yes, wine can
Roy Zerbini

Barack Obama ha vinto le presidenziali del 2008 facendo echeggiare le fatidiche parole “Yes, we can”. Se con quel motto, impregnato di semplicità, Obama mirava a catturare non solo l’attenzione dei giovani, ma anche la loro mobilitazione a sostegno della sua vittoria, il can del vino è ancora accerchiato da aloni di incertezza. 

Abbinato alla parola can, il vino in lattina sembra avviarsi a vincere la resistenza dei consumatori americani e a diventare un cult-drink. Giocando sull’ambivalenza del termine can, che indica sia il verbo “potere” sia “lattina”, il battage pubblicitario con un gioco di parole lasciava intendere: “in lattina si può”. 

Il primo tentativo di “lattinizzazione” (si perdoni il neologismo) risalirebbe addirittura a Napoleone Bonaparte, che cercava di procurare cibo salubre per il suo esercito, perché un esercito ben nutrito combatte a mente fredda, con risultati molto più efficaci.

Per rintracciare esempi di liquidi, peraltro non alcolici, confezionati in ciò che oggi è la lattina (can) bisogna indietreggiare al 1930 o giù di lì, quando gli States erano in pieno Proibizionismo. La bevanda che aprì la strada alla lattina fu la soda, sebbene i pericoli di qualche reazione chimica con il metallo non fossero del tutto superati; si temevano l’alta acidità del soft-drink e la pressione carbonica.

La birra non poté essere la prima perché il Volstead Act non consentiva il consumo di alcolici. Infatti, il tentativo di usare la lattina per la birra risale addirittura al 1909, quando l’American Can Company si impegnò a studiare un prototipo di lattina in alluminio per contenere la Oat soda, ma fallì perché non si riuscì a calcolare come mantenere la pressione carbonica che la bevanda avrebbe esercitato all’interno. Non si trattava di un esperimento per preservare l’integrità del liquido, alquanto inaffidabile agli inizi; il marketing mirava a rendere friendly l’approccio, rispetto alla classicità del vetro, sfruttando ad esempio la facilità di spostamento, come lanciare la lattina a un amico impegnato a guardare un inning alla televisione. 

Bisogna attendere il 1935 per trovare sul mercato la birra in lattina: ciò accadde a Richmond, in Virginia. In quell’anno la Krueger Finest Beer di Newark, New Jersey, spedì a Richmond duemila birre in lattina come esperimento.

 I timori erano altissimi, perché si cozzava con la tradizione di bere la birra direttamente dalla bottiglietta, usanza ancor oggi assai diffusa negli USA. 

Tuttavia, il gradimento dei consumatori oltrepassò il 90 per cento, dando il via all’uso definitivo del contenitore. 

Nell’evoluzione della lattina si data al 1957 il perfezionamento dell’impiego dell’alluminio che, oltre a ridurre notevolmente il peso, in caso di esplosione nucleare sembra non lasci passare le radiazioni, mantenendo il contenuto non contaminato (è stato sperimentato con il cibo). Il maggior problema a proposito della lattina, la difficoltà nell’apertura, fu risolto tra il 1963 e il 1966. Sono trascorsi decenni prima di incontrare il vino in un contenitore di alluminio. 

Nel 1996 l’australiana Barokes Wines ha testato l’esperimento con una motivazione semplicissima, forse impossibile nel vecchio mondo del vino: “Amo l’idea di un buon vino in lattina, da bersi senza complicazioni degustative, nelle più semplici, amichevoli e scherzose circostanze, come una passeggiata sulla costa, un trekking nella foresta fluviale o un’escursione nell’outback”.

C’è anche un intermezzo che ha toccato l’Italia. Era il 2006 e l’ereditiera trendy e vamp Paris Hilton fu testimonial di un’operazione giocata da un ardito commerciante austriaco specializzato in vendita di bollicine. La lattina (dorata) in oggetto era del Rich Prosecco ottenuto da uva glera. Ci fu un’insurrezione tra i produttori di Prosecco, però si parlò così tanto e a lungo del vino da confermare l’aforisma di Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Per la cronaca, nel 2007 furono vendute dieci milioni di lattine di Rich Prosecco. L’allora presidente dell’Associazione dei coltivatori di Treviso riteneva Paris Hilton troppo scandalistica e non adatta a pubblicizzare il Prosecco. E continuava affermando che infondeva l’idea di “un vino fruttato a basso prezzo, non adeguabile alla cultura di Statunitensi e Australiani, che brindano anche con le bottigliette di birra, mentre il Prosecco è il ritrovo degli amici intorno al tavolo con la bottiglia nel mezzo”. Come a dire che stona sostituire “il bicchiere della staffa” con “la lattina della staffa”. 

Tralasciando il passato, da allora le situazioni di consumo sono molto cambiate. Alla penetrazione tra le nuove generazioni di molte bevande miscelate colorate, il Prosecco ha contribuito con la deflagrante esplosione dello Spritz. Questa nuova mixology ha alleggerito nella facilità di beva e nel contenuto alcolico l’aperitif-style, ma non è ancora riuscita a dare quella continuità che le strategie commerciali vinicole si attendevano e che prevedeva, nel passo successivo, di giungere al vino. 

Negli States ci si è interrogati molto su come rendere easy l’approccio al vino, veicolato nei serial televisivi come un rilassante bicchiere, servito dalla bottiglia, dopo che la manager di turno si era tolta le scarpe tacco 12 e immancabilmente era ancora appiccicata al telefono. Quella classe sociale non era fotografabile come millennials, i quali, al pari dei loro genitori, volevano staccarsi dalle abitudini dei propri. 

Si è tornati a parlare con assiduità di vino in lattina quando nel 2016 il volume di affari ha toccato i 14,5 milioni di dollari con un incremento del 125%. A ciò si è aggiunta una ricerca del Texas Wine Marketing Research Institute: un campione di persone tra i 21 e i 39 anni ha giudicato il vino in lattina “nuovo, eccitante, eco-friendly, funzionale nel packaging e identificabile come un oggetto generazionale della non convenzionalità”.


Lattine luccicanti, colorate, sgargianti al punto da essere riconoscibili a distanza di qualche metro, dando subito l’idea che non si tratta di birra o soft-drink. E il vino? Su questo aspetto ancora non si è stabilizzato un trend, l’unica certezza è quella che non debba restare in lattina per affinarsi. Il primo microboom è stato con i bianchi frizzanti secchi della California, mentre il rosato non ha avuto molto appeal; stanno correndo i vini varietals, dallo Chardonnay al Pinot gris, dal Pinot noir al Syrah, fino al recentissimo Moscato. Oggi il mercato americano è in grado di offrire circa seicento tipologie di vino in lattina, e i test sulla gradevolezza dei prodotti hanno dato risultati superiori alle aspettative. L’Europa del vino invece è ancora ferma, tanto che gli esempi in circolazione sono del tutto insignificanti. 

Il vino in lattina attira l’attenzione di chi non è ancora giunto al vino, perché non lo obbliga ad adeguarsi alla classicità della beva e in qualche modo libera il vino stesso, che si ritrova a essere semplicemente quello che era e dovrebbe essere, una gradevole bevanda per tutte le occasioni del quotidiano. Insomma, vedere la lattina di vino dentro la vasca colorata di polistirolo, coperta di ghiaccio, in bellavista, nel giardino appena rasato durante gli innumerevoli BBQ che la middle class organizza per stare in allegria. 

La strategia della lattina di vino è ormai chiara: non è stata creata come alternativa alla bottiglia, tutt’al più ai soft e low-alcol drink proposti nello stesso contenitore, oppure per calamitare l’esuberanza di quelle generazioni social sprint che, tra un tweet e un post, un tag e un like, trovano nel can una continuità di linguaggio.


Vitae 13
Vitae 13
Giugno 2017
In questo numero: Vermentino travel di Antonello Maietta; Il Franc lontano da Bordeaux di Roberto Bellini; La frittata è fatta di Morello Pecchioli; Sorsi letterari di Gherardo Fabretti; Molise a tinte forti di Giorgio Rinaldi; Yes, wine can di Roy Zerbini; L’influenza dell’influencer di Valerio M. Visintin; Classici insoliti di Francesca Zaccarelli; Rosso Cina di Florinda Nardini; Una IPA tira l’altra di Riccardo Antonelli; Olio di mamma di Luigi Caricato; Note di degustazione - Il terroir di Verdi di Fabio Rizzari; Pas dosé - La viticoltura che verrà di Mario Fregoni.