supplizi natalizi
Valerio M. Visintin

I morsi della crisi, economica e sociale, hanno eroso le mura di due baluardi storici del Natale italiano. Sopravvivono a stento tra le pieghe di nuove abitudini. Ma la resa definitiva è prossima, ormai.


Mi riferisco, innanzitutto, a quel fenomeno che la comunità scientifica ha rubricato con il nome di “cena dei cretini”.

Amici d’infanzia e parenti lontani, uomini e donne dispersi tra le nebbie, riaffiorano dagli abissi di un intero calendario col cigolio di un WhatsApp:

- Ehi, come state? Teniamoci liberi per una sera prima di Natale! Mi raccomando!! ©

Nel lampo di un sospiro ansioso, ti ritrovi virtualmente circondato da un plotone di sfaccendati che si nutrono di messaggini.

Gruppo WhatsApp: Natale’s coming!!!! (cuoricini, manine plaudenti, fiorellini sparsi) All’ombra di questa tragica promessa, il telefonetto cicaleggia senza soste per giorni 10.

Sono uno stretto manipolo di esseri post-umani. Eppure, sembrano mille. Si danno il cambio, per presidiare persino le ore notturne. Appena trovi il filo di un sogno, il gruppo malefico aggiunge una nuova riga di commento, facendo vibrare il comodino.

Gradualmente, però, il discorso prende altre vie. La salute, il lavoro, le vacanze. E il problema dei ragazzi, soprattutto.


Questi benedetti ragazzi che non studiano, che non leggono, che stanno tutto il giorno al cellulare…

- A quell’età, leggevo un libro alla settimana!

Giusto!

Bravo (manina plaudente)

- Leggono soltanto le chat!

Quanto hanno ragione! I nativi del nuovo millennio hanno abitudini cretine sin dalla nascita. Sono il primo a dolermene. Noi che abbiamo vissuto l’adolescenza tra televisione e libri, invece, siamo cretini di ritorno. Plagiati in età adulta dagli stessi mezzi di comunicazione che vorremmo allontanare dalle grinfie dei nostri figli.

Meno male che, a ben vedere, c’è del buono in ogni cosa.

Nel gorgo infinito di questo chiacchiericcio vacuo, in tutto questo compulsare di tastini e polpastrelli, la vita si sfarina, perde consistenza. Diviene un’appendice virtuale di se stessa, sulla quale l’antico Natale scivola via baluginando, come una vecchia stazione dai finestrini di un treno. Niente cena, dunque. Col sollievo di tutti.

- Bidonari!!! Ma save the date per l’anno prossimo!

Fino a due o tre stagioni fa, certe minacce non lasciavano scampo. Era tutto più concreto e fatidico.


Ogni anno, toccava immolarsi ai riti stinti di un’abboffata natalizia.

Giorni e giorni di email per accordarsi sul ristorante, in una selva di veti e controveti per intolleranze non solo alimentari. E, infine, l’immancabile sentenza di condanna da scontare in una bettola di cucina etnica.

Erano ore di marmo che si alleggerivano soltanto dopo il quarto bicchiere, quando la situazione, da tragica, cominciava a sembrarmi comicamente grottesca. Posso parlare bene soltanto di un’occasione. Fu quell’anno in cui Caterina (mia moglie e badante) aveva dato forfait per qualche motivo, pregandomi tuttavia di non mancare.


- Dai, amore.Vacci almeno tu. Altrimenti, sembra che li snobbiamo…

Con il lutto nel cuore e un litro di Pignoletto nello stomaco, mi recai sul posto. Ebbi la fortuna di sedermi gomito a gomito con lo zio Peppe, un anzianotto pingue e gaudente, che si divertiva a provocare gli altri commensali con battute licenziose. Per non dire pecorecce.

Soltanto all’ora dei congedi scorsi con la coda dell’occhio una tavolata di facce conosciute nella

seconda saletta. Fu in quel frangente che mi ricordai di non aver mai avuto uno zio Peppe. Avevo sbagliato tavolata! Salutai e mi diedi alla macchia. D’altra parte, non era colpa mia se questi amici in latitanza indossavano figure e volti sempre meno familiari; sconvolti dal peso del tempo o dal turgore del botulino.

L’altro cardine in estinzione è il cestino di Natale. Oggi è un pezzo raro che Natasha, la custode del palazzo dove ha domicilio il mio studiolo, mi consegna con aria scettica e dispettosa. Come se non mi ritenesse all’altezza di una simile regalìa.

- Questo sarebbe per lei, signor Visintin.

- Come “sarebbe”? Se c’è il mio nome, è per me.

- Ah, io non lo so…


È inutile nasconderci che non sono più i cestini dei bei tempi. Quelli erano monumentali.Talvolta, grandi come cassapanche. Pesavano quintali. Andavano liberati dai nastri con cesoie da giardinaggio o scoperchiati col piede di porco. I doni giacevano invisibili, ricoperti da una coltre di simil paglia, luccicante e volatile, che andava a ficcarsi per l’eternità nei punti più reconditi della stanza.

Le mani penetravano in quel mare soffice e ne sortivano brandendo meraviglie.

Lo schiumante (proprio così) “amabile”, nostalgicamente identico a quello vinto in un giro di giostra al luna park di Pinarella di Cervia con la figlia del bagnino.

La scatola di datteri canditi con forchetta a forma di ballerina. La barra di torrone da 10 chili.

Il panettone di pura marca industriale da consumare preferibilmente entro il 2150, come le mitologiche “razioni K”.

Il panforte, unico dolce nella storia che tutti conoscono e nessuno ha mai assaggiato. L’insalata giardiniera sott’olio.


I frollini inglesi con patacche colorate al centro, indagatori come occhi di pernice.

L’uovo di Pasqua dimenticato per errore dal precedente aprile.

Era una festa che faceva brillare il sorriso di Caterina. Una pesca miracolosa che durava mezz’ora di applausi e gridolini d’ammirazione.

E adesso? Niente. O, se va bene, una bottiglia e un pandoro artigianale.

Ma allora, dico, se proprio volete farmi un regalo, non chiedo molto. Andranno benone una valigetta piena di danaro in banconote di piccolo taglio, un’auto veloce e le chiavi di una baracca ormeggiata tra vento e mare su una spiaggia della Corsica.

Vitae 15
Vitae 15
Dicembre 2017
In questo numero: Rionda, vigna da leggenda di Mauro Carosso; Il mugnaio sui lieviti di Roberto Bellini; Black pearls di Morello Pecchioli; Picolit mondo antico di Renzo Zorzi; L’oro delle Orobie di Walter Betti; Miracolo a Milano di Emanuele Lavizzari; Ciak, si beve di Gherardo Fabretti; Supplizi natalizi di Valerio M. Visintin; L’eccellenza dell’eccedenza di Francesca Zaccarelli; NatALE di Riccardo Antonelli; Diamo voce all’olio di Luigi Caricato; Sigari sotto l’albero di Marco Starace; Note di degustazione - Il coro del vino di Fabio Rizzari; Pas dosé - Doc ad hoc? di AIS Staff Writer.