arie da buongustaio
Fabio Rizzari

Il Pantheon di grandi compositori nati nella penisola italiana è affollatissimo, e anche tenendosi a uno striminzito riassunto ne viene fuori quasi un elenco telefonico: Francesco Landini, Giulio Caccini, Emilio de’ Cavalieri, Carlo Gesualdo, Luca Marenzio, Claudio Monteverdi, Jacopo Peri, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Arcangelo Corelli, Girolamo Frescobaldi, Alessandro Scarlatti, Domenico Scarlatti,Tomaso (sic) Albinoni, Luigi Cherubini, Benedetto Marcello, Antonio Vivaldi, Luigi Boccherini, Antonio Caldara (molto ammirato da Bach), Domenico Cimarosa, Pietro Domenico Paradisi, Vincenzo Bellini, Niccolò Paganini, Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi, Pietro Mascagni, Giacomo Puccini, Luigi Nono, Luciano Berio, Ennio Morricone.


Eppure, con tanta ricchezza che attraversa i secoli, uno dei primi due o tre nomi che vengono citati da uno straniero, forse il primo stesso, è spesso quello di Giacomo Puccini. Il perché sulle prime non è chiarissimo. Probabilmente perché le sue opere sanno unire, a un’indubbia solidità strutturale, una capacità di affascinare anche l’ascoltatore più distratto per l’immediatezza delle linee melodiche. Ciò sposta l’attenzione su un piano di semplicità apparente, di facilità orecchiabile del testo musicale pucciniano; testo che è invece piuttosto complesso in lettura verticale. La bellezza quasi senza peso delle sue arie più famose lo riallaccia alla radicata tradizione italica della melodia, e del resto Puccini stesso ricorda a se stesso programmaticamente: “Contro tutto e contro tutti fare opera di melodia”.

Poco tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1924, un musicista enigmatico e geniale come Edgar Varèse sottolinea: “Sono passati più o meno dieci mesi da quando Giacomo Puccini ci ha lasciato, combattendo contro il destino per portare a compimento la sua Turandot. Così come allora non appariva all’orizzonte nessuna figura che desse segni di essere altrettanto dotata come melodista, non è una sorpresa che oggi nessun altro sia emerso in grado di prendere il pubblico mondiale per le orecchie”.


Puccini prendeva il pubblico per le orecchie; cioè faceva non soltanto il lavoro che ci si aspetta da un buon compositore, ma in alcuni passaggi chiave irretiva gli ascoltatori con un canto ipnotico, immediatamente seduttivo.

Lucchese di nascita, si incapricciò della campagna di Viareggio, dove si fece costruire una villa nel 1900 tondo: a Torre del Lago, oggi giustappunto Torre del Lago Puccini. La sua passione principale pare fosse la caccia, che egli metteva addirittura al primo posto, almeno come esternazione narcisistica esplicita, nel sintetico autoritratto:“un potente cacciatore di uccelli selvatici, libretti d’opera e belle donne”.


A Torre del Lago doveva stare piuttosto bene, visto che la descrive come: “Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, turris eburnea, vas spirituale […] Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. […] Tramonti lussuriosi e straordinari”.

Qui, a quanto sembra, si divertiva a cucinare per gli amici.“Il Maestro amava ingentilire il pasto con mandarini, vino frizzante e latte alla portoghese”, secondo quanto emerge dalle ricerche compiute dal Centro Studi a lui dedicato. Puccini stesso annota:“Il momento che rende affascinanti le battute di caccia nella Tenuta è la colazione alla macchia, che si organizza dal personale di servizio con ogni cura: salsicce allo spiedo, affettati, ova sode, soppressata di testa di cinghiale, bruschetta, vin bianco di Castelnuovo”. 


Bianco di Castelnuovo, dunque: a dimostrazione che le terre della Costa Toscana non sono storicamente note per vini rossi fermi di alto livello.  Difatti in un’altra lettera il Nostro rivela di amare particolarmente “i frizzanti vini delle nostre colline”.


“Bere bene e mangiare meglio” era un punto di riferimento nella sua vita privata; di più: era un intento dichiarato, sia pure goliardico. Così recita infatti il regolamento del club “La Bohème” da lui fondato con un gruppo di amici stretti che si riunivano nel piccolo ritrovo “La capanna di Giovanni dalle Bande Nere”:


Art. 1 I soci del club “La Bohème”, fedeli interpreti dello spirito onde il club è stato fondato, giurano di bere bene e mangiar meglio.

Art. 2 Ammusoniti, pedanti, stomachi deboli, poveri di spirito, schizzinosi e altri disgraziati del genere non sono ammessi o vengono cacciati a furore di soci.

Art. 3 Il presidente funge da conciliatore, ma s’incarica d’ostacolare il cassiere nella riscossione delle quote sociali.

Art. 4 Il cassiere ha la facoltà di fuggire con la cassa.

Art. 5 L’illuminazione del locale è fatta con lampada a petrolio. Mancando il combustibile, servono i “moccoli” dei soci.

Art. 6 Sono severamente proibiti tutti i giochi leciti. Art. 7 È vietato il silenzio.

Art. 8 La saggezza non è ammessa neppure in via eccezionale.


Le sue partiture non sono particolarmente ricche di rimandi al vino, alle gioie della tavola. La Manon Lescaut fu probabilmente il suo successo più grande in vita. Ma l’opera più cara al pubblico è da molti punti di vista la Bohème, in cui almeno un passaggio, fugace, celebra il bere: “Ah! Se nel bicchiere sta il piacer, in giovin bocca sta l’amor”.

Vitae 14
Vitae 14
Settembre 2017
In questo numero: L’anima bianca di Brolio di Roberto Bellini; Chardonnay in Champagne di Roberto Bellini; Verdure dimenticate di Morello Pecchioli; Taormina a congresso di Gherardo Fabretti; Lo charme del rosa oltre l’estate di Giuseppe Baldassarre; Cucine rompicapo di Valerio M. Visintin; Gewürztramin(i)er di Matteo Baldini; Global warning di Francesca Zaccarelli; Barley time di Riccardo Antonelli; Temperatura niente paura di Luigi Caricato; Note di degustazione - Arie da Buongustaio di Fabio Rizzari; Pas dosé - Paese che vai, tipicità che non trovi di AIS Staff Writer.