Madeira, vinho da roda
Betty Mezzina

Il temuto atterraggio sull’isola di Madeira, per via dei venti talvolta impetuosi, ma soprattutto per la singolare pista sospesa su piloni, si rivela dolcissimo e l’Atlantico appare calmo. In lontananza le altre isole dell’arcipelago: Porto Santo, Desertas e Selvagens, le ultime due disabitate, estremo lembo d’Europa. Occorre poca fantasia per immaginare lo stupore dei primi navigatori, quando si trovarono di fronte a questo immenso scoglio lavico in pieno oceano, circa seicento chilometri al largo del Marocco, interamente ammantato di foreste, tanto da battezzarlo “madeira” (legno, in portoghese), elemento che dominava incontrastato su tutta l’isola. Ancora oggi, nonostante l’uomo abbia domato in parte la sua natura impervia, rimane un luogo in cui i paesaggi dominano con tutta la loro forza e potenza attraverso colori, piante e fiori di una bellezza incomparabile.


Formatasi durante le eruzioni vulcaniche avvenute nel Miocene, circa venti milioni di anni fa, l’isola ha un suolo ricco di basalto, con struttura argillosa, tendenzialmente acido, con tracce di materia organica, ferro e magnesio. Il tipo di sottosuolo, l’accidentata orografia del terreno e le condizioni climatiche subtropicali temperate dall’oceano costituiscono elementi fondamentali di un terroir di grande personalità che, uniti alla singolarità del processo produttivo e al carattere dei vitigni autoctoni, hanno donato al vino di Madeira quell’unicità inconfondibile che da cinque secoli è riconosciuta in tutto il mondo. Tanto che all’isola è stato dedicato un termine da degustazione: maderizzato.

Che questa terra fosse vocata per l’allevamento della vite lo capirono subito i tre capitani al servizio di Enrico il Navigatore, João Gonçalves Zarco,Tristão Vaz Teixeira e Bartolomeu Perestrelo, scopritori ufficiali di Madera (Madeira in portoghese) nel 1419. A questa coltivazione affiancarono grano e canna da zucchero. Nello stesso periodo fu creato un sistema di canalizzazione, levadas, per il deflusso dell’acqua piovana dalla parte umida e piovosa a nord dell’isola alle zone più secche prospicienti la costa sud, canali ancor oggi visibili ai lati delle strade. È probabile che il primo vitigno messo a dimora sia stata la malvasia, come riferisce il navigatore veneziano conosciuto come Luís Cadamosto in un suo diario del 1450: “Delle varie tipologie di uve, l’Infante D. Henrique ha ordinato che terre siano piantate con la Malvasia proveniente da Candia e queste stanno crescendo molto bene”. Pochi decenni dopo la scoperta dell’isola, la produzione del vino era già una realtà consolidata, e si rafforzò favorita dalla scoperta dell’America, evento basilare per la storia e lo sviluppo di Madeira, divenuta l’epicentro delle rotte commerciali tra l’Europa, le Americhe e le Indie.


Per le due pratiche che rendono il vino madeirense inconfondibile, la fortificazione e l’estufagem, bisogna attendere il Settecento. Alla prima ricorrevano i commercianti inglesi e portoghesi per ovviare agli effetti del calore e dell’ossigeno sul vino durante i lunghi viaggi equatoriali in mare; inizialmente aggiungevano succo di canna fermentata e distillata, una specie di rum che finiva, però, per alterare il gusto; in seguito utilizzarono il più neutro alcol vinico, così come avviene ancora oggi. Nello stesso secolo fu messa a punto la singolare tecnica applicata a grande parte dei vini di Madeira, ovvero l’estufagem. All’inizio toccò al vinho da roda o vinho torna viagem, o round trip wine, per dirla in inglese. Con questo nome erano identificate le botti stivate di proposito nelle navi dirette verso le Indie, affinché durante il viaggio il vino subisse quei processi di ossidazione che inevitabilmente tale tipo di trasporto comporta. Era stato infatti notato un sorprendente miglioramento organolettico del vino conservato nelle botti, usate come zavorra nelle navi oppure rimaste invendute, che facevano ritorno dai viaggi subequatoriali.


Ma far viaggiare i vini si rivelò ben presto un metodo poco pratico, oltre che economicamente insostenibile, a causa sia del naturale calo di contenuto durante le traversate, intorno al 5 per cento, sia dei furti di vino compiuti dalle ciurme, fino al 15 per cento del prodotto, come riferisce Noël Cossart nella sua opera Madeira. The Island Vineyard. Del resto, un carico così allettante era un richiamo irresistibile per i marinai. Si provò allora a costruire sull’isola piccole case di vetro, simili a serre, estufa (serra o stufa, in portoghese), all’interno delle quali furono poste le botti in attesa che il caldo del sole trasferisse i suoi effetti sul vino. Solo nel 1794 Pantaleão Fernandez ideò il primo vero sistema di estufagem, piazzando i vini in un armazem de calor, un magazzino riscaldato, con condotte d’aria calda a 70- 80 °C prodotta da piccoli fuochi accesi sotto i ripiani che sostenevano le botti. Questa tecnica mostrò presto delle criticità, a causa degli inevitabili incendi, che a volte si sviluppavano, e della complicata gestione della temperatura. Col tempo, tuttavia, il metodo si perfezionò sino ad arrivare alle odierne cisterne di acciaio, o di vetroresina, con intercapedini all’interno delle quali circola acqua calda.


Fra guerre napoleoniche, apertura del canale di Suez che modificava le rotte commerciali, ma soprattutto il nefasto arrivo di oidio e fillossera, l’Ottocento fu un secolo funesto per l’isola. Delle settanta aziende che commerciavano ed esportavano vino ne resistettero solo una quindicina. Ciò che forse ha mortificato maggiormente la viticoltura fino al 1986 - anno dell’ingresso del Portogallo nell’Unione europea - è stata l’invasione del generoso tinta negra e degli ibridi americani, come isabella, jaquez, herbemont, presenti nei blend di Madeira spesso mascherati da vitigni cosiddetti nobili, causando un lungo appannamento qualitativo della denominazione. Provvidenziali sono stati gli aiuti della Comunità europea a sostegno del reimpianto dei vitigni tradizionali, come boal, verdelho, sercial e malvasia. E l’istituzione della Dop Madeirense e della Igp Terras Madeirenses, entrambe dedicate ai vini secchi.

Visitando l’isola, fra strade dai cigli quasi ininterrottamente  segnati  da  colorate ortensie, bouganville e agapanthus, affrontando vertiginose curve dalle pendenze paurose, una delle attrazioni paesaggistiche più singolari sono i poios, i terrazzamenti vitati sostenuti da muretti di pietra basaltica, talmente rigogliosi da coprire, come morbide pieghe di un tappeto, settori più o meno grandi di colline. Le vigne, particolarmente estese nel versante sud, sono inserite come in un mosaico fra le abitazioni dei viticoltori, le palme, le colture di frutti tropicali e le numerose piantagioni di banane. Sotto la fitta coltre vegetativa le colline terrazzate nascondono  il  sistema  di  allevamento  a pergola, o latada, dove la meccanizzazione è impossibile tanto quanto, a volte, l’accesso a settori delle stesse vigne. Alte più o meno due metri e piantate spesso su pendenze eroiche, formano una copertura simile a una intricatissima ragnatela dai cui tralci pendono le uve. Questo tipo di conduzione, con cui si alleva il tinta negra, comporta alcuni vantaggi: protegge le uve dai venti, che talvolta soffiano violenti soprattutto nel pomeriggio, filtra la luce del sole e regola le escursioni termiche tra la notte e il giorno; l’inconveniente è il microclima umido che favorisce la formazione di muffe e la propagazione di altre malattie crittogamiche. Nella seconda metà del secolo scorso è stato introdotto l’allevamento a spalliera, o espladeira, in uso sui terreni meno ripidi. Anche in questi minuscoli appezzamenti la meccanizzazione è considerata un’eresia.


Caratteristica  di  Madeira  è  l’estrema frammentazione della proprietà. L’estensione media delle parcelle è di appena 0,40 ettari, a volte sparsi su più appezzamenti; una situazione che riporta alla mente la Borgogna o la Champagne. Ed è proprio su questa fitta rete di minuscoli proprietari, ormai fidelizzati, che contano le aziende della “perla dell’Atlantico” per la fornitura delle uve, dato che esse non dispongono di vigne di proprietà, eccetto Henriques & Henriques, che possiede circa dieci ettari. Attualmente sono solo sette le cantine che producono e commercializzano il vino liquoroso, ubicate soprattutto tra la capitale Funchal e Câmara de Lobos.

La parte del leone è giocata dal tinta negra, vitigno a bacca scura che occupa l’85 per cento dei cinquecento ettari vitati. A lungo ritenuto un’evoluzione del pinot nero e della grenache, ma senza riscontri scientifici, le analisi del Dna lo riconducono al molar presente in Estremadura, al colares in Portogallo e al negramoll sudamericano. Coltivato su tutta l’isola, con grandi concentrazioni a Estreito da Câmara de Lobos (160 ettari) e a São Vicente (109 ettari), dal 2015 il tinta negra fa parte delle varietà raccomandate dal disciplinare; pertanto il suo nome può comparire in etichetta, una sorta di “sdoganamento” qualitativo. Con quest’uva nera possono essere prodotte tutte le tipologie, dal vino secco al più dolce, passando quasi esclusivamente per le estufas.


Le castas “nobili”, tutte a bacca bianca, col tempo hanno definito anche le tipologie in base al residuo zuccherino. Il Madeira più secco e vibrante, Seco o Extra seco, è ottenuto dal sercial, uva proveniente dalla zona del Douro. Ha come sinonimo Esgana-Cão, strozzacane (dal verbo esganar, strozzare), a causa dell’elevata acidità, caratteristica che ha indotto a supporre una familiarità con il riesling, benché finora le differenze ampelografiche conducano a conclusioni diverse. Il sercial esprime al massimo le sue potenzialità nel microclima fresco della zona nord, in particolare a Seixal, Ribera da Janela e Jardim de Serra (8,6 ettari), dove si arrampica fino a 800 metri. La maturazione tardiva contribuisce ad arricchire le sue componenti aromatiche, esaltate dalle lunghe maturazioni in botte.


Protagonista della tipologia Meio seco è il verdelho, che con i suoi 47 ettari si afferma come il vitigno a bacca bianca più allevato sull’isola. Sinonimo di gouveio in Portogallo, anche quest’uva trova la sua zona d’elezione nei piccoli terrazzamenti protetti dal vento delle aree settentrionali, come a Ribera de Janela, Porto Moniz (circa 10 ettari) e São Vicente (16 ettari).

Salendo di residuo zuccherino, il vitigno di riferimento del Meio doce è il boal, anglicizzato in bual. Il professor Cincinnato da Costa nel libro O Portugal vinicola elenca almeno 16 sottovarietà di quest’uva che, nel caso madeirense, individua nel boal cachudo (da cacho, grappolo) un probabile riferimento alla sua stessa morfologia. Sinonimo dell’uva galiziana doña blanca, è facile trovare il boal nella parte sud dell’isola, più secca e calda, a Ribeira Brava e Calheta, fra i 100 e i 300 metri d’altitudine.


Per il nettare più dolce, in etichetta Doce, si utilizza la malvasia, malmsey in inglese, nei quattro biotipi indicati dal disciplinare: candida, candida roxa, são Jorge e fina. Si tratta della varietà più pregiata, le cui bottiglie riescono a spuntare prezzi stratosferici alle aste, soprattutto quelle provenienti da Fajã dos Padres, una sorta di grand cru dell’isola inizialmente appartenuta ai Gesuiti, dove la celebre esuberanza aromatica della malvasia raggiunge le massime espressioni. Ed è anche la varietà intorno alla quale sono fioriti leggendari aneddoti, tra cui quello di un condannato duca di Clarence, fratello di Edoardo IV, che nel 1478 preferì farsi annegare in una botte di Malmsey piuttosto che essere giustiziato con la spada; oppure l’episodio dell’Enrico IV di Shakespeare, nel quale Falstaff è accusato di aver venduto la propria anima per un bicchiere di Malmsey e una coscia di pollo. Pochissimi ettari sono dedicati al terrantez, un vitigno che solo la caparbietà di piccoli viticoltori sta salvando dall’estinzione, sorte condivisa da minuscole vigne di bastardo.


Le accoglienti visite alle antiche aziende in stile coloniale con atri adorni di rigogliose palme, o a quelle più moderne, altrettanto affascinanti, introducono in un mondo di nomi, tipologie e invecchiamenti tra i più complessi.

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Dopo avere superato la zona di elaborazione del vino, il percorso conduce nell’area in cui sostano le cisterne di acciaio, o di vetroresina, all’interno delle quali avviene l’estufagem. Si stima che circa la metà del vino liquoroso madeirense segua  questa  modalità  di  produzione. Dopo la fortificazione, si riempiono i silos al 95 per cento, in modo da permettere la dilatazione del liquido insieme a una prima ossidazione. Responsabile dell’iter produttivo è l’IVBAM (Instituto do Vinho, do Bordado e do Artesanato da Madeira), che svolge un attento ruolo di controllo sulla conformità dell’intero laborioso processo e sovrintende a tutte le procedure. Come da disciplinare, la temperatura dell’estufa non deve superare i 50 °C e il processo va effettuato per un periodo non inferiore a tre mesi. Segue la fase dell’estagio, un raffreddamento di almeno 90 giorni a temperatura ambiente, dopo il quale ogni azienda decide se lasciare il vino in acciaio o collocarlo in botti: in entrambi i casi, sosterà almeno due anni prima della commercializzazione.


La parte più emozionante della visita inizia salendo le scricchiolanti scale che conducono ai piani alti degli edifici, un vero viaggio nel tempo. È il mondo del Canteiro, il metodo di lento invecchiamento ossidativo in botte. Prende il nome dagli antichi supporti di legno sui quali erano posizionati i fusti. Un adagio madeirense recita: “quanto mais velho melhor é um facto”, insomma “più è vecchio, meglio è”. Infatti, è proprio in questi sottotetti, dalle cui finestre aperte si intravedono incantevoli scorci dell’isola, che sono custoditi i tesori più preziosi della denominazione: botti usurate e deformate dall’età, che per decenni o secoli ricevono dal caldo subtropicale e dall’ossigeno l’energia che conferisce al vino il suo inimitabile carattere.  Il  processo  di  maturazione marcatamente  ossidativo, l’alta  gradazione alcolica e la caratteristica acidità donata dalle uve si combinano in maniera armonica, per dare ai vini stabilità e grande longevità. La circolazione dell’aria per osmosi, però, causa una notevole evaporazione del prodotto, circa il 40 per cento in vent’anni. Per questo i cantinieri, sorridendo, dicono che “gli angeli di Madeira sono molto felici”.


Il sistema Canteiro genera i prodotti con le menzioni tradizionali più prestigiose. Si tratta di produzioni limitate, in grado di esprimere l’essenza più profonda dei vini madeirensi. Il fiore all’occhiello delle tipologie è il Frasqueira, dal nome del contenitore nel quale erano custodite le collezioni di bottiglie rare, o Garaffeira, un vino con l’indicazione dell’annata sottoposto a un invecchiamento minimo di 20 anni, ma che per consuetudine dura numerosi decenni. Sono avviati a questo processo i prodotti che presentano caratteristiche di qualità eccezionale. Sulle botti è indicato il vitigno e spesso, a discrezione dell’azienda, anche il nome del mastro cantiniere. Un gradino più in basso si posiziona il Colheita, vendemmia, che oltre a indicare l’annata di produzione invecchia in botte minimo 5 anni, anche se la durata reale è sempre maggiore, tanto da essere definito un “Frasqueira baby”. Un’ampia categoria di Madeira prevede l’indicazione dell’età del vino; se in etichetta non compare il vitigno, significa che è ottenuto da un blend di uve, quasi sempre con prevalenza di tinta negra. Le età indicate sono: 5, 10, 15, 20, 30, 40, 50 e oltre 50 anni. Fra le menzioni è prevista anche Solera, con qualche differenza rispetto al vino fortificato andaluso. Sull’isola la base del lotto è costituita dal vino di una singola vendemmia e di una singola varietà sottoposto a un invecchiamento minimo di 5 anni.Trascorso tale periodo si può prelevare una quantità di prodotto non superiore al 10 per cento, sostituito da un’uguale misura di vino nuovo dello stesso vitigno. Questo procedimento può essere ripetuto al massimo dieci volte, dopodiché il contenuto della botte può essere imbottigliato come Solera.


Incuriosisce la tipologia Rainwater, vino dal colore più chiaro, come se fosse stato diluito dall’acqua piovana, come pare sia realmente accaduto nell’Ottocento durante una spedizione oltreoceano. Mediamente dolce, rimane ancora oggi la tipologia più gradita agli americani. Il disciplinare prevede altre numerose menzioni che fanno riferimento all’elevata qualità dei vini di partenza e alla conformità con gli standard di invecchiamento. A volte le differenze sono veramente sottili.

Nelle cantine non passa inosservata la conservazione delle tipiche bottiglie, scure e spesse, in posizione eretta, anche quelle di vecchissime annate del XVIII secolo, contrariamente a quanto accade comunemente; del resto, i vini di Madeira non hanno nulla da temere dall’ossigeno. Ogni due decenni circa si provvede alla sostituzione dei tappi, ma solo per non perdere prodotto.

Il viaggio nelle cantine termina nelle stanze più interne degli edifici, dove insoliti recipienti e antiche bottiglie dalla capacità indefinita custodiscono le ultime gocce di gloriosi nettari nati in altri secoli. E degustando i vini si naviga verso profumi e sapori antichi, misteriosi e caldi che evocano marinai, salsedine, sole e tempeste.

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Terras do Avô

Terras do Avô (Terra del nonno) si trova a Seixal, nella parte nord dell’isola. Azienda familiare avviata nel 2008 da Duarte Caldeira con i figli Sofia, Filipa e Duarte figlio, si dedica solo alla produzione di vini secchi, con cinque referenze: due bianchi, due rossi e uno spumante, l’unico Metodo Classico prodotto a Madeira. Le uve provengono in parte dai vigneti di proprietà e in parte dall’acquisto di una trentina di piccoli lotti sparsi sull’isola per un totale di tre ettari. I vini bianchi e lo spumante sono ottenuti da uve verdelho, mentre per i rossi si utilizzano blend di vitigni portoghesi, come tinta roriz e touriga nacional, e internazionali come il syrah. Originali le etichette disegnate dall’artista madeirense Marco Fagundes Vasconcelos.


Terras do Avô, Madeirense Dop, Vinho Branco 2014, 12% vol.

Da uve verdelho, presenta un luminoso giallo paglierino vivace con iniziali riflessi dorati. Al naso dominano i profumi intensi di frutti tropicali, come papaia, mango, maracuja, banana, fusi a un cenno di anice e tocchi balsamici immersi in articolati spunti minerali. Al sorso è secco, decisamente sapido, sensazione esaltata dalla freschezza, ma al tempo stesso è levigato dalla morbidezza che dona equilibrio. Piacevole la chiusura agrumata, segnata da una persistenza di riguardo.

Pereira D’Oliveira

L’azienda Pereira D’Oliveira, fondata nel 1850 e oggi gestita da Aníbale Luís D’Oliveira, quinta generazione di discendenti, rappresenta la memoria vivente della produzione, commercializzazione ed esportazione del vino di Madeira. La sede storica è ospitata in un edificio del 1619 in Rua dos Ferreiros 107, nel pieno centro di Funchal, a pochi passi dalla suggestiva Praça do Municipio, d’estate spesso occupata da colorate attività sportive dei bambini. Col tempo le scorte di vecchi vini della famiglia D’Oliveira sono cresciute notevolmente, non solo grazie a matrimoni con altre famiglie di produttori, ma anche attraverso l’acquisizione di vecchie aziende, risalenti addirittura al 1820. Vanta una delle migliori collezioni di grandi e vecchie annate fra le compagnie dell’isola, fra cui botti di Verdelho del 1850, provenienti dai leggendari vigneti di São Martinho.


Madeira, Meio seco, Medium dry, 19% vol.

Dorato nel calice, al naso si susseguono gradevoli ricordi di miele di acacia, carruba, frutta secca, soprattutto noci pecan e mandorle, ben integrate a sfumature di cannella. Abboccato e caldo al sorso, ma ottimamente bilanciato da asciutte e taglienti sensazioni salmastre. Il finale di bocca è avvincente, pulito, con una più che valida persistenza aromatica.

Madeira, Meio doce, Medium sweet, 19% vol.

Il colore dorato con sfumature ramate esibisce una piacevole complessità olfattiva, dominata dai profumi di pesca sciroppata, pasta di mandorla, marron glacé, miele di castagno e caramello. L’assaggio è ricco, delicatamente dolce e pieno, ben governato dalle componenti fresche, iodate, che convivono in piena armonia con la rotondità del frutto. Particolarmente elegante e caratteristico il finale sui toni affumicati.


Madeira, Sercial, Colheita 1999, 20% vol.

Ambrato profondo con mirabili riflessi luminosi. La lenta roteazione del calice lenta sprigiona un corredo odoroso ampio e articolato, che rimanda alla scorza di agrumi, macis, biscotti allo zenzero, tè affumicato, con chiusura di cedro candito e nocino. In bocca la calda forza alcolica è ben contrappuntata da una scia rinfrescante, che sostiene e vivacizza la lunga e armonica chiusura.

Madeira, Verdelho, Colheita 2003, 20% vol.

Colore ambrato con residui riflessi dorati vivaci e brillanti. Naso affascinante, con sentori di datteri, cedro caramellato, pesche sciroppate e nocciole, intrecciati a una fresca scia di muschio, mentolo ed erbe aromatiche. L’assaggio è strutturato, di grande carattere, appena dolce, con l’alcol ottimamente integrato nella trama gustativa. Di tutto rispetto la vena sapida che, in sinergia con l’acidità, contribuisce a donare all’assaggio un eccellente e appagante equilibrio.


Madeira, Boal, Colheita 2001, 20% vol.

Sorprendente la scintillante vivacità di colore sui toni dell’ambra. L’olfatto è ricco, elegante e ben articolato grazie al ventaglio odoroso basato su toni tostati di cioccolato amaro, fusi a castagnaccio, cotognata, frutta secca, ricordi di fogliame umido ed essenze orientali. Ingresso gustativo tendenzialmente dolce, caldo e avvolgente, ben sorretto dalla grande vitalità sapida. Decisamente persistente il finale.

Madeira, Malvasia, Colheita 2000, 20% vol.

Splendido color topazio con riflessi ambrati. L’iniziale velo etereo di ceralacca e smalto è arricchito da resina, miele di castagno, spezie dolci, amaretto e zenzero disidratato. L’imponente dote alcolica, fusa alla dolcezza, si rivela all’assaggio con straordinaria eleganza e vigore; ottima la progressione, fresca e dinamica. La chiusura aromatica lunga e saporita è caratterizzata da toni dolcemente speziati.


Barbeito

Azienda relativamente giovane fondata dall’esportatore Mario Barbeito nel 1946 e oggi gestita da Ricardo Freitas, membro della stessa famiglia. Dedicatasi per un periodo alla produzione di vino sfuso, nel 1991 ha stretto una joint-venture con il gruppo giapponese Kinoshita per puntare unicamente alla produzione, invecchiamento e imbottigliamento dei migliori Madeira. La sede, elegantemente moderna, si trova in una posizione panoramica a Câmara de Lobos. Nel cortile ci si può imbattere in artigiani che riparano i cerchi di vecchie botti.

Madeira, Vo’ Vera, Malvasia 30 Years Old, 20% vol.

È l’omaggio a nonna Vera, patriarca della famiglia, in occasione dei settant’anni dalla fondazione dell’azienda. Le uve sono state pigiate con i piedi. Decisamente ambrato con sorprendenti bagliori dorati; il bouquet spazia dal legno di sandalo al muschio, dalle note esotiche alle sensazioni fumé, quasi torbate, con successione di chiodi di garofano, liquirizia e cenni di zucchero caramellato. Cremoso e dolce al sorso, con timbro fresco ancora ben presente a donare un finale di gustosa finezza.


Madeira, Avô Mário, Bastardo 50 Years Old, Meio doce, 19% vol.

Dedicato al nonno Mário Barbeito fondatore dell’azienda. Nel giugno 2017 sono state prodotte solo 550 bottiglie. Dietro il colore vivacemente ambrato si celano reminiscenze di caramella d’orzo, liquirizia, frutta disidratata, insieme a un ricordo di noce moscata e mandorle pralinate. Nonostante la suadente dolcezza, il contesto gustativo è sapido, ampio, con spessore strutturale di tutto rispetto; goloso il richiamo finale sui toni caramellati.

Madeira, Manuel Eugénio Fernandes, Sercial, Frasqueira 1988, 20% vol.

Anche questo vino è ispirato a un personaggio legato alla famiglia Barbeito, Manuel Eugénio Fernandes, per molti anni il più importante fornitore di uve sercial dell’azienda. Esistono solo 650 bottiglie con questa etichetta. Alla vista conserva un prezioso colore dorato con residui bagliori paglierini. Di notevole intensità i profumi che ricordano la resina, la buccia di agrumi canditi, i fichi secchi, fusi a cuoio e cacao. Il sorso possente e caldo possiede ancora un finale mirabilmente fresco-sapido.


Boal, 1910

Campione proveniente da una bottiglia da 375 cl stappata l’8 maggio 2017. Conserva un aspetto sorprendentemente integro, luminoso, con una profonda tonalità ambrata che vira verso il topazio. L’inaspettata sorpresa arriva al naso: il Boal si rivela elegantemente tostato con presenza di cioccolato fondente, caffè, ma anche frutta disidratata fusa a vernice, china, incenso e cera; il vero miracolo si compie al palato, dove è possibile cogliere ancora una gustosa scia rinfrescante ben integrata al corpo morbido. Un vino senza tempo, quasi immortale.

H.M. Borges

L’azienda si trova nel pieno centro della capitale Funchal, in un edificio centenario non lontano dal porto, posizione privilegiata nei tempi in cui le botti dovevano essere imbarcate sulle navi. Fondata nel 1877 da Henrique de Menezes, Borges ha mantenuto nel tempo le sue piccole dimensioni rispettando sempre la tradizione della qualità. Possiede una notevole collezione di vecchie annate.


Madeira, Verdelho, Frasqueira, 1993, 20% vol.

Conserva un invitante e vivace colore dorato. I profumi raffinati del Verdelho si esprimono attraverso gustose noci pecan, tabacco dolce avvolto in un velo di marzapane, vaniglia, miele di castagno e caffè d’orzo, con iniziali cenni eterei. La struttura imponente, oltre a offrire un assaggio giocato continuamente tra freschezza e calore, dona una profondità gustativa, che accompagna verso un finale succoso e persistente.

Madeira, Boal, Frasqueira, 1977, 20% vol.

Nel calice possiede il caldo colore dell’ambra, mentre rotea sinuosamente lento e consistente. L’intenso e complesso bouquet aromatico offre sentori dolci e golosi di mandorle pralinate, caramello, cioccolato bianco, miele, cannella, con un’austera nota eterea di ceralacca e vernice. Al palato è maestoso, caldo, con la dolcezza ben contrappuntata dalle decise sensazioni saline, che si allungano fino alla chiusura morbidamente tostata.


Vitae 18
Vitae 18
Settembre 2018
In questo numero: Vini vulcanici di Federico Graziani; Granitiche verità a Cornas di Roberto Bellini; Lo street che food di Morello Pecchioli; Il famoso e lo sconoscuto di Fabio Rizzari; Madeira, vinho da roda di Betty Mezzina; È tempo di congresso di Morello Pecchioli; Il Noir in giro per l’Italia di Cristina Serra; L’innovazione è tradizione di Valerio M. Visintin; Finger lakes di Francesca Zaccarelli; Tanto va la birra all’uva di Riccardo Antonelli; Liguria olearia di Luigi Caricato; Pas dosé - Il sommelier ha un domani? di AIS Staff Writer.