il coro del vino
Fabio Rizzari

“A me mi piacciono molto le canzoni antiche, anche le Quattro Stasioni di Vivaldi”: a distanza di decenni, ricordo ancora le prime righe del tema di uno scolaro che un amico insegnante si era ritrovato a correggere, tra una pila di componimenti altrettanto ispirati, per chiudere una sessione di esami della Terza Media. Nell’immaginario comune le “Quattro Stasioni” sono infatti per definizione quelle di Vivaldi. Alcuni suoi passaggi sono talmente iconici (l’incipit della Primavera, il detonante temporale dell’Estate) da aver superato i confini di genere - musica classica, musica pop, musica soft metal, musica parrocchiale - per approdare allo status di motivetto universale, ormai depositato stabilmente nell’inconscio di un fiscalista boliviano come in quello di un teenager ucraino o di una casalinga di Acilia.

Eppure di dipinti musicali sulle stagioni esiste almeno un altro illustrissimo conseguimento: l’oratorio Le Stagioni di Franz Joseph Haydn, compositore nato in Austria nel 1738 e ivi passato a miglior vita nel 1809. Devo fare un’imbarazzante premessa: in decenni dedicati all’ascolto della musica non sono mai riuscito a entrare in sintonia con l’opera haydniana. “Incapace di rimasticarne l’idea”, a dirla con Gadda, sono sempre rimasto inerte anche davanti a capolavori quali La Creazione o la Sinfonia n. 45 detta degli Addii. La mia impressione, di evidente e inescusabile rozzezza, è che si tratti di un Mozart in media più noioso; luogo comune peraltro diffuso. Peggio di così non potrei andare, per un vero cultore di musica. Haydn è infatti considerato senza mezze misure uno dei più grandi artisti della storia umana, un vero monumento della musica moderna: padre della sinfonia, padre del quartetto per archi, zio dell’oratorio, architrave centrale della cultura occidentale e altri titoli onorifici lunghi un chilometro.

Di Mozart era stato in effetti amico e una sorta di fratello maggiore. Beethoven lo ammirava a tal punto da dedicargli diverse sue opere. Molta della sua formazione si deve al suo primo maestro, il compositore italico Nicola Porpora. Una figura di burbero, più o meno benefico, le cui lezioni non erano all’insegna del politicamente corretto: “Non mancavano gli ‘asino’, ‘coglione’, ‘birbante’, o le gomitate nelle reni, ma non me la prendevo, perché da Porpora appresi molto di canto, di composizione e di italiano”, nelle parole di un altro allievo. La cosiddetta forma-sonata, che qui sarebbe complicato descrivere nella sua struttura, ma che è alla base di pressoché tutta la musica dell’Ottocento, è stata codificata proprio dal Nostro.


Non è documentato nella sua biografia un particolare amore per il vino, o quantomeno non ne ho trovato traccia nella mia ricerca sulle fonti. È però molto famosa una sua composizione che inneggia al vino; anzi, è tra le più conosciute sul tema di tutto il repertorio classico. Si tratta del coro del vino nell’Autunno delle Stagioni. “Haydn conosceva bene Le Stagioni di Antonio Vivaldi che si trovavano nella biblioteca di Paul Anton Esterhàzy. […] Ciò che nelle Stagioni vivaldiane era mera oggettivazione naturalistica, in Haydn diventa metafora della vita umana; anche se il tono didascalico, non si può negarlo, conserva una nota di angustia, di moralismo terreno: quel contadino che gongola misurando il raccolto con lo sguardo, quella virtù ostentata delle ragazze, che sembra tanto interessata, buona per accalappiare un marito, quella campagna così precisa e accurata, sono tutti elementi che spostano l’attenzione sui valori di questo mondo; alla fine, ricorre l’antico tema religioso dell’ubi sunt (dove sono, davanti alla morte, gioie, dolori, affanni, ecc.?) ma ciò nonostante si sente che il vero interesse è per le cose di quaggiù, la cui realtà è più che mai presente” (G. Pestelli). E cosa c’è di più presente e vero del vino, tra le cose di quaggiù?

Il coro è dunque un vero inno alla gioia dell’ebbrezza enoica. Sebbene, a esser onesti, il testo non risulti il più poetico e profondo che sia mai stato scritto sulla nostra sacra bevanda. Ecco qualche passaggio:


Beviamo!
Bevete, fratelli,
spassiamocela!
Evviva! Evviva! Viva! Viva il vino!
Viva la terra dove matura!
Viva la botte che ce lo conserva!
Viva il boccale da dove scorre!

Venite, fratelli!
Riempite i boccali!

Vuotate i bicchieri!
Spassiamocela!
Vuotate i bicchieri!
Gioite, esultate,
saltate, ballate,
ridete, cantate!

Ora prendiamo l’ultimo boccale!
E poi cantiamo a pieno coro
il succo della vite ricco di gioia:
Viva il vino, il nobile vino,
che scaccia affanni e tormenti!
Risuoni forte e alta la sua lode
in migliaia di gioiosi canti!
Evviva! Evviva! Viva!,
gridiamo a piena voce.

Se questi vi sembrano versi insignificanti, figuratevi quelli che ho tagliato. Ciò che conta è però la forza espressiva della pagina musicale. Che in questo caso è davvero trascinante. Gioiosa, solare, pulsante di vita, ricca di sottigliezze e, sul finale, di notevole densità in struttura verticale. Un inno alla danza, semplice e complesso insieme, di una luminosità straordinaria. L’oratorio Le Stagioni di Haydn è del 1801. Dieci anni più tardi Beethoven firma una delle sue sinfonie più prodigiose, la Settima. Così ne scrive Wagner:“La Sinfonia è l’apoteosi della danza: è la danza nella sua suprema essenza, la più beata attuazione del movimento del corpo quasi idealmente concentrato nei suoni. Beethoven nelle sue opere ha portato nella musica il corpo, attuando la fusione tra corpo e mente”.

Non è azzardato leggerci, neppure troppo in filigrana, la lezione del coro del vino del vecchio maestro austriaco.

Vitae 15
Vitae 15
Dicembre 2017
In questo numero: Rionda, vigna da leggenda di Mauro Carosso; Il mugnaio sui lieviti di Roberto Bellini; Black pearls di Morello Pecchioli; Picolit mondo antico di Renzo Zorzi; L’oro delle Orobie di Walter Betti; Miracolo a Milano di Emanuele Lavizzari; Ciak, si beve di Gherardo Fabretti; Supplizi natalizi di Valerio M. Visintin; L’eccellenza dell’eccedenza di Francesca Zaccarelli; NatALE di Riccardo Antonelli; Diamo voce all’olio di Luigi Caricato; Sigari sotto l’albero di Marco Starace; Note di degustazione - Il coro del vino di Fabio Rizzari; Pas dosé - Doc ad hoc? di AIS Staff Writer.