in vino fabula
Gherardo Fabretti

C’era una volta un vino che non si esauriva mai. Qualcuno ci faceva il bagno riempiendo le tinozze; qualcun altro ci annegava il pavimento della cantina. Lo si poteva condire d’oppio, o di ferri di cavallo. Un uomo ne sputava tre sorsate nel fuoco della cena; una donna, invece, lo centellinava, per sopravvivere alla fame. Nonostante le varie sorti, quel vino non finiva mai, abbondante e immacolato alla fine com’era stato all’inizio. Vecchio di migliaia di anni, i secoli gli hanno affinato l’ingegno: non essendoci botti, vetri, turaccioli capaci di tanto miracolo, ha preso casa tra le pagine dei libri, dove, a ogni nuovo lettore, celebra puntuale la benedizione della propria rinascita. Proprio loro ci scuseranno per aver esordito con la più classica delle formule, ma secondo la tradizione berbera a nessun narratore è consentito raccontare una fiaba prima che essa sia stata sigillata da una formula d’introduzione. Omettere la formula significa comportarsi da stolti, e pur non essendo noi berberi, non vorremmo essere additati come sciocchi, come accadde invece a una certa famiglia che si era messa in testa di chiamare il futuro erede Cicco Petrillo.


Questa era infatti l’idea della sposa, e a questo pensava giù in cantina, mentre spillava vino per gli ospiti del banchetto.Tanto rimuginava su quel figlio immaginario, che il poveretto aveva già percorso tutti i passi della sua futura esistenza, dalla nascita fino all’inevitabile morte, il qual pensiero aveva tanto addolorato la donna da gettarla in un mare di immotivati pianti. Le lacrime, invece, avrebbero dovuto essere per il buon vino, lasciato scorrere sul pavimento; la madre, scesa a vedere che fine avesse fatto la figlia, fu presa dal medesimo sconforto, e così il padre, richiamato dai lamenti. Solo il futuro marito, sconvolto da tanta cretinaggine, e dagli ettolitri di buon rosso persi dal rubinetto, si allontanò a passo svelto, giurando a se stesso di tornare solo se si fosse imbattuto per la strada in tre scemi di superiore idiozia. 

Prima l’incontro con un uomo deciso a togliere nocciole dalla propria barca con un forcone da paglia, poi quello con uno intenzionato ad abbeverare i buoi con un cucchiaino e, infine, con una donna capace di attendere, brache in mano, il ritorno del marito morto, per rimandarlo in Paradiso in maniera più acconcia, convinsero il giovane a ritornare sui propri passi. Un goccio del vino rimasto - pensava per incoraggiarsi - avrebbe sveltito quei cervelli in perenne letargo.


Di sicuro la pensava così Italo Calvino (1923- 1985), che nel 1956 aveva accolto la storia tra le sue duecento Fiabe italiane, monumentale antologia  di  vecchi  racconti  popolari. Taumaturgico, nocivo o salvifico, il vino fa spesso la sua comparsa tra quelle pagine, unendo l’Italia da nord a sud. Raccolta per primo dall’amico scrittore Giovanni Arpino, nel suo Piemonte, è ad esempio la storia de La barba del Conte, con Masino, gracilino alla nascita, ma irrobustito in fisico e intelletto da genitori premurosi, che lo avevano immerso in una tinozza di vino, reso caldo da un ferro di cavallo rovente.


Ne Il palazzo incantato, fiaba di origine pistoiese, è l’amore della figlia di un oste a bruciare, tanto da convincerla a drogare per due volte il vino di Fiordinando, ostacolandolo nella sua ricerca della regina del Portogallo. Così nella fiaba abruzzese La bella Venezia è ancora la gelosia femminile a spingere una locandiera a ordire l’omicidio della figlia, rea di essere più avvenente, e a chiedere una bottiglia del suo sangue come prova dell’assassinio. Se a preservarla da morte violenta sarà la pietà del carnefice, a sottrarla da quella per inedia sarà una grotta abitata da predoni, dove troverà pollo, pane e vino, da centellinare con scrupolo, fino all’inaspettata svolta. Tutto il contrario di Tonio, sciupone pugliese, che in Ari-ari, ciuco mio, butta danari! pensa bene di togliere dalle mani della povera madre le due “senapucce” colte di nascosto dal giardino del signorotto locale, per poi sventolarle davanti un tovagliolo magico, capace di imbandire la tavola con “maccheroni, polpette, salciccia, sanguinaccio, vino buono”. Un tovagliolo risultato poi una volgare salvietta, senza potere alcuno, che varrà al ragazzo un generoso ripasso di legnate dalla furiosa genitrice.


Dall’emorragia di vino nuziale della fiaba romana al buon vino adulterato dalla ragazza toscana, dalla bottiglia da riempire a volontà di sangue al gratuito spregio alimentare di Tonio, ciò che emerge da quelle fiabe è una pedagogia brutale: nate in tempi grami, di fame e carestia, chi sprecava non meritava che scorni, busse disprezzo.


Una didattica diversa, in Francia, anima i racconti di  Charles  Perrault  (1628-1703).  Nella Versailles di Luigi XIV, protetto dal potente Jean-Baptiste Colbert, ministro delle Finanze, le sue storie di lupi, orchi, gatti e boschi stregati mettevano in guardia i cortigiani presenti e futuri da abusi e imprudenze. Lineari, semplici, nelle fiabe di Perrault, raccolte nel 1697 sotto il titolo Histoires ou contes du temps passé, avec des moralitez (in italiano I racconti di mamma oca), il vino riflette l’eterna lotta tra eccesso e temperanza, in tempi in cui cedere al primo, senza l’autorizzazione del monarca, poteva costare la vita.


Così, nei bicchieri dei soldati a guardia de La bella addormentata nel bosco, “c’erano sempre gli ultimi sgoccioli di vino, e mostravano chiaro che si erano addormentati trincando”.


Un’immagine non proprio esemplare, in particolare per un uomo in divisa: gli accenni al “naso bitorzoluto” e alle “gote vermiglie” ne accentuavano il degrado, reso più esplicito dalla generale atmosfera di funebre immutabilità del castello.

In Pollicino la passione vorace dell’Orco per l’alcol diviene la causa della sua disgrazia più grande: dopo avere bevuto a più non posso, vuotando “una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il vino gli die’ al capo”, al posto dei ragazzi che avevano bussato alla sua porta, finisce per sgozzare le sette figlie.

Solo al ricco mercante de La bella e la bestia il vino non andrà di traverso: morigerato e prudente, anel castello della creatura ne consumerà solo il necessario a rifocillarsi dal lungo viaggio.


Misura e giudizio, dunque, quando si parla di vino, perché lo spettro dell’eccesso alita sempre a un palmo dalla bocca, e la catastrofe dista un solo sorso. Di questo erano certi i fratelli Grimm, Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), autori della raccolta Kinder- und Hausmärchen (tradotta in italiano come Fiabe del focolare) destinata a conquistare generazioni di bambini. Più volte riscritta e ampliata, soprattutto su iniziativa di Wilhelm, nel quale più forte batteva l’idea della scrittura come strumento pedagogico, nelle fiabe dei due filologi tedeschi il vino, per diventare bevanda positiva, doveva prima passare attraverso il filtro della cura per gli altri, della generosità senza calcolo.


Fa bene il vecchio soldato de Le scarpe logorate dal ballo a non bere il vino offerto dalla più grande delle dodici principesse: solo così eviterà di addormentarsi, scoprendo il segreto delle donne e avendo salva la vita. Fanno male due fratelli a rifiutare un sorso di vino e un pezzo di frittata a un vecchio viandante ne L’oca d’oro; e fa male la madre a considerare sciocco il terzogenito, mandato a far legna solo con una misera focaccia e una bottiglia di birra acida. Una gerarchia esclusiva, quella stabilita dalla donna, non solo affettiva ma anche gastronomica, con la birra ritenuta di minor valore rispetto al vino, al pari del figlio più piccolo rispetto ai maggiori. Una gerarchia assai diversa da quella inclusiva del ragazzo, unico a offrirsi di condividere il pur misero pranzo con l’anziano vagabondo, e per questo premiato non solo con frittata e vino, ma con un’oca dal piumaggio dorato, responsabile dei successivi, positivi sviluppi.

In Cappuccetto rosso la sollecitudine di mandare la propria figlia a rifocillare l’anziana madre con un pezzo di pane e una bottiglia di vino, cibo dal sapore eucaristico, varrà a entrambe (a differenza della cupa versione di Perrault) una rocambolesca resurrezione dalla pancia del lupo.


Nella casetta del bosco Biancaneve si dimostra premurosa nel bere solo una stilla di vino da ognuno dei bicchieri, per non privare nessuno dei sette inconsapevoli salvatori dell’intero vitto. E dovevano saperla lunga quei nani se, dopo il famoso morso avvelenato, tentano di rianimare la ragazza con bagni di acqua e vino, mondandola dal peccato come in un battesimo. O un esorcismo, se vogliamo, con tanto di frutto del male espulso a viva forza: una mela, non a caso. Altro che bacio, come voleva Walt Disney!

Tra le pagine dei Grimm, solo a chi umano non è, o non sembra esserlo, pare sia concesso bere oltremisura. Così ne I due fratelli è un leone ad assaggiare i vini spillati dalle botti, alla ricerca di quello riservato al re, l’unico necessario agli scopi del suo padrone, esprimendo giudizi e stabilendo gerarchie come un consumato sommelier. Poco importa se tornerà mezzo ciucco dall’impresa: nessuna punizione è prevista per chi aiuta gli eroi.

Allo stesso modo, il protagonista de L'oca d’oro incontrerà due strani vagabondi, ben lieti di ingurgitare tutto il vino di una cantina e una montagna di pane, condizioni poste dal re per impedire al giovane di sposare la figlia. Una prova, quella di resistenza al bere e al mangiare, che unita alla terza richiesta del sovrano, dimostrare la propria abilità manuale costruendo una nave capace di volare, riflette le radici germaniche delle storie su cui i Grimm avevano lavorato per il proprio libro.

Prove molto simili a quelle raccontate, pochi decenni dopo, da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826-1871), che nel 1850 inizia a lavorare alla propria raccolta di fiabe, coraggiosa  opera  di  recupero  dell’antica cultura slava. La nave volante, che il titolo a una delle più note, è il racconto di una serie di vicende assai simili a quelle narrate dai fratelli tedeschi nella fiaba dell’oca d’oro. Così, un ragazzo generoso condivide il proprio vitto con un vagabondo e vede la propria acqua trasformarsi in vodka; poi, innamorato della figlia dello zar, deve superare una serie di sfide, tra cui costruire una nave volante e consumare quaranta botti di vino, ognuna capace di riempire quaranta secchi. Qualcosa di molto simile accade anche ne Lo zar del mare e Vasilisa la saggia, con un re costretto a dimostrare il suo valore bevendo quaranta barili di vino.


In Afanas’ev il consumo smodato di vino non dimostra solo semplice capienza gastrica. A volte, fedelmente alle sue proprietà inebrianti, lo si consuma prima di affrontare un duro scontro, come accade a Ivan ne La principessa stregata, che oltre a tre pagnotte e mezzo bue, beve tre catini di vino, prima di andare a combattere un terzetto di draghi a più teste. Altre volte, invece, è la sobrietà a tirar fuori dai guai: nelle cruente vicende de Il soldato e la strega, soltanto i consigli del nonno sul non bere più vino del necessario alla tavola del mercante salveranno il giovane militare da una morte infernale.

Questo non significa che una sbornia, ogni tanto, non si riveli utile. L’arciere Fjodot, in Vai nel posto che non so, prendi quello che non ho, armato di una botte di vino, impiega poco a ubriacare i suoi marinai per i cinque giorni del viaggio, perché non ficchino il naso in quello che si nasconde nella stiva. Al contrario, ne

L’amico morto e il patto, il surreale brindisi col vino dolce, consumato al cimitero tra un uomo in procinto di sposarsi e il suo defunto amico, coppa dopo coppa, durerà trecento anni, a discapito di moglie e nozze.

Un caso, certo. Non così per Shahrazād, realmente intenzionata a scampare alle nozze con lo scià persiano Shahriyār, almeno fino a quando non avrà la certezza di avere salva la testa al termine della prima notte. È questa, com’è noto, la cornice narrativa degli episodi contenuti all’interno de Le mille e una notte, raccolti in un’opera organica a partire dal X secolo.


Miscellanea di racconti nati in diverse epoche e in aree geografiche differenti (India, Penisola Arabica,Egitto,Siria,Persia),snobbate dailetterati mediorientali, rappresentavano il trionfo della letteratura popolare, entusiasmando anche gli occidentali, già dalla (molto) libera edizione dell’orientalista francese Antoine Galland, in un periodo, i primi del Settecento, sensibile alle suggestioni fiabesche, grazie a Perrault e La Fontaine.

La  diffusa  presenza  del  vino  in  storie provenienti da territori di religione musulmana potrebbe apparire paradossale, ma fino a un certo punto. Per quanto formalmente vietato, l’alcol era assai diffuso, soprattutto tra i ricchi: bere vino, e alcolici in generale, era infatti un vizio costoso, degno delle tasche di nobili e mercanti.


Croce e delizia del mondo islamico, ne Le mille e una notte il vino rivela la propria natura anfibologica,  salvifica  e  mortale  insieme. Al protagonista della vicenda del Secondo calender, ad esempio, il troppo vino alla testa: ringalluzzito dalla presenza della bella principessa, ormai ubriaco, farà a pezzi il talismano dentro il quale dimorava il genio a guardia della ragazza, con conseguenze immaginabili.


Ottimo doveva essere il vino del Quinto viaggio di Sindbad, parte di un più ampio ciclo di avventure nate per magnificare le prodezze dei navigatori arabi e persiani dell’XI secolo. A tutti noto come marinaio, Sindbad si rivela anche enologo eccellente: lungo il cammino sull’isola delle Scimmie (probabilmente tra India, isola di Ceylon e Malesia) trova parecchie zucche secche; raccolta e pulita una più capiente delle altre, vi spreme all’interno “il succo di molti grappoli d’uva, che abbondavano nell’isola”.


L’eccellente vino ottenuto “gli fece dimenticare, per qualche tempo, la doglia mortale onde era oppresso”, restituendogli tanto vigore da spingerlo a “cantare e saltellare camminando”, senza pregiudicare la capacità di cavarsi dai guai. Proprio la vista della profumata bevanda, infatti, spinge un vecchio, abbarbicato al suo collo nell’intento di strozzarlo, a berne tanto da svenire. Liberato dall’appiccicoso ingombro, Sindbad fracassa il cranio del persecutore con un grosso masso, chiedendo a Dio la cortesia di negare al canuto aggressore persino la misericordia riservata ai morti. Una completa inversione del precetto coranico, forse incoraggiata da uno stato di lucida, ferina ebbrezza. Quell’abbondanza di uve la si doveva proprio ai marinai persiani.Tredici secoli prima avevano invaso l’India con l’alcol ancor prima che con le armi: i grappoli introdotti nelle zone settentrionali da tempo si erano diffusi in tutto il subcontinente.


Anche la storia di Aladino, forse scritta intorno alla metà del XV secolo, rappresenta l’essenza ambigua della bevanda. Da una parte il genio porta in dono “due bottiglie di vino squisito”, che il ragazzo non mancherà di fare assaggiare al sultano, per ingraziarsi il futuro suocero. Dall’altra, il vino d’Africa invecchiato sette anni, offerto dalla principessa al perfido mago, finirà per stroncarne i propositi nuziali, oltre a suggerire la permanenza di una fiorente attività viticola in Egitto, probabile luogo di nascita del racconto, anche sotto gli ultimi sultani mamelucchi.

Quella storia di povertà, fortuna e riscossa, secoli dopo, affascinò un bambino cresciuto nella miseria di un quartierucolo di Odense: Hans Christian Andersen (1805-1875). Costoso, ambito, agli occhi di Christian, relegato all’ultimo banco il giorno della Cresima perché nessuno vedesse gli stracci che indossava, il vino era pura mitologia, come la speranza di una vita migliore. Da ragazzo doveva averlo assaggiato solo una volta, ventenne, quando fu invitato a trascorrere il Natale presso la ricca famiglia del Commodoro Peter Frederik Wulff, alloggiata presso l’Accademia Navale, in un’ala del palazzo reale di Amalienborg.


Quel giorno, confessò più tardi, si era sentito proprio come Aladino, delle cui vicende aveva appreso dai racconti del padre. Sarà il dono della scrittura la sua lampada; e Jonas Collin, direttore del Teatro Reale di Copenaghen, il suo genio benefattore. Sarà lui a raccogliere dalle strade della capitale quel giovane squattrinato e semianalfabeta, reduce da mille lavori diversi, per avviarlo a un regolare corso di studi, con la complice benevolenza di re Federico VI, finanziatore dell’intero ciclo di sei anni alla scuola di grammatica e latino di Slagelse. Il più amato scrittore di Danimarca, in effetti, era anche il primo destinatario delle sue modernissime fiabe, nelle quali le imprese affrontate per superare le canoniche difficoltà sono sempre mosse dal desiderio di conquistare una dignità misconosciuta. Mai dimentico, infatti, delle dure condizioni vissute da ragazzo, né di quella miracolosa parentesi di benessere, Andersen, attraverso i suoi miserabili ma tenaci personaggi, parlava di una vita reale, la sua, costellata di fame e toppe. Non stupisce, dunque, come il vino, in quelle storie, sia il pendant ideale di banchetti e case riscaldate, correlativo oggettivo di riscatto e benessere; incognito, e dunque non sempre destinato a materializzarsi.


Nella fiaba Il piccolo Claus e il grande Claus, “il grande tavolo apparecchiato, con vino e arrosto”, riservato a rare occasioni, come la visita di un sagrestano, è prontamente smantellato dalla moglie all’arrivo improvviso del coniuge, in odore di anticlericalismo. Sarà l’intraprendenza del piccolo Claus, la stessa che aveva animato Andersen quando era partito da Odense per Copenaghen, a far saltar fuori le tre bottiglie di rosso, nascoste in un cantuccio.


Ne Il collo di bottiglia, invece, un semplice pezzo di vetro, soffiato da un artigiano per contenere l’ottimo vino rosso di una festa di fidanzamento, diventa allegoria di una vita travagliata, testimone spietato di un destino crudele. Solo ne La cometa la sovrannaturale ricorrenza dell’astro regala un clima positivo a tutto e a tutti, vino compreso, così ricco e disteso, in quell’anno straordinario, da poter essere persino allungato con l’acqua senza che questo ne pregiudichi la qualità.

È questo un privilegio riservato alle grandi etichette, figlie di annate eccezionali. Capaci di scivolare in silenzio lungo i decenni, regalano a chi ha la fortuna di berle l’illusione di una vita finalmente compiuta. Accade così anche al vecchio maestro della fiaba, riuscito dopo sessant’anni a godere una seconda volta di quella rara visione celeste. Sia merito del vino o del cielo, entrambi, almeno per un momento, vivranno come nella più canonica delle conclusioni: felici e contenti.

Vitae 19
Vitae 19
Dicembre 2018
In questo numero: Gemme dolci d’Italia di Massimo Zanichelli; Champagne in nero di Roberto Bellini; Ascetico salmone di Morello Pecchioli; In vino fabula di Gherardo Fabretti; Il caso Casentino di Fabio Rizzari; La passione ci Guida di Emanuele Lavizzari;Il mondo a tavola di Barbara Ronchi della Rocca; Vite da monaci di Luciana B. Belloni; Cuochi d’artificio di Valerio M. Visintin; Se l’uomo vuole, natura può di Francesca Zaccarelli; Happy new beer di Riccardo Antonelli; Gli oli di Jaén di Luigi Caricato; Pas dosé - C’era una volta… il Novello di AIS Staff Writer.