepe nero, erbe essiccate, cacao, caffè tostato, liquirizia, rabarbaro, mentolo e sentori iodati. Il tannino dalla fine tessitura, smussato dal tempo, introduce il sorso pieno, avvolgente, e bilancia perfettamente la beva che non risente del tenore alcolico. Un campione. Continui rimandi al profilo odoroso conducono pian piano all’epilogo, che marca sapidità e morbidezza.


RODARO Colli Orientali del Friuli Pignolo Romain 2005

Pignolo 100% - 15,5% vol. 

Le colline di Spessa di Cividale sono aperte al sole e al vento, condizioni ideali per il Pignolo. Paolo Rodaro ha deciso fin da subito di confrontarsi con questa varietà. La scelta della vinificazione si basa su un leggero appassimento in cassetta delle uve, come per gli altri rossi della linea Romain. Le difficoltà dell’annata fresca esaltano il vino evidenziando la sua giovinezza. 

Rosso rubino impenetrabile dai bordi vividi. Prugna e marasca mature, sentori di sottobosco, quasi agliacei, note di corteccia di piante resinose si alternano a temi più gentili, come il cioccolato fondente, il caffè e la confettura. E ancora, spezie dolci e pepe nero. Il tempo insinua lentamente eleganti profumi terziari. In bocca si evidenzia la grande struttura che imprime morbidezza alla beva, ma il tannino ancora ruvido regola l’equilibrio. Grande complessità gustativa che si esprime fino al sapido e lento congedo.

LE VIGNE DI ZAMÒ Colli Orientali del Friuli Pignolo 2004

Pignolo 100% - 14% vol. 

Annata climaticamente equilibrata. 

L’azienda di Rosazzo coltiva il pignolo a qualche centinaio di metri dall’Abbazia. La posizione, inutile dirlo, è perfetta: il sole e il vento accompagnano lo scorrere delle stagioni. Tullio Zamò ebbe un ruolo importante nel promuovere questo vino e fu tra i primi a far emergere la sua grande qualità. Rubino intenso e profondo, screziato ancora da qualche brivido violaceo. L’olfatto manifesta immediatamente il carattere deciso, con cenni di viola appassita, mora di gelso, prugna, tamarindo, cuoio, caffè, chiodi di garofano e pepe nero. Il lungo affinamento doma ogni ruvidezza e in bocca emerge il giusto contrappeso fra tannini fitti e vellutati e le morbidezze gliceriche. La freschezza ha il suo valore che spende nella chiusura lentissima del sorso, apportando un’ottima bevibilità.


JERMANN Pignolo Vigna Truss 2004

Pignolo 100% - 14,5% vol. 

Annata climaticamente equilibrata. 

Silvio Jermann non ha bisogno di presentazioni e i suoi vini di punta sono spesso la perfezione. Il Vigna Truss è un grande Pignolo, messo in commercio finora solo per le annate 2004 e 2006: in entrambi i casi assicurano pura emozione. Il vigneto omonimo è appoggiato alla collina di Ruttars con esposizione ottimale. 

Granato profondo. Il naso imponente, austero, di grande pulizia, lascia trasparire attenzione in vigna e maestria in cantina. L’intreccio di sentori riconduce a confetture di piccoli frutti rossi e neri, poi un ventaglio di spezie scure, aneto, santonego, polvere di caffè, cioccolato fondente, note ematiche e grafite. In bocca è maestoso per l’imponenza, ma stupisce per la bevibilità, sostenuta dalla freschezza balsamica e dalla bilanciata morbidezza. La trama tannica è sottile, mentre il tenore alcolico accompagna il sorso. Ricordi interminabili di spezie e di evoluzioni continue.

GRAVNER Rosso Breg Riserva 2004

Pignolo 100% - 14% vol. 

Annata ottimale, calda e soleggiata. 

Josko è il precursore, l’uomo delle scelte estreme, delle sfide, e con il pignolo si trova a proprio agio. Vendemmie a fine ottobre e oltre, rese impossibili, lunghe macerazioni sulle bucce, maturazioni e affinamenti che durano almeno 5 anni. Questo è il segreto dei vini di Josko Gravner. In realtà, come dice lui stesso, l’unico “mistero” è la naturalità del processo in tutte le fasi: dalla coltivazione dell’uva alla maturazione del vino. 

Scuro, impenetrabile granato. Il profilo olfattivo, di rara eleganza, possente e fitto, si schiude con lentezza, quasi a significare come il tempo concorra a plasmare il vino. Confettura di marasche e prugne essiccate, goudron, tartufo e legna arsa, cioccolato fondente e mentolo sono solo le prime sensazioni emanate dal calice, che merita una ben più lunga e religiosa attenzione. L’equilibrio che sorprende al sorso è senza pari. Vigoroso ma reso docile dal tannino magistralmente svolto. L’allungo è infinito per corrispondenze e complessità gustative. Chapeau!


GIROLAMO DORIGO Colli Orientali del Friuli Pignolo di Buttrio 2000

Pignolo 100% - 14% vol. 

L’annata è stata precoce. 

Buttrio è il luogo ideale per questa varietà; è un balcone in cui si susseguono ronchi solatii e dallo skyline impareggiabile. È il Pignolo della memoria. Una delle prime vinificazioni con varietà prezzemolata realizzata da Girolamo dopo anni di sperimentazioni. Forse è proprio l’archetipo, un riferimento per produttori e appassionati. Una vera e propria genesi dopo decenni d’oblio dei ricordi sensoriali del Pignolo. È anche e soprattutto il “Pignolo di Girolamo”, definizione che distingue questo Pignolo dagli altri. 

Granato con chiari lampi rubini. Il ventaglio olfattivo è ampio, emozionante per vivacità e raffinatezza. I piccoli frutti rossi e neri lasciano, via via, spazio a inchiostro, foglie di tabacco, note ematiche, cuoio, liquirizia, torba e sbuffi balsamici. Al gusto richiama il velluto. I tannini sono succosi, vivi e ben fusi nell’elegante beva che si porge severa ma generosa. Il grande equilibrio accompagna il finale lentissimo, che propone pepe nero e legno di eucalipto e fissa un’ulteriore emozione.

Vitae 12
Vitae 12
Marzo 2017
In questo numero: Un re immortale di Mariano Francesconi; Il pregio di essere Pignolo di Renzo Zorzi; Caffè? di Morello Pecchioli; Il riposo del vino di Alessia Cipolla; Sommelier da Gran Premio di Emanuele Lavizzari; Calici tra i boccali di Marco Carnovale; Il vino lo porto da casa di Valerio M. Visintin; Innovazioni enologiche di Francesca Zaccarelli; L’anima nera della birra di Riccardo Antonelli; L’olio dei tanti perché di Luigi Caricato; Dolce StilNovo di Marco Starace; La mineralità è d’attualità di Mario Fregoni.