il Noir in giro per l'Italia
Cristina Serra

“Niente rende il futuro così roseo come il contemplarlo attraverso un bicchiere di Chambertin”. Chissà se Napoleone ha davvero pronunciato queste parole, la sera del 17 giugno 1815, alla vigilia della pesante sconfitta di Waterloo. Di certo, il “piccolo caporale” corso amava molto il Pinot Nero, tra i vini più famosi e difficili al mondo. E non arrivò al 1847, quando il nome del paese di Gevrey fu unito a quello del vigneto.

Da Gevrey-Chambertin inizia la Côte des Grands Crus, in Borgogna, la culla del Pinot Nero in versione rosso, secco e fermo. Qui, tra la Saona e il Rodano, nel V secolo si stabilirono i Burgundi, che diedero il nome alla terra, ed è qui che un tale Bertin iniziò a produrre nel suo champ de Bertin quello che oggi è uno dei più pregiati vini Aoc.


Elusivo ed esclusivo, il Pinot Nero raggiunge quotazioni da capogiro, come quel Romanée Conti del 1945 battuto da Christie’s a circa 35.000 euro. Per chi si accontenta, ci sono bottiglie più modeste, a solo 4000 euro…

Perché questo trionfo? Perché un metro più in qua o più in là fra i clos, parcelle milionarie grandi quanto un fazzoletto ben disteso, può fare la differenza: per giacitura, ventilazione, escursione termica. Perché i cloni usati sono quelli giusti. Per il suolo calcareo, la torchiatura, la macerazione a freddo prefermentativa, e molto altro ancora.


Di fatto il Pinot Nero è una sfida nella quale, oltre alla Francia, si cimentano Nuova Zelanda, Australia, Canada, Stati Uniti, Argentina, Sud Africa, Svizzera, Austria, Germania, Romania e, ovviamente, Italia. Non tutti con lo stesso risultato, perché fuori dalla Borgogna le uve possono dare vini da ottimi a (spesso) mediocri o scadenti.

Si pone un interrogativo filosofico: esiste un Pinot Nero iperuranico - quello borgognone - da prendere a modello, o meglio sarebbe se i vini esprimessero personalità diverse in base al terroir e alla filosofia aziendale?

Peter Dipoli, dell’omonima azienda agricola e vice presidente del comitato organizzatore del Concorso nazionale Pinot Nero d’Italia, ha un’idea precisa:“Il Pinot Nero è un grandissimo vino che il mercato sta snaturando. Fuor di Borgogna non dovrebbe ricalcarne le caratteristiche. Piuttosto, una volta selezionato il territorio, deve esprimere il suo carattere e non la visione dell’enologo, che lo forza in barrique o con macerazioni inappropriate”.

Non basta scrivere Pinot Nero in etichetta per fare affari. Invece di assecondare il mercato, prosegue Dipoli, bisognerebbe capire le difficili sfumature di questo vino, per rispettarne esigenze e caratteristiche. “È preoccupante che la richiesta stia aumentando anche in Italia. I produttori fanno vini semplici e spesso banali proprio per l’origine delle loro uve. Poi li chiamano Pinot Nero e li vendono a 6-7 euro. Allora dico: ‘Giù le mani dal Pinot Nero!’.”

Già, ma di quale Pinot Nero stiamo parlando? Di un vitigno dalla genetica instabile, il cui Dna muta spontaneamente, cambiando i tratti visibili. Pinot grigio, pinot bianco (e chardonnay) si sono originati così, per mutazioni gemmali nei caratteri che controllano il colore della buccia. Altre mutazioni hanno agito sulla foglia, che da tondeggiante si fa tri- o pentalobata, sulla capacità di accumulare zuccheri o di sintetizzare metaboliti secondari. Poi si è aggiunto l’uomo, che con selezioni massali isola e ripianta le marze da innesto, scegliendo piante più sane e con caratteri migliori. Infine, le selezioni clonali (che certificano l’assenza di virus) hanno ampliato il parco disponibile.


Il risultato? Oggi esistono oltre mille cloni (identici alla pianta madre da cui derivano) di pinot nero: i droit dal portamento eretto, i tordu ricadenti, dalle rese inferiori, i cloni selezionati in Champagne per alte rese e buona acidità e quelli di Borgogna, a basse rese e con sentori di frutti di bosco. Cloni che danno vini poco colorati o pigmentati; con germogliazione e fioriture tardive, o che producono viti troppo vigorose e rese modeste.

Data la variabilità in questa famiglia multietnica, non è difficile comprendere perché il pinot nero sia definito esigente, incostante, capriccioso, difficile.


Per studiarne la genetica, un team internazionale di ricercatori, fra cui gli italiani della Fondazione E. Mach (FEM) di San Michele all’Adige guidati da Riccardo Velasco, del Parco tecnologico di Lodi e dell’Università di Padova, ha “craccato” il suo Dna nel 2007, scoprendo l’esistenza di circa trentamila geni e individuando alcuni di quelli che regolano qualità o suscettibilità ai patogeni. Oggi alla FEM si seguono due linee principali, come spiega Maria Stella Grando, ricercatrice e docente di genetica della vite all’Università di Trento: la prima mira a ottenere vitigni più resistenti a peronospora e oidio, e cultivar con caratteristiche di invaiatura, fioritura e maturazione più adatte ai cambiamenti climatici. La seconda punta al miglioramento intraspecifico e incrocia vitigni diversi di V. vinifera per arricchire le uve, e dunque i vini, di caratteri pregiati.


Anche il colore del pinot nero è stato studiato geneticamente: si è scoperto che quel rosso delicato, poco apprezzato dal pubblico italiano, dipende dalla mancanza di una forma particolare di antociani, pigmenti della famiglia dei flavonoidi. “Per trovare il gene che causa questa mancanza si sono incrociati pinot nero e syrah, per capire in che modo i geni responsabili del colore si distribuiscono nelle piante figlie”, spiega la Grando, “ma la ricerca non ha dato il risultato sperato: nel syrah il colore è un carattere dominante, e questo ha impedito al pinot nero, recessivo, di esprimersi.”

Artifici esclusi, dunque, il colore di questo vino resterà quello di   re.

Com’è la geografia del pinot nero in Italia? Chi lo produce e con quali risultati? Iniziare questo viaggio è una bella sfida: con poco più di cinquemila ettari a pinot nero sugli oltre seicentomila del totale italiano, e produzioni più consistenti al Nord, potremmo definire la distribuzione “spargola”. Interessante è l’approccio dei produttori, che si mettono in  gioco  coniugando  tradizioni  locali  e sperimentazioni.


Prendiamo Elio Ottin, in Valle d’Aosta. Figlio d’arte, Ottin guida l’azienda che era del padre lavorando in proprio i vini dal 2007, dopo l’uscita dalla cooperativa locale. I suoi due ettari e mezzo, a 590 metri sulle colline aostane, raccolgono il meglio del sole di sud-sud est. Visto il clima siccitoso e il suolo granitico, in cui sabbia e limo garantiscono drenaggi ottimali, la scelta di usare pochi fitofarmaci è quasi scontata. “Evitiamo gli antibotritici perché i vigneti sono ben ventilati e le piogge scarse”, conferma Ottin. Dopo la vinificazione in tini di legno e un passaggio in barrique per la malolattica, il vino resta un anno a maturare in legno. Poi affina in vetro (15.000 le bottiglie prodotte) e inizia il viaggio verso le tavole valdostane, Nord Europa, Canada e Australia. Di questo Pinot Nero restano in memoria il cuoio e le spezie, oltre alla morbidezza e al colore granato tenue. E l’etichetta, in cui un anziano porta sulla spalla un barò (piccola botte in legno), mostrando la fatica di coltivare le vigne in una terra tanto esigente.

Sempre in Valle d’Aosta, Maison Anselmet ha radici nella viticoltura che risalgono addirittura al XVI secolo. Oggi a guidare l’azienda sono Renato Anselmet e il figlio Giorgio, che intrecciano  armonicamente  tradizione  e tecnologia. Per quel che riguarda il Pinot Nero, Maison Anselmet produce 4000 bottiglie da un vitigno situato sul monte Torrette, nel comune di St. Pierre. Il Valle d’Aosta Doc Semel Pater è un omaggio di Giorgio al padre: macerazione e fermentazione in acciaio a 8-10 °C e maturazione in barrique per 18 mesi. Una punta di diamante che, a detta di molti, ricorda i cru di Borgogna.


All’altro capo, in Friuli Venezia Giulia, il Pinot Nero fa rete.Tre anni fa, nove produttori hanno deciso di non arrendersi solo perché “questa non è zona da Pinot Nero”, e hanno creato l’Associazione P.N. FVG, interpretando il vino ognuno con le proprie specificità. Così Masut da Rive (promotore dell’iniziativa), Russolo, Castello di Spessa, Conte d’Attimis, Zorzettig, Jermann, Casa Vinicola Antonutti, Antico Borgo dei Colli e Gori fanno massa critica, ricavando circa 150.000 bottiglie l’anno da poco meno di trenta ettari. “La nostra forza sta nel sapere che abbiamo terreni diversi, mani e filosofie talvolta lontane, ma nessuno deve modificare il proprio stile”, dice Fabrizio Gallo, presidente dell’Associazione e responsabile di Masut da Rive, a Mariano del Friuli.


Parlando del suo Pinot Nero, il Maurus, coltivato su quattro ettari di medio impasto, con argille e ghiaie ben drenanti e ferro carsico, ricorda i primi esperimenti del padre, nel 1982-83. E sottolinea come l’azienda abbia sempre cercato di migliorare: “All’inizio lavoravamo il vitigno come fosse un rosso, poi abbiamo capito che bisogna dedicargli le attenzioni riservate a un bianco”. Dunque, potature attente, defogliazioni misurate per evitare la cottura e ricerca di equilibrio tra maturazione tecnologica e fenolica.


Il rispetto per l’ambiente viene dal non uso di antibotritici e dall’irrigazione a goccia, che fa risparmiare sul gasolio per il minor uso di macchinari agricoli. Poche  follature  e  rimontaggi,  per  non estrarre troppe componenti tanniche che romperebbero la delicatezza al palato. Poi la sosta in rovere francese nuovo e, prima dei travasi, un occhio alla luna, mai crescente, perché  troppo  ricca  di  energia.  Meglio aspettare la luna calante, per ottenere un vino più stabile in bottiglia, che può affinare oltre dieci anni prima di svelare la femminilità dei profumi fruttati, ciliegia in primis, allacciata alla componente tannica, sempre setosa e vellutata, mai arrogante o esagerata.

Nel Veneto, terra di Recioto e Amarone, chi mai si sognerebbe di piantare un vitigno così difficile? Solo chi ha esperienza e tradizione, coraggio e un briciolo di follia. Ci stanno provando, con soddisfazione, Claudio Gini, dell’omonima azienda di Monteforte d’Alpone, e Alessandro Tasoniero, dell’azienda Sandro de Bruno, a Montecchia di Crosara, entrambi nel Veronese. Gini, una dinastia che inizia nel Seicento, racconta come le prime esperienze poco soddisfacenti  in  zona  Soave  lo  abbiano stimolato a cercare escursioni termiche più spinte e terreno migliore sui monti Lessini, a 450 metri di altitudine. “I sei ettari piantati nel 1987 regalano oggi un vino che racconta, nei profumi, l’abbraccio della vite con cespugli di more selvatiche”, spiega. Il suo obiettivo era avvicinare il Pinot Nero allo stile borgognone. Ma per ottenere un prodotto pulito bisogna essere puliti. Non solo nell’animo. Ecco perché il Pinot Nero di Gini - 6000 bottiglie l’anno di Campo alle More - è raccolto a mano e pigiato delicatamente. Riceve due o tre follature al giorno a piedi nudi e pochi rimontaggi. Non conosce solfiti e, dopo la malolattica, riposa per due anni in barrique usate. Il colore rubino brillante viene dalla luce dei monti Lessini, mentre il naso conferma l’idea che Gini ha dell’eleganza.


Per Sandro Tasoniero, enologo e proprietario dell’azienda Sandro de Bruno, il pinot nero è una sfida personale. Arroccate sui terreni vulcanici del monte Calvarina, a 600 metri, le sue vigne, non ancora certificate biologiche, maturano tuttavia secondo i dettami bio. Da due ettari e 14.000 piante ottiene 7-8000 bottiglie. “Non imitiamo i francesi perché non ci interessa copiare spingere il vino agli estremi. Abbiamo capito che per far un buon Pinot Nero bisogna essere ‘bianchisti’.” Il suo Nero Fumo è vinificato in tini troncoconici, con una parte di raspi nella massa che fermenta, più una parte di acini non pigiati, per aumentare la sofficità. Il cappello non è rotto, ma bagnato delicatamente. Grazie agli acini interi e alla fermentazione carbonica, il vino regala aromi di rosa, ribes e cuoio.


In Alto Adige il Pinot Nero meriterebbe un trattato a sé. Coltivato dal 1838 come Blauburgunder  e  oggi  protagonista  del Concorso  Nazionale  Pinot  Nero  d’Italia (quest’anno alla 17° edizione), è declinato in modo caleidoscopico e pregevole, nonostante il vitigno tema il caldo, che d’estate in Alto Adige non manca. Merito del suolo argilloso-calcareo, di preziosi sbalzi termici e della passione di chi lo coltiva.

Non si possono non menzionare, non ce ne vogliano gli altri, il pluripremiato Ludwig di Elena Walch, da vigneti rivolti a est e ovest; o il Mazzon della Gottardi, miglior Pinot Nero italiano 2011. si può dimenticare Franz Haas, con il suo Schweizer 2013 o il suo Alto Adige Pinot Nero 2014.

Anche i produttori altoatesini sperimentano e innovano. Prendiamo Cantina Girlan, cantina sociale di Cornaiano, vicino ad Appiano: nata nel 1923 da una ventina di viticoltori, conta oggi oltre duecento soci. Dei 220 ettari totali ben quaranta sono a pinot nero, figli dell’intuito e della voglia di osare dello storico enologo Valtl Spitaler, che decise di produrre Pinot Nero solo di qualità. Gerhard Kofler, kellermeister di Girlan dal 2005, la pensa allo stesso modo.


Ma condisce la qualità con un ammodernamento costante, introducendo cambiamenti in campo, come la sostituzione della pergola con il guyot, e innovazioni in cantina. Se fino al 2012 la produzione di pinot nero confluiva tutta nel Trattmann, si decide ora di valorizzare una parcella di un ettaro e mezzo nel cuore dei vigneti di Mazzon, a 380 metri sul livello del mare, dove il pinot nero si esprime appieno e dove nasce Vigna Ganger. Dopo un’attenta selezione in vigna, dove il vigneto è diradato e produce meno di 40 quintali per ettaro (contro i 60 del Trattmann), Vigna Ganger fa una macerazione più lunga e riposa per 20 mesi in barrique nuove, prima di affinare in bottiglia per 18 mesi. Si regala al mondo con grandissima freschezza e ricchezza olfattiva e gustativa: ciliegia, frutti di bosco e marzapane. “Il Pinot Nero italiano dovrebbe prendere a modello la Borgogna, senza imitarla, ma cercando il suo stile in base al terreno e al clima”, dice Kofler. “Il nostro stile è diverso da Borgogna, Oltrepò Pavese e da altri. E questo ci premia.”


Anche  Martin  Foradori  Hofstätter  ama l’innovazione. Nei suoi diciotto ettari a pinot nero, sempre in zona Mazzon, produce vini che testimoniano i cambi di rotta adottati dall’azienda per ottenere la massima qualità. Il primo raccolto di suo padre è del 1959: da  allora  non  è  trascorso  anno  senza aggiustamenti. “Il cambiamento più incisivo risale agli anni Novanta, quando i Pinot Nero sono saliti sul palcoscenico internazionale. Poi c’è stato l’abbandono della pergola a favore del guyot. Oggi i vigneti a pergola rimasti, con i ceppi più vecchi risalenti agli anni Quaranta, danno i frutti per i nostri due cru.” Riflessione ed esperienza guidano la scelta dei cloni: “Con le selezioni massali iniziate oltre vent’anni fa ora siamo autosufficienti. Per noi è importante che non ci sia un clone dominante: le migliori esperienze derivano sempre da un mix di più cloni”.


I vigneti di Mazzon offrono, da particelle specifiche e accatastate con questi nomi storici, tre selezioni diverse: la Riserva Mazon e i due cru Vigna S. Urbano e Vigna Roccolo. Ma il mondo del Pinot Nero sta cambiano e Foradori Hofstätter è preoccupato. Si tende a sovraestrarre, dice. “Circolano vini scuri e grassi, che possono piacere a un consumatore di media esperienza, ma che nulla hanno a che fare con l’eleganza e la tipicità del Pinot Nero.” La Borgogna? Non si dovrebbe copiare, al massimo usare come fonte di ispirazione.


In Oltrepò Pavese, dal lontano Ottocento l’azienda Conte Vistarino ha buoni argomenti per parlare di Pinot Nero. In primis, 140 ettari argilloso-calcarei con sabbia e pietrisco (in parte destinati a spumante) nel comune di Rocca de’ Giorgi. Poi, una rosa di cloni scelti da patron Carlo Giorgi di Vistarino per esprimere alta qualità, longevità e finezza: oltre ai classici borgognoni 777, 667, 828, 943, c’è una selezione segreta, con mix che cambiano in base alla posizione in vigna. Da questa attenzione nasce il rubino e corpulento Pernice (tre ettari e mezzo, esposti a sud a 300 metri di altitudine), lungo al palato e complesso nelle sfumature, che alla viola sposa cacao e caffè. Elegante ed esuberante. Da quando, nel 2009, in azienda è entrata Ottavia, figlia di Carlo, Conte Vistarino ha innestato la quarta: “Dopo cinque vendemmie all’insegna della sperimentazione ho preso il coraggio di imbottigliare altri due cru, Bertone e Tavernetto, che esprimono uno stile differente grazie ai vigneti da cui provengono. A queste eccellenze si affianca Costa del Nero: vinificato parte in acciaio e parte in legno, regala struttura e profumo”, racconta Ottavia Vistarino. Nel 2017 è nata la quinta etichetta, un vino d’annata vinificato solo in acciaio e in vendita nella grande distribuzione.


Proseguendo il viaggio fra i Pinot Nero italiani sorprende la Toscana, culla di Brunello e Montepulciano. Qui, dal 2007 presso il Podere Santa Felicita, nel Casentino, l’enologo Federico Staderini cura 35.000 viti su tre ettari e mezzo di terreno argilloso-calcareo, a 500 metri di altezza, che beneficiano di quell’ampia escursione termica adatta a conservare l’eleganza e la finezza di questo vino principesco. “L’idea di Pinot Nero che avevo all’inizio è quella che oggi realizzo: un vino serio, raffinato, non immediatamente riconoscibile”, racconta Staderini, un passato di direttore a Ornellaia ed esperienze all’Università di Davis, California.

Effettua vendemmie selettive su porzioni diverse dello stesso vigneto, perché le uve di settembre mantengono caratteri olfattivi quasi puberali, vibranti e scattanti, mentre quelle raccolte a inizio ottobre regalano un corpo più profondo. Insieme alle uve diraspate a mano su telai di legno, un terzo dei grappoli fermenta come grappolo intero:“Attraverso i tannini del raspo, evito il rischio di fare un vino dalle rotondità troppo mediterranee”. La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni in tini aperti di legno, mentre l’invecchiamento avviene in barrique stravecchie, usatissime, per non estrarre aromi dal legno. Così nasce il Cuna (Toscana Igt), un vino biologico, che al naso regala erbe officinali, spezie e una suggestione di incenso. Il suo pubblico di riferimento, oltre a USA, Francia, Giappone, è quello locale: Staderini consegna personalmente il Cuna, per dar valore al lavoro della sua squadra.


E poi c’è il Podere della Civettaja, nel Casentino, dove dal 2005 Vincenzo Tommasi ha scelto per i suoi due ettari di Pinot Nero un’alta densità di impianto (9000 piante per ettaro) e una bassa produzione per ceppo, con fermentazioni spontanee e lavorazione biodinamica, per un vino che è davvero un gioiello: sa di rosa, lampone, con note balsamiche e di caramella. Al palato regala acidità e seta, con una lunghezza che incanta.

Non può mancare in questa breve rassegna il Pinot Nero di Marchesi Pancrazi. A Montemurlo in provincia di Prato, questa azienda ha iniziato a produrre Pinot Nero per errore, e per nostra fortuna: si voleva piantare sangiovese, ma lo scambio è emerso solo anni dopo. Oggi i vigneti alla base del monte Ferrato, in terreni ricchi di ferro e serpentino e con buona escursione termica, danno un pregevole Pinot Nero Villa di Bagnolo Marchesi Pancrazi (da segnalare l’annata 2016), che porta con aromi quali confettura di frutti di bosco, vaniglia, liquirizia, tartufo bianco e legno aromatico, ricordo dei mesi in barrique.


Nel complesso macrocosmo del Pinot Nero italiano c’è anche chi preferisce mantenere un profilo di sola sostanza, pochissima stampa e niente campioni alle guide. Dei Colli Pesaresi Focara Pinot Nero di Fattoria Mancini parlano la clientela e gli appassionati. “Ritengo che il Pinot Nero debba essere un vino serio, raffinato, intellettuale, legato al territorio di origine e riconoscibile come tale”, spiega Luigi Mancini, di Fattoria Mancini, viticoltori in Pesaro dal 1861. “In Italia si producono troppi Pinot Nero privi delle caratteristiche varietali tipiche. Dovrei tacere perché produrre Pinot Nero a Pesaro è come progettare vetture da Formula Uno in Congo. In realtà, l’Amministrazione napoleonica aveva già riconosciuto la zona calcareo-arenacea di Focara come vocata per il pinot nero. Da allora la mia famiglia ha mantenuto il materiale genetico originario per ben cinque generazioni di viticoltori.” Da qui viene un Pinot Nero con caratteri personali, improntati a mineralità e sapidità ma con nette caratteristiche varietali. “La clientela lo ha riconosciuto da tempo, anche all’estero: siamo sugli scaffali di Harrod’s da almeno quindici anni.


Produciamo circa 40.000 bottiglie di Pinot Nero, non sufficienti a soddisfare la crescente domanda di mercato.” Ottenuto da vigne curate alla perfezione, raccolto a mano e trasportato in cantina in celle frigorifere, il Pinot Nero di Mancini segue 7 giorni di macerazione prefermentativa a freddo e 20 di macerazione alcolica, poi un anno di barrique. Dice Mancini:“Libera i profumi di sottobosco che ci si aspetta dai borgognoni, un accenno di speziatura e tannini morbidi ma accentuati dalla sapidità di questi tratti di costa. Così ha senso produrre Pinot Nero anche a Pesaro! Ma solo a Focara”. Anche il Sud d’Italia declina il suo Pinot Nero. Sulle colline di Stio, a 600 metri nel Parco nazionale del Cilento, Peppino Pagano, dell’azienda San Salvatore 1988, coltiva quasi due ettari di barbatelle francesi, su colline ricche di calcare, argille e scisti. Il suo primo Pino di Stio Paestum Rosso Igt è del 2012. “Se penso al Pinot Nero, penso alla Borgogna” racconta Pagano. “E il vino che ricaviamo da queste terre evoca qualcosa della Francia.” Dopo 10 mesi in legno nuovo sosta in bottiglia per altri 18 e regala bouquet di frutta rossa e spezie. Il numero di bottiglie (circa 3000) varia a causa del clima e a volte dei cinghiali. Come spiega Pagano: “Siamo un’azienda biologica e usiamo il letame dei nostri 450 bufali, quelli in etichetta, per nutrire il suolo”. E grazie al Pinot, l’azienda è riuscita a proporsi a mercati quali Russia, Giappone e Nord Europa.


Ogni viaggio che lascia un segno si chiude con il ricordo delle emozioni vissute e con la curiosità per quel che non è stato possibile provare. Il mondo del Pinot Nero è troppo articolato e una mappa completa, impossibile qui, deve includere molti altri produttori che rendono unico, ciascuno a modo suo, il Pinot Nero italiano: Cascina Pastori e Bricco Maiolica in Piemonte, Zanotelli in Trentino, Buvoli in Veneto, Lageder in Alto Adige, Mazzolino in Lombardia. E poi Fontodi in Toscana e i siciliani Gulfi e Tenuta Vajasindi.


Lasciamo che siano i Pinot Nero a parlare, per chi desidera assaggiarli. E a chi continua a incatenare questo vino con definizioni che non rendono giustizia alla sua versatilità, diciamo, citando Andrea Scanzi: “Il Pinot Nero piace perché è il vitigno più minimale del mondo. Non è colorato come il Cabernet, non è morbido come il Merlot, non è potente come il Nebbiolo. Il Pinot Nero, anzitutto, non è”.

Vitae 18
Vitae 18
Settembre 2018
In questo numero: Vini vulcanici di Federico Graziani; Granitiche verità a Cornas di Roberto Bellini; Lo street che food di Morello Pecchioli; Il famoso e lo sconoscuto di Fabio Rizzari; Madeira, vinho da roda di Betty Mezzina; È tempo di congresso di Morello Pecchioli; Il Noir in giro per l’Italia di Cristina Serra; L’innovazione è tradizione di Valerio M. Visintin; Finger lakes di Francesca Zaccarelli; Tanto va la birra all’uva di Riccardo Antonelli; Liguria olearia di Luigi Caricato; Pas dosé - Il sommelier ha un domani? di AIS Staff Writer.