vite da monaci
Luciana B. Belloni

Il termine monaco deriva da monos, nel significato di solitario, e designa chi si isola dal mondo per compiere un cammino spirituale. Inizialmente i monaci si ritiravano in luoghi inaccessibili, deserti o alture, praticando la povertà e il digiuno; in seguito prevalsero forme di vita comunitaria basate sull’osservanza di norme comuni a ciascun ordine. Sebbene il monachesimo esistesse già prima di san Benedetto, la sua Regola ne mutò il concetto in Occidente. Egli propose una vita comunitaria basata su tre pilastri, la preghiera comune, la preghiera personale e il lavoro: ora et labora.Tra il VI e l’VIII secolo l’Europa si riempì di grandi e piccole abbazie. Ma la regola col tempo si disgregò: ogni monastero la osservava in maniera talmente autonoma che Carlo Magno, pur non condividendo l’ideale monastico, si fece promotore dell’unificazione del movimento. La riforma fu attuata da Ludovico il Pio, con l’aiuto di Benedetto d’Aniane, e diede inizio a una fase di grande splendore. Tra l’850 e il 950 i monasteri decaddero, sia come modello culturale e di vita, sia come punto di riferimento: i monaci finirono col confondersi con il clero secolare, tanto che nel 910, per combattere il degrado, il duca Guglielmo I d’Aquitania promosse la fondazione dell’abbazia di Cluny, nella quale si ritornò all’antica regola.


Già nel Medioevo i colti monaci di Cluny individuarono nelle loro proprietà i terreni particolarmente vocati a produrre grandi vini, a cominciare dalla Borgogna. A Vosne-Romanée delimitarono le aree che ancora oggi sono grandi Cru: Romanée-Conti, La Tache, Romanée-Saint Vivant. Il patrimonio viticolo cluniacense in Borgogna era disseminato nella mitica Cote d’Or a Vougeot, a Vosne- Romanée, a Gevrey Chambertin, poi ancora a Mersault, Puligny Montrachet, Chambolle Musigny.

Questa attenzione alla viticoltura di pregio non fu applicata solo in Francia: ad esempio, a Ghemme il quartiere San Pietro prende il nome dalla chiesa in cui si incontravano i monaci cluniacensi. Nella massima espansione cluniacense in Europa si giunse a contare ben 1400 monasteri che facevano riferimento a un solo abate, quello di Cluny.Tuttavia, i Cluniacensi ben presto stravolsero le norme benedettine e gli ideali: disconobbero il lavoro manuale, i loro abiti e il loro cibo non potevano dirsi poveri, abolirono il dormitorio comune per celle più comode, la preghiera da umile si fece solenne, i priori si allontanarono sempre più spesso dalle abbazie e si legarono al potere politico e temporale.

Nel 1098 un gruppo monaci, guidati da Roberto di Molesme e da Stefano Harding, si ritirarono a Cîteaux e diedero origine all’ordine cistercense, che si prefiggeva di ritornare alla rigorosa regola benedettina. Bernard de Fontaine (italianizzato in Bernardo di Chiaravalle) impresse l’impulso decisivo: completo distacco dal mondo, povertà totale, rinuncia alla propria volontà a favore dell’umiltà. Da una piccola comunità si sviluppò un vasto movimento che si diffuse in tutta Europa. Le ore di estenuante liturgia corale furono ridotte, venne ripristinato il lavoro manuale, cessò la spasmodica ricerca di reliquie dei santi e terminò l’afflusso di estranei nel monastero, le cui porte si chiusero.

Nel 1300 gli ordini benedettini e cistercensi godevano ancora di buona salute. I papi cominciarono a nominare direttamente gli abati, gran parte dei quali si appropriava subito dei redditi dell’abbazia, provocando le rimostranze dei monaci che pretendevano la propria parte. Alla fine del XIV secolo il movimento monastico che, fra alti e bassi, era stato l’unico baluardo contro i barbari, una luce a rischiarare gli anni bui del Medioevo, cessò di essere una forza viva.


I monaci seppero apprezzare la missione a cui i tempi sembravano chiamarli: le arti pratiche. Nel primo Novecento Henry Goodell, presidente del futuro Massachusetts Agricultural College, celebrò “l’opera che questi grandiosi monaci svolsero lungo un arco di millecinquecento anni. I benedettini salvarono l’agricoltura quando nessun altro avrebbe potuto salvarla; la esercitarono nell’ambito di un nuovo stile di vita, in un tempo in cui nessun altro osava cimentarsi con l’agricoltura”. Le fonti documentarie su questo punto sono considerevoli. Ai monaci si deve la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa, perché, ovunque andassero, trasformavano la terra desolata in terra coltivata, prosciugavano paludi e abbattevano foreste. Persino lo statista e storico francese François Guizot, che non nutriva particolari simpatie per la Chiesa, osservò: “I monaci benedettini furono gli agricoltori d’Europa. La pulirono su larga scala, associando agricoltura e predicazione”.


Spesso si fecero carico di un lavoro difficile, che consideravano un’opportunità per mortificare la carne e ottenere grazia. Portavano tipologie di coltivazione o metodi di produzione sconosciuti, introducevano l’allevamento del bestiame e dei cavalli, la fabbricazione della birra, l’apicoltura, la frutticoltura. Si devono ai monaci il commercio del grano in Svezia, la produzione del formaggio nella Pianura padana, i vivai di salmone in Irlanda e, naturalmente, la viticoltura.

Senza la pretesa di essere esaustivi, considerando l’ampiezza dell’argomento, tracciamo un breve itinerario attraverso alcune realtà vitivinicole di pertinenza abbaziale, oppure appartenute in passato agli ordini monastici e oggi ancora produttive grazie al lavoro di aziende private. Iniziare dagli Antichi Vigneti di Cantalupo a Ghemme, attualmente di proprietà di Alberto Arlunno, significa calcare idealmente la stessa terra coltivata secoli fa dai monaci cluniacensi. 

Il vigneto di Cantalupo è intitolato alla figura di san Maiolo, abate di Cluny nel X secolo. L’ordine deteneva qui numerose proprietà, per un’estensione che nel Cinquecento arrivava a circa centoventicinque pertiche, tra cui i vigneti di Sottomonte e dei Ronchi di Sottomonte. Oggi è il vitigno nebbiolo a dominare, la stessa varietà che lustro ai vigneti dell’ex abbazia benedettina dell’Annunziata a La Morra, nelle Langhe, dove il vitigno nebiolium era coltivato per farne vino da messa. In queste terre Renato

Ratti, intuendo il valore del territorio, impiantò la sua azienda nel 1965 e avviò la produzione del Marcenasco, il primo Barolo proveniente da un singolo vigneto. Attualmente, nelle antiche cantine dell’abbazia ha sede il Museo Ratti dei vini d’Alba.


Lo scenario cambia oltrepassando l’Appennino Ligure. In uno scenario mozzafiato, su un’altura che domina Loano, in provincia di Savona, si trova il convento di Monte Carmelo. Fondato dalla nobile famiglia genovese dei Doria nei primi anni del XVII secolo, il convento fu soppresso da Napoleone nel 1810 e ricostituito nel 1833. L’attività agricola è tuttora praticata dai Padri Carmelitani Scalzi che, insieme alla vite e all’olivo, coltivano agrumi e ortaggi.

Non dobbiamo sorprenderci che un polo internazionale di eccellenza nella ricerca e nella formazione vitivinicola, come la Fondazione Edmund Mach, abbia un collegamento storico con un monastero, per la precisione quello di San Michele all'Adige, in provincia di Trento.


I conti di Appiano donarono infatti nel 1145 il loro castello al principe vescovo di Trento, che a sua volta lo cedette agli Agostiniani perché fosse trasformato in monastero. Del passaggio dei monaci restano alcune pregevoli testimonianze, come il refettorio, il chiostro e due cantine, una del XII e l’altra del XVI secolo. Il ricordo permane anche nella linea produttiva di prestigio della Fondazione, denominata Monastero.

Puntando verso nord si arriva a Bolzano, all’abbazia di Muri-Gries, adagiata in un territorio chiamato anticamente Cheller, da keller, ossia cantina. Furono nuovamente i Canonici Agostiniani a trasformare un castello in convento, ma la svolta avvenne nel 1845 con l’arrivo dei Benedettini, provenienti dal convento di Muri, nel cantone svizzero di Argovia, che diedero slancio alla viticoltura, praticata inizialmente solo per autoconsumo.


Risalendo la valle dell’Adige, si arriva in val Venosta all’abbazia di Marienberg, situata nei pressi di Burgusio, una frazione di Malles. La costruzione, simile a una fortezza, fu fondata nel XII secolo dai nobili di Tarasp; i primi monaci a insediarsi provenivano dall’abbazia benedettina di Ottobeuren in Baviera. Sulle ripide pendici, a 1340 metri di altitudine, si estende il vigneto più alto d’Europa, accudito oggi dalla famiglia di vignaioli Van der Dries, originaria del Belgio. Scegliendo la direzione opposta verso il passo del Brennero, lungo la valle dell’Isarco, nei pressi di Varna troviamo l’abbazia di Novacella, un luogo in cui la viticoltura è presente fin dal lontano 1142, grazie all’opera dei Canonici Agostiniani.

Nel Padovano, a Correzzola, i Benedettini di Santa Giustina acquisirono nel 1129 un’estesa area paludosa e la resero fertile, con l’obiettivo di offrire sostentamento alle popolazioni disagiate  che  vi  risiedevano, rendendole partecipi della bonifica. Attualmente un Consorzio di tutela assicura la prosecuzione della tradizione vitivinicola, anche grazie al riconoscimento, nel giugno del 2004, della denominazione di origine controllata Corti Benedettine del Padovano.


Poco distante, Bagnoli di Sopra è sede dal 964 di un convento benedettino, che diede grande rilievo alla coltivazione della vite. È la terra del friularo, vitigno autoctono della famiglia del raboso, da cui si ricava un vino già noto ai tempi della Serenissima: in suo onore la strada che univa Padova a Bagnoli, passando per Conselve, era chiamata “stradon del vin Friularo”. Nella vicina abbazia di Praglia, nel comune di Teolo, fondata tra l’XI e il XII secolo e rimasta fino al 1304 una dipendenza dell’abbazia di San Benedetto in Polirone di Mantova, la produzione di vino è testimoniata dal 1137, certificata da un documento ritrovato nelle antiche cantine, da pochi anni riportate in produzione.


Nella confinante provincia di Treviso, nei pressi di Ponte di Piave, sono ben visibili le tracce dell’antica abbazia benedettina di Sant’Andrea di Busco, citata in un documento del 1153. Fu soppressa dall’autorità ecclesiastica nel 1771, ma le conoscenze legate alla produzione del vino, destinato alle tavole dei nobili veneziani dell’epoca, rivivono oggi attraverso le etichette di una moderna azienda agricola. A Nervesa della Battaglia, l’abbazia di Sant’Eustachio, anch’essa luogo di antica tradizione vitivinicola, è in fase di ristrutturazione da parte dell’imprenditore/produttore italo-canadese Ermenegildo Giusti, per essere restituita alla comunità nel suo antico splendore.


Nell’areale di Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone, tra i fiumi Livenza e Tagliamento, la vite ha sempre prosperato grazie all’abbazia benedettina di Santa Maria in Silvis. Furono proprio i monaci a ricostituire i vigneti prediletti dai Dogi sotto la Serenissima. Oggi qui ha sede la Confraternita della Vite e del Vino del Veneto Orientale e del Friuli Venezia Giulia, un’istituzione nata per valorizzare la tradizione vitivinicola del territorio.

In provincia di Udine, nei pressi di Manzano, si trova la cantina più antica della regione, custodita all’interno dell’abbazia di Rosazzo. I monaci benedettini provenienti dall’abbazia di Milstatt, in Carinzia, portarono la cultura e la coltivazione della vite già alla fine del 1200. Oggi rappresenta il simbolo della cultura enologica friulana; la conduzione dei vigneti dell’abbazia è affidata all’azienda Livio Felluga.

In Toscana sono ancora ben visibili pressoché ovunque le tracce lasciate dai diversi ordini monastici, come alla Badia di Morrona, nei pressi di Terricciola in provincia di Pisa. Edificata nel 1089 dal conte Ugone, ricco e potente proprietario terriero della Valdera, fu donata nel 1109 ai monaci camaldolesi, che diedero grande impulso alle attività agricole. Nel 1939 la Badia è stata acquistata dalla famiglia Gaslini Alberti, che ha avuto il grande merito di rinnovare i vigneti e migliorare le tecniche di cantina.

Badia a Passignano si trova invece a Tavernelle Val di Pesa, a sud di Firenze. Sull’epoca della fondazione le informazioni sono discordanti, ma si sa con certezza che nel 1049 passò all’ordine vallombrosano, un ramo riformato dei Benedettini, specializzato in viticoltura e silvicoltura, ed è tuttora di proprietà dei monaci. Dal 1987 dei vigneti circostanti si occupa la famiglia Antinori, che ha in uso le antiche cantine situate sotto il monastero.

Proseguendo verso Gaiole in Chianti, si incontra Badia a Coltibuono, ossia l’abbazia del buon raccolto. Fondata dai monaci vallombrosani intorno al 1100, racchiude documenti importanti per la memoria del territorio. La famiglia Stucchi Prinetti tiene in vita la sua tradizione vitivinicola.

Badia Ardenga a Montalcino, voluta nell’XI secolo dai conti Ardengheschi, fu sede di un’importante abbazia benedettina, divenuta vallombrosana dal XIII secolo, intimamente collegata alla Badia a Coltibuono, dalla quale dipendeva gerarchicamente in quanto, per tradizione secolare, gli abati di quest’ultima designavano quelli dell’Ardenga. Con l’attuale nome di Abbadia Ardenga, è stata tra le aziende fondatrici del Consorzio del Brunello di Montalcino nel 1967.


Ad Asciano, nella zona delle Crete Senesi, si trova l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Fu fondata nel 1313 dal beato Bernardo, della potente famiglia dei Tolomei, il quale, abbandonata ogni ricchezza, si ritirò in questo luogo isolato, proprietà del suo influente casato, dopo essersi aggregato all’ordine benedettino. Nel 1319 qui fu fondata la congregazione dei monaci olivetani. Nel cuore del Casentino, in provincia di Arezzo, nei pressi dell’antico eremo di Camaldoli, grazie all’opera della cooperativa agricola La Mausolea è rinato il vino dei monaci benedettini, la cui identità risale al XIII secolo. Dal 2012 sono state recuperate una ventina di varietà autoctone, vinificate secondo le pratiche enologiche in uso in epoca medioevale.

In Abruzzo, a Morro d’Oro, sull’areale della Docg Colline Teramane, sono state ristrutturate da qualche anno le antiche cantine dell’abbazia di Propezzano ed è stata avviata nuovamente la produzione di vino. I primi insediamenti risalgono all’VIII secolo, anche se la presenza dei Benedettini, ai quali si deve l’introduzione delle pratiche vitivinicole, è documentata a partire dal 1285.


Nel Lazio, in provincia di Latina, ai piedi dei monti Lepini si trova l’abbazia dei Santi Pietro e Stefano di Valvisciolo. Secondo alcune fonti, risalirebbe all’VIII secolo, con l’insediamento dei primi monaci nell’area. Con certezza fu ricostruita dai Templari nel XIII secolo; quando nel 1312 l’ordine fu soppresso da Papa Clemente V, vi subentrarono i Cistercensi, riedificandola secondo un modello architettonico ispirato all’abbazia di Fontenay in Borgogna. Ancora oggi la piccola produzione di vino che si ricava da quasi sei ettari vitati è curata dai monaci cistercensi.

Sempre a loro si deve l’avvio della coltivazione della vite nell’abbazia di Crapolla, nei pressi di Vico Equense, in Campania. Qui dal 2007 l’imprenditore Giuseppe Puttini e il medico Fulvio Alifano, con la consulenza dell’enologo Luigi Moio, hanno ridato vita a un ambizioso progetto enologico, basato sul recupero delle varietà tradizionali dell’areale vulcanico della Penisola Sorrentina.


In territorio irpino, l’abbazia di Montevergine Mercogliano, ad Avellino, sorge su un monte dove in età pagana era venerata Cibele. Secondo la tradizione Virgilio, colpito dalla lettura degli oracoli sibillini che predicevano la nascita di un Dio Salvatore, vi si recò a interrogare la dea e vi impiantò un giardino. La leggenda vuole che da queste piante siano stati ricavati i vini e i famosi liquori prodotti dai frati benedettini di una congregazione, fondata da Guglielmo da Vercelli nel 1118.

Un grande balzo ci porta in Sicilia, in provincia di Palermo, all’abbazia di Sant’Anastasia Castelbuono. Fondata dal conte Ruggero d’Altavilla nel XII secolo, fu affidata ai monaci teatini e poi ai benedettini; essi iniziarono la produzione di vino, che divenne in breve il più richiesto sulle mense baronali e vescovili dell’isola. Oggi è tornata agli antichi splendori grazie al contributo di grandi figure, come Giacomo Tachis e Riccardo Cotarella.

Vitae 19
Vitae 19
Dicembre 2018
In questo numero: Gemme dolci d’Italia di Massimo Zanichelli; Champagne in nero di Roberto Bellini; Ascetico salmone di Morello Pecchioli; In vino fabula di Gherardo Fabretti; Il caso Casentino di Fabio Rizzari; La passione ci Guida di Emanuele Lavizzari;Il mondo a tavola di Barbara Ronchi della Rocca; Vite da monaci di Luciana B. Belloni; Cuochi d’artificio di Valerio M. Visintin; Se l’uomo vuole, natura può di Francesca Zaccarelli; Happy new beer di Riccardo Antonelli; Gli oli di Jaén di Luigi Caricato; Pas dosé - C’era una volta… il Novello di AIS Staff Writer.