chardonnay in Champagne
Roberto Bellini

Nella Champagne si inizia a parlare relativamente tardi di uva bianca di qualità. Prima dell’esplosione del vino bianco - dettata peraltro da eventi non favorevoli alla produzione del più diffuso rosso - in tutta l’Île de France, inclusa l’attuale Vallée de la Marne, il vino rosso tendeva a imitare il vincente modello enologico della Borgogna. Si tratta di un arco temporale di tre secoli, dal 1375 al 1660, in cui il vino di qualità si colorava di rosso impiegando i diversi pinot, mentre il meglio dei bianchi derivava dalle uve fromenteau e dal rustico gouais blanc.

Agli inizi dell’Ottocento si citano alcune varietà di pinot blanc, detto anche pineau, e il morillon blanc, stranamente staccato dal pinot blanc nonostante gli ampelografi li ritengano una sola varietà. Nella Marna c’erano uve bianche cosiddette d’ordinanza - e questo la dice lunga sul loro potenziale qualitativo - come il petit blanc, il blanc doré, l’épinette blanche, il gros blanc e il beaunois. Nel territorio di Château Thierry e dintorni si incontravano il bargeois e il bon blanc, mentre l’arboiser, l’arbanne e lo chasselas doré riscuotevano un certo prestigio nell’Aube.

E lo chardonnay dov’era? Il mistero non è stato ancora svelato e l’incertezza su uno scambio d’identità con il pinot bianco è tuttora oggetto di dibattito, forse perché nella Côte d’Or nel 1827 era chiamato anche pineau blanc, e con lo stesso nome si trova coltivato nella Saône-et-Loire già nel 1685.

Solo dal 1870 si impiega con maggior frequenza il nome chardonnet/chardonnay, ma una vera distinzione ampelografica tra pinot blanc e chardonnay non compare prima del XX secolo.

La grafia “chardonnay” fu motivo di molte discussioni tra gli ampelografi riunitisi in congresso a Chalon-sur-Saône nel 1896, ma non si riuscì a raggiungere un consenso unanime tra i due nomi (chardonnay, chardonnet).

Parlare di chardonnay in Champagne genera molti dubbi, soprattutto considerando che nel Novecento le varietà di pinot blanc producevano oltre un terzo delle uve utilizzate per lo Champagne, includendo probabilmente anche il pinot blanc vrai e lo chardonnay. La coltivazione era ristretta all’area dell’attuale Côte des Blancs, compresi Val du Petit Morin e Côte de Sézanne. I dubbi aumentano analizzando il resoconto riportato nel 1883 nell’Inchiesta sulla vigna: si afferma che il pinot blanc, poco fertile, era il solo ad assicurare fama e rinomanza ai vigneti tra la Côte de Chouilly e Mesnil, perché dava un vino molto fine. Ciò non coincide con quanto riportano gli studiosi Pierre Rézeau e Pierre Galet, che identificano il pinot blanc come un’uva dal potenziale in finezza inferiore allo chardonnay, ma soprattutto - e qui sta l’incongruenza - molto produttivo. Risulta un po’ dissonante il “molto fine” per il pinot blanc, perché il vino possiede un tono fruttato e un insieme gustativo più “dolce”, più maturo, quindi con una finezza generale meno stimolante rispetto allo chardonnay, dotato di una frizzante energia sospinta da sottili vibrazioni agrumate.

La storia ampelografica dello chardonnay appare alquanto contorta fin dalle origini, tanto che la sua nascita ha tutti i contorni di una favola. C’era una volta nella Champagne un vitigno a bacca bianca chiamato gouais blanc, una specie di brutto anatroccolo tra i vitigni, deriso da tutti per la sua forza acida ruspante e malica, ma accettato in quel gelido territorio perché, pur piantato in condizioni sfavorevoli, il suo tardivo risveglio vegetativo lo salvava dalle gelate primaverili; inoltre, era molto produttivo. Le autorità cercarono in tutti i modi di limitarne la coltivazione, ad esempio nel 1598 in Lorena e nel 1713 a Metz, per non compromettere la nomea e l’onore delle altre tipologie. Questo prodigarsi ha fatto che dopo qualche secolo sia praticamente scomparso. Però la sua accertata presenza nei vigneti dell’est, tra il 1100 e il 1200, qualcosa di buono ha prodotto. Un team di studiosi americani e francesi, attraverso l’indagine sul Dna, ha rivalutato la cultivar, sostenendo che dall’incrocio con il pinot noir sarebbero nati l’auxerrois, l’aligoté, il gamay e il nobilissimo chardonnay: per alcuni ciò accadde nel 1200.


L’unione fa la forza, e anche l’eleganza, verrebbe da dire, visto che la forza acida del gouais blanc è stata stemperata dal pinot noir, il noir ha trasferito nello chardonnay il proprio floreale, e lo chardonnay l’ha colorato di bianco e di giallo: forza ed eleganza, appunto.

Nella Champagne lo chardonnay non ha trovato un habitat favorevole e i vigneron si sono dovuti ingegnare non poco per comprendere dove farlo sentire a proprio agio, studiando in modo approfondito il terroir, le rese per ettaro e le tecniche di cantina.


Il primo pericolo, in questa fredda regione, è il gelo. Lo chardonnay, alquanto precoce, ha bisogno di un versante in vigna che favorisca la discesa dell’aria verso il fondovalle, per evitare le gelate. Ha vigore da medio a debole, preferirebbe quindi un taglio lungo, ma per incrementare il suo appeal qualitativo occorrono un taglio corto e situazioni climatiche opportune.


In Champagne è stato piantato nei versanti con esposizione sud, sud-est, ponendo attenzione alla pendenza, affinché la vite si trovi a combaciare con il miglior angolo di incidenza dei raggi solari: tutta questa energia è essenziale per lo chardonnay. La sua fertilità è media e la grande qualità (per vini fermi) si ottiene con una resa intorno a 30 hl/ha; in talune annate si riesce a produrre anche 100 hl/ha, ma già intorno ai 70-80 la qualità complessiva tende a diminuire. Necessita di terreni a dominanza calcarea, anche ricca di marne, dai sedimenti friabili. Se il suolo avesse ritenzione idrica e il clima fosse caldo, soffrirebbe per siccità e la produzione sarebbe compromessa in eleganza. Meglio quindi terreni a forte componente calcarea e poveri: qui prende un carattere austero, anche con effetto tattile metallico, in versione Montrachet.


Riesce ad adattarsi a climi diversi, ma predilige il fresco, perché vi trova l’equilibrio tra morbidezza, acidità e mineralità, e più fragranti risultano gli effetti del floreale, del vegetale e gli spunti agrumati; nel clima caldo ingrassa le sue rotondità, si fa morbido e acquista un fruttato più maturo, perdendo in saporosità.

Il ventaglio olfattivo dello Chardonnay in Champagne si smarca decisamente da quelli dell’areale borgognone. Nella Champagne si miscelano espressioni olfattive e gusto-olfattive di frutta tropicale/ esotica, dalla carambola all’ananas, dal mango alla papaia, dalla guava al frutto della passione, poi il tutto si imburra senza attenuare il croccante acidulo della mela, completato dalla raffinata sapidità del gesso. Anche il gusto non risente del clima champenoise, un po’ più fresco rispetto alla Borgogna, l’acidità resta vivace e mai aspra, non cede alle lusinghe dell’amaricante effetto verde dell’erbaceo, e l’alcol crea equilibrio favorendo un naturale effetto morbido, pur oscillando in un gusto di freschezza fruttata tra limone, pompelmo e ananas.

A dispetto di una maturazione in vigna non così perfettibile come nella Côte d’Or, riesce ad avere profumi terziari molto raffinati, come miele, cera d’api, spezie, noce, un tocco tostato e quell’effetto creamy che ricorda i toni della patisserie; con la malolattica, il bâtonnage e la sosta in barrique, si rinforzano gli effetti del burro, della crema, dello yogurt, della vaniglia, della nocciolina e del suo burro. A detta degli chef de cave della Marne, qui lo Chardonnay evolvendosi può guadagnare in complessità.

Questi i tratti organolettici dello Chardonnay in Champagne, ma il territorio in cui vive è assai variegato, dal suolo al sottosuolo, dalla pendenza all’esposizione, tanto che i vini presentano specificità organolettiche riconoscibili in degustazione. Gli ultimi studi sul terroir champenoise hanno suddiviso l’areale in tre distinte macroaree da nord verso sud: Côte de l’Île de France, Côte de Champagne, Côte des Bar. La prima comprende la Montagne de Reims, laVallée de la Marne e la Côte des Blancs e de Sézanne. La Côte de Champagne include Montgueux e Vitryat, mentre la Côte des Bar si divide in Barséquanais e Bar-sur-Aubois. Lo chardonnay rappresenta il 29 per cento della superficie vitata champenoise (corrispondente a 10.741 ettari), è presente in tutti i diciassette microterroir e si contano fino a undici cloni. Si concentra nella Côte des Blancs (32,02%), ma ha interessanti espressioni anche nella Montagne de Reims (12,07%), nella Côte de Sézanne (11,13%) e nella Vallée de la Marne (13,50%).


La crescita in fama e in qualità dello chardonnay ha scombussolato gli equilibri in Champagne, tanto che rispetto a una ventina di anni fa si trovano blanc des blancs da chardonnay un po’ ovunque, anche dove non dà il meglio, perché i vigneron hanno preferito distinguersi dall’imperante cuvée tradizionale.


Iniziamo il percorso dal comprensorio di Reims. Nonostante si parli genericamente di Montagne de Reims, in realtà la zona si suddivide in quattro aree ben distinte: Monts de Berru, Grande Montagne de Reims,Vesle et Ardre, Massif de Saint-Thierry.


L’area più curiosa è senz’altro Monts de Berru, a est di Reims, un territorio che dire sia Champagne è quasi un azzardo. Qui c’era terra quando Rilly-la-Montagne era sommersa, perciò i suoli sono quasi unici: sabbie con lignite e sabbie marine, con il 43 per cento di gesso bianco di belemnite e 15 di argilla con lignite. Il clima è misto, tra continentale e oceanico, d’inverno il freddo è pungente e d’estate il caldo è un eufemismo: la stagione calda va dal 10 giugno ai primi giorni di settembre, con una media di 21 °C. Gli ettari vitati a chardonnay sono 339.


Lo Champagne si carica in potenza a discapito della finezza, la mineralità acquista toni fumé, non si completa del tutto in ampiezza e resta con una persistenza mediamente lunga. Al gusto non ha tutta la rinfrescante croccantezza della frutta ancora in via di maturazione, ma le note iodate e saline lo rendono molto accattivante alla beva.

La Grande Montagne de Reims è un vasto pianoro esteso fino a Épernay, con due attori principali, la foresta e i vigneti. Ai fianchi della foresta i pendii sono coltivati a vigna. Il suolo è gessoso con qualche elemento di colluvione originato dall’erosione; le rocce detritiche trovano deposito nella metà bassa della costa, quella migliore per la vite. Le esposizioni non sono uniformi, si va dal pieno nord al nord-est, fino a est e sud-est. Nella parte con esposizione nord, nord-est il gesso è situato più in profondità, le rocce scese per gravità sono numerose e sono presenti la lignite e il calcare marnoso. A est, sud-est il gesso è sempre in profondità, ma mancano le rocce da colluvione e la lignite con sabbia; si incontrano invece il calcare marnoso e la marna.


Lo strato d’argilla superficiale ricopre due strati di sabbie (uno fine, l’altro con argilla e lignite della faccia di Épernay), e ancora marne, calcare marnoso e infine gesso bianco. Qui il clima è completamente continentale oceanico, in pieno regime di vigna fredda, tanto che la media termica annua è pericolosamente vicina ai 10 °C, se non al di sotto. La temperatura media in luglio e agosto è di 18 °C, a settembre si abbassa a 15, con minime tra 10 e 12 °C. Lo Champagne che si ottiene dai vigneti di chardonnay esposti a nord, nord-est (533 ettari di coltivazione) presenta un ricco fruttato di pompelmo e limone, il floreale ha un intenso tono di biancospino, mentre la freschezza al palato sfiora il sapore acidulo; in piena esposizione nord s’avvicina al sapore della susina mirabelle, trattenendo una gradevole, seppur dura, acidità tartarica. L’assenza di toni asprigni favorisce una deliziosa acidità al gusto di limone confit e di pesca bianca, senza perdere completamente la mineralità. Tutto cambia quando l’esposizione si sposta verso est, e questo accade tra Verzy e Trepail. In questo spicchio di Montagne de Reims ci sono meno rocce e più calcare rispetto alla parte nord e l’esposizione si spinge fino a sud- est. Sono 563 gli ettari piantati a chardonnay, ossia il 90 per cento della superficie, tanto che la zona è chiamata “Perle Blanche”. 


Si ottiene uno Champagne dal profilo fruttato di mela verde, limone e susina, il floreale è meno amaricante e si può riscontrare un tono di pietra focaia. La freschezza è caratterizzata da un gradevolissimo acidulo di pompelmo rosa, lasciando un finale retrolfattivo di fiore di sambuco. Ha più spessore liquido rispetto allo Chardonnay della Côte, con effetto morbido legato al fruttato da susina, e non mancano aromi retronasali di biancospino e acacia. Dove lo chardonnay trova limo e/o argilla marrone, come a Villers-Marmery, lo Champagne si carica di vigore e di spezie.


Vesle et Ardre appartengono geograficamente alla Montagne de Reims, ma dal punto di vista viticolo hanno poco comune. Siamo nella faccia marina, con maggior presenza di sabbia nel sottosuolo, seguono le marne e l’argilla originate da sedimenti alluvionali; il gesso, seppur del Cretaceo, è di micraster e non di belemnite. Generalmente la parte più alta del vigneto ha un suolo argilloso-calcareo, mentre in basso è argilloso-marnoso con maggior presenza di detriti.


La zona è tripartita: la Petite Montagne de Reims che si incunea, come un naturale prolungamento verso ovest della Montagne de Reims, tra l’autostrada A4 e la strada nazionale 51, costeggiando i contorni della foresta; laVallée de la Vesle si situa a sinistra del fiume e termina quando esso riceve le acque dell’Arde; la Vallée de l’Ardre segue tutto il corso del fiume quasi fin dalla sorgente (250 m di altitudine, nel Parco Naturale Regionale della Montagne de Reims) e termina alla confluenza nel fiume Vesle. Dai 316 ettari coltivati a chardonnay nasce un vino un po’ incerto nel profilo olfattivo, genericamente fruttato, con qualche nota “verde”; gli spunti minerali si percepiscono con molta difficoltà. La freschezza del frutto non possiede l’energia citrica degli agrumi, ma vira in una sensazione fruttata di clementina; la sua salinità è leggerissima.


Il Massif de Saint-Thierry è l’ultima frazione dell’area Montagne de Reims. Si trova a nord-ovest di Reims, tra l’autostrada A26 e la RN 31, tra il fiume Vesle (parte destra) e il canale Aisne-Marne. Il terreno è principalmente sabbioso-argilloso, anche argilla marina, con strati argilloso-calcarei, il tutto su basamento di gesso del micraster. È mediamente fertile, un vantaggio per lo chardonnay, e il suolo si riscalda rapidamente. Il paesaggio viticolo si estende dalle dolcissime pendenze alla parte pianeggiante. Il clima è meno continentale della vicina Grande Montagne de Reims, e l’influenza oceanica meno presente. Si generano Chardonnay dall’acidità moderata, gradevole; le note olfattive intrecciano fiori bianchi con una delicata scia agrumata. Ha un’acidità molto fruttata, di mela verde, con sapidità in equilibrio e una lunga persistenza.


La Vallée de la Marne è un vero microcosmo di diversità di suoli, tra argilla, marne e calcare, con base gessosa di micraster. La formazione cenozoica di argille e marne ha in anche le sabbie, quindi potenzialmente non è del tutto ideale per lo chardonnay. Il clima presenta una linea isotermica vicina agli 11 °C, un mix di oceanico e continentale, con rischio di gelate per circa sessanta giorni, altrettanti di nebbia: una zona climaticamente severa e rischiosa per la vigna.

La parte che si trova nella faccia continentale, chiamata Grande Vallée de la Marne, si distingue da quella nella faccia marina, che comprende Vallée de la Marne Rive Droite,Vallée de la Marne Rive Gauche e Coteaux Sud d’Épernay.


La GrandeVallée de la Marne va staccata viticolturalmente dalle altre zone.Troviamo un sottosuolo con gesso di belemnite, limo rosso, argilla silicea anche se un po’ umida; le affinità con il suolo della Montagne de Reims sono moltissime. Il clima continentale, con influenza oceanica, la accosta al resto della Vallée, ma tutte le ripide vigne vicine al canale laterale della Marne godono di un clima meno freddo. Dai 345 ettari piantati a chardonnay si ottiene un vino dall’intenso floreale, con note di agrumi mescolate a frutta a pasta bianca, dalla mela alla pesca, fino alla pera cotogna. La struttura gusto-olfattiva ha una fresca acidità al sapore di frutta a polpa gialla, spesso pesca, talvolta frutta tropicale, insaporita dalla presenza di agrumi. Non sempre la sapidità attira a la mineralità gessosa, questo al sapore una minore energia, tanto che il vino può apparire in uno status di imminente maturità.


Le vigne della Vallée de la Marne Rive Droite sono il naturale prolungamento verso ovest della Grande Vallée, compresse tra il fiume Marne e l’Autostrada A4. Il terreno è argilloso a tendenza marnosa, ciò genera freschezza e umidità, anche se nel complesso è meno freddo della dirimpettaia Rive Gauche; un ruolo attivo e determinante per attenuare freddo e umido è la piena esposizione a sud. Dai 226 ettari impiantati a chardonnay derivano vini con bouquet di mela renetta, fiori bianchi e buccia di limone.Tutta l’espressione di acidità è sostenuta da un fruttato al gusto di mela, di fico bianco fresco e di mandorla. Ha una sapidità leggermente gessosa che non spinge in profondità il finale di bocca, e spesso chiude con un sentore di scorza di arancia.

Vallée de la Marne Rive Gauche, Terroir de Condé e Vallée de la Marne Ouest hanno in genere terreno argilloso calcareo a tendenza marnosa, molta umidità, e la presenza di sabbia e l’esposizione che strizza l’occhio al nord non sembrano ideali per lo chardonnay. Il vino che si ottiene nella Vallée de la Marne Rive Gauche, da Épernay a Dormans, ha in sé tutta la semplicità olfattiva della mela renetta, del limone e dei fiori bianchi. Il suo gusto si sostiene per un sapore di succo di mela e limone, è leggermente gessoso e nel finale ritorna un aroma di mandorla bianca.

Nei Coteaux Sud d’Epernay sul gesso del micraster si adagiano il limo e l’argilla con limo; è minore la percentuale di calcare e buona l’esposizione sud, sud-est. Gli ettari coltivati a chardonnay sono 517. Si ottiene un vino dal bouquet di delicato floreale, di fiori bianchi non amarognoli, e frutta a pasta bianca, mentre al gusto il rinfrescante effetto limone insaporisce l’acidità della mela verde. Molto caratterizzante e quasi esclusiva è la sua sponda minerale: leggero iodato, mineralità salina e calcarea.


Staccandosi dal corso della Marne, scivolando longitudinalmente verso sud, ci avviamo verso il confine tra la Côte de l’Île de France e la Côte de Champagne.

Le aree vitivinicole che hanno una propria identità sono quattro: Côte des Blancs,Val du Petit Morin e Côte de Sézanne (queste si trovano nell’Île de France), mentre il Vitryat appartiene alla Côte de Champagne. Di queste solo la Côte des Blancs è collocata della faccia continentale.


Nella Côte des Blancs il terreno è ideale per lo chardonnay. Il gesso di belemnite è quasi affiorante e c’è molto calcare, l’esposizione è a est; i vigneti sono mediamente ripidi, con pendenza del 40% in alto e dell’8% in basso, ben protetti dal vento e dalla pioggia dai ciuffi boschivi che ornano la sommità delle colline; il drenaggio ottimale è molto utile in caso di un andamento climatico freddo e umido. In fatto di sottosuolo, la combinazione è quasi unica perché suolo e sottosuolo sono gessosi e la sabbia del cenozoico è rara: tutto quel gesso viene assorbito dallo chardonnay, che si dota di una particolare sapidità e mineralità, mantenendo alta l’acidità. La personalità olfattiva è ben variegata, note d’anice stellato si abbinano al caprifoglio, all’acacia e al biancospino ed entrano in competizione con gli agrumi e i frutti tropicali, completandosi con sensazioni di polvere di gesso.


La struttura gusto-olfattiva oscilla tra il pompelmo e l’ananas, costruendo, di fatto, un’acidità sapida, la cui granulosità ha spessore fine, come fosse una polvere di sale gessoso. Nell’insieme l’impatto gustativo si armonizza in un’intensità fruttata al sapore di agrumi, non ha toni di surmaturazione, non impressione di frutto dolce; l’acidità si percepisce in totale purezza e lascia piena energia alla sapidità.

Val du Petit Morin del fiume Petit Morin, si stacca dalla faccia continentale e si incunea in quella marina. Oltre a cambiare il suolo, c’è una diversa condizione climatica. Siamo al confine della Champagne humide, dove non si può fare vigna. Il suolo ha argilla e calcare, quest’ultimo meno presente rispetto alla confinante Côte, però c’è la silice, anche se non disposta in modo uniforme: nella parte ovest è più presente rispetto a est, che è più vicino a Vertus. La presenza di piccoli laghi e di terre paludose produce una pericolosa umidità che non sempre garantisce una conclusione ottimale dell’annata vegetativa. Lo Chardonnay ha cupola olfattiva molto fruttata di pesca e susina bianca, i fiori bianchi sono un po’ selvatici, dal soffuso amaricante. La struttura gustativa presenta un’acidità che s’ammorbidisce, senza addolcirsi, in un sapore di limone maturo, e lascia un lieve effetto gessoso nel finale.


La Côte de Sézanne inizia a sinistra del Petit Morin e si colloca parzialmente sotto l’influenza della Champagne humide, per presenza di paludi e foreste. Il calcare e il gesso sono più umidi, c’è argilla lignifera con molluschi salmastri, il tutto ricoperto da elementi di colluvione scivolati dalle alture. L’esposizione è sud-est, est, la pendenza media intorno al 10%, con un picco del 30%; la foresta si estende a circa 200 metri sul livello del mare. Sembra sia la zona in cui Tebaldo IV, conte di Champagne, piantò lo chardonnay; quindi sarebbe il primo ad averlo coltivato, sotto il regno di Luigi IX (1226-1270). Siamo al cospetto di un clima oceanico degradato, tanto da diventare oceanico umido temperato. In genere gli Champagne da chardonnay hanno più maturità, il fruttato giunge ai toni della pera matura, quindi risultano complessivamente più morbidi rispetto alla Côte des Blancs. L’assenza di una vivace purezza nel fruttato d’agrume lo fa apparire un po’ rustico e nel complesso meno sottile e fine. La sua gradevolezza armonizza gli equilibri della maturità e offre un volume liquido dalla fluidità un po’ patinosa.

Il dominio territoriale nella coltivazione delle tre uve appartiene all’Île de France e alla Côte des Bar, ma in mezzo al guado geologico e climatico ci sono due aree molto interessanti per lo chardonnay, Montgueux e Vitryat, situate nella Côte de Champagne.


Montgueux, vicino a Troyes, alle porte dell’Aube, ha terreno simile a Les-Mesnil-sur-Oger, ma con un clima bizzosamente incontrollabile che non consente quell’ottimale maturità come nella Côte des Blancs. Il gesso torna affiorante, miscelato con argilla e silex, con alcune zone a vena calcarea. L’olfatto è caratterizzato dal frutto tropicale maturo, rinfrescato da note di foglia di limone ed erba mentolata. L’acidità è meno marcata e sembra intrisa di tropical fruit, con un finale gradevolissimo di sapidità gessosa; lo stile sta nel mezzo tra Sézanne e la Côte des Blancs.


Vitryat è relativamente distante dall’Aube. Il suolo si compone di calcare con gesso grigio e bianco, talvolta affiorante, e poca argilla. A mezza costa le radici dello chardonnay affondano sul basamento calcareo e danno mineralità. Essendo una valle umida, non per piovosità ma per presenza di laghetti e acquitrini, ha bisogno di ventilazione per asciugare gli acini e favorire la concentrazione dello zucchero. Fa buon gioco alla coltivazione dello chardonnay la presenza di una brezza delicata, chiamata dai vignaioli “petit vent opportun”.

Al naso e al palato torna il tono di limone verde e pompelmo, talvolta la sapidità si combina con un’acidità fruttata di susina gialla; nel complesso gli Champagne da chardonnay di Vitryat non emergono per vigore in freschezza, ma strizzano l’occhio a un equilibrio più precoce.


Infine, il sud della Champagne, la Côte des Bar. Qui il terreno ha tutte le dissomiglianze possibili rispetto ai vigneti del nord. Il terreno si stratifica a partire dal calcare titoniano, nella parte alta delle colline, poi interviene il Kimméridgien superiore e medio, quindi marna (argillosa calcarea) e calcare, ma anche sottosuolo argilloso con limo; in superficie si trovano colate di materiale fine e grossolano e accumuli di frammenti di rocce. Il clima è continentale, l’inverno è leggermente più freddo della Marne, l’estate più calda; sono le molteplici esposizione a giocare un ruolo decisivo sull’evoluzione del frutto in vigna. Gli Champagne da chardonnay propongono fruttato di pera matura, il cedro come agrume e fiori bianchi di landa. Ha acidità e finisce minerale.


Riepilogando, lo Chardonnay della Champagne elabora un territorio e trattiene dallo stesso, nella sua personalissima espressione organolettica, una trama olfattiva elegantemente ricamata da frequenti richiami fruttati ad acidità sapida e in misura minore acidula, non ha l’erbaceo, e il suo floreale spazia tra toni semidolci e un gradevolissimo amaricante che si accosta alla mandorla fresca. Le note speziate scarseggiano, invece nei terroir a lui più congeniali si carica di minerale e si amplifica in complessità. Seppur con diverse intensità, la struttura gusto-olfattiva parte con un impatto acido- sapido equilibrante, differisce per un diverso vigore e una più o meno prolungata persistenza. È invece strategico che il finale di bocca si amplifichi in più espressioni d’aromi retrolfattivi, e non si lasci sovrastare dal volume gassoso e da un’acidità vagamente malica con chiusura amaricante: questo, per sua fortuna, lo Chardonnay lo evita, a prescindere.

Vitae 14
Vitae 14
Settembre 2017
In questo numero: L’anima bianca di Brolio di Roberto Bellini; Chardonnay in Champagne di Roberto Bellini; Verdure dimenticate di Morello Pecchioli; Taormina a congresso di Gherardo Fabretti; Lo charme del rosa oltre l’estate di Giuseppe Baldassarre; Cucine rompicapo di Valerio M. Visintin; Gewürztramin(i)er di Matteo Baldini; Global warning di Francesca Zaccarelli; Barley time di Riccardo Antonelli; Temperatura niente paura di Luigi Caricato; Note di degustazione - Arie da Buongustaio di Fabio Rizzari; Pas dosé - Paese che vai, tipicità che non trovi di AIS Staff Writer.