Pic-Saint-Loup da meteora a stella
Roberto Bellini

Il teatro del vino francese presenta un palcoscenico calcato da grandissimi attori: Borgogna, Bordeaux e Champagne su tutti, come “spalle” Valle del Rodano, Alsazia e Valle della Loira, e gli incisivi caratteristi Jura e Madiran. E tutti gli altri? Sono solo comparse.


L’attenzione verso queste comparse enologiche è cresciuta negli ultimi anni, sia perché le star del palcoscenico hanno ingaggi di mercato molto onerosi, sia perché le cosiddette “spalle”, ascoltando le sirene dell’internazionalizzazione organolettica, si sono parzialmente allontanate dal legame col terroir tanto decantato dai vigneron. Comparse e meteore - la filmografia lo insegna - potrebbero allora trasformarsi in stelle.


Pic-Saint-Loup è una meteora nella frastagliata galassia enologica chiamata Coteaux du Languedoc, dalla storia viticola un tempo dominata dal vitigno aramon, spesso destinato a nutrire, quando il vino era un alimento, le aree minerarie e industriali del nord della Francia, nate a metà dell’Ottocento con la rivoluzione industriale, nonché a rinforzare le deboli alcolicità dei vini ottenuti nei climi freddi. Quel vino era impiegato come energia a basso prezzo, ma ad alto contenuto calorico, per stemperare sfruttamento e proletarizzazione. Oggi è tutto cambiato, a partire dal vitigno aramon, ormai un lontano ricordo.


Dal 7 settembre 2016 Pic-Saint-Loup vanta una personalità enologica, i vignaioli ne imprimono il nome in etichetta, in bella vista, e già mormorano, occhieggiando alla Borgogna, che il loro Pic- Saint-Loup di fatto è un cru. Insomma, si stanno attivando per diventare una stella. Pic-Saint-Loup è un fazzoletto di terra a nord di Montpellier, da cui dista una ventina di chilometri, mentre quelli dal mare sono trenta. Il territorio è dominato dall’omonimo monolito calcareo, una vera opera d’ingegneria scolpita dalla combinazione di tempo e natura. 

Gonfiando il petto per mostrare i duecento milioni di anni di vissuto, il Pic Saint-Loup si erge a toccare le basse nubi a 658 metri di altitudine, avvolto alla base da odorosi arbusti di macchia mediterranea, la garrigue; di fronte s’innalza l’altipiano calcareo Causse de l’Hortus, che raggiunge i 512 metri di altezza. Le vigne affondano le radici in una variegata stratificazione del suolo, dove ai recenti depositi alluvionali e colluvionali si alternano calcare tenero e marne, poi conglomerati e  gres  continentali,  rocce  sedimentarie carbonatiche e marne scure, come pure il calcare duro e il ghiaione disgregatisi a seguito di azioni atmosferiche. La combinazione di questi terroir crea una miscela argilloso-calcarea che plasma le ondulazioni collinari, diversificando il suolo per il colore dell’argilla, rossa o bianca, e per la concentrazione della marna.


I vignaioli preferiscono alloggiare le vigne nei profondi suoli pietrosi, per aiutare le radici a immergersi nel sottosuolo senza timore di eccessiva umidità o ristagno di acqua: qui il drenaggio è perfetto, al pari del tesoro acqueo che appare in caso di accennata siccità. Nonostante il Midi sia notoriamente incline alla siccità, la pioggia nel comprensorio è alquanto elevata, seppur irregolare, con prevalenza al nord e precipitazioni concentrate nella tarda primavera e in autunno.


A detta dei vigneron, ciò può penalizzare i vitigni tardivi, ma limita lo stress della vigna durante la canicola, che da queste parti è tra le più calde della Languedoc e del Roussillon. Mistral e tramontana spazzano le vigne, ma i rilievi montuosi ne mitigano potenza ed effetti, e il loro soffio regolare sbarra il passo al pericoloso vento umido d’origine marina del sud-est. Il girotondo ventoso protegge le vigne dall’oidio e dalla muffa, asciuga le foglie e le rinfresca all’inizio dell’autunno.


Languedoc e Roussillon sono terre calde e aride, ma a Pic-Saint-Loup la somma termica annuale è una delle più basse del Midi, due gradi in meno dei vicini vigneti di Montpellier, tanto che la media oscilla intorno ai 12 °C. La forte escursione termica consente di produrre vini con raffinati aromi fruttati e floreali e di preservare anche un tesoretto di acidità. Il clima continentale, abbracciando quello mediterraneo, crea un ideale habitat per il syrah, vitigno guida della denominazione, seguito da grenache noir e mourvèdre; sono complementari carignan e cinsault, che stanno perdendo terreno a vantaggio del mourvèdre. Si producono vini rossi e rosati.


Il rosso è ottenuto da minimo 90 per cento di syrah, mourvèdre e grenache, con l’obbligo della presenza di almeno due vitigni, mentre la parte restante è riservata alle altre uve a bacca nera; il syrah però deve intervenire nella cuvée per non meno del 50 per cento. Per il rosato si utilizzano gli stessi vitigni, ma syrah, mourvèdre e grenache abbassano la loro soglia (70%), limitando il resto al solo cinsault; sono previsti anche altri vitigni, come cournoise, grenache gris e morrastel (max 10%). Analizzando i vitigni, si deduce che la viticoltura è di stampo Valle del Rodano anziché Languedoc.


In realtà, i vigneron di Pic-Saint-Loup sembrano aver imboccato una propria via, pur attingendo alle  esperienze  enologiche  confinanti, con l’intenzione di territorializzarsi, fino a raggiungere una gerarchizzazione in stile cru. La composizione ampelografica contempla anche uve a bacca bianca, che si dileguano nell’ampia  denominazione  Coteaux  du Languedoc, ma si sta pensando di dare loro l’identità di Pic-Saint-Loup.

Negli ultimi anni l’estensione dei vigneti ha raggiunto più di mille ettari, allargandosi tra una quindicina di comuni nel dipartimento dell’Hérault e due nel Gard, e si contano sessanta produttori. Si tratta di una micro realtà, ma le intenzioni dei vigneron sono agguerrite. Molti hanno sposato la filosofia biologica e biodinamica, tanto che la percentuale è nettamente superiore alla media dell’intera Francia. La maggior parte dei vigneti si situa a circa 150 metri di altitudine, con i più bassi a 80 metri e i più alti a 300.


I sistemi di vinificazione per il vino rosso sono vari: c’è quello tradizionale e quello a macerazione carbonica (circa il 10%). Il periodo minimo di sosta in cantina è fissato al 1° luglio dell’anno successivo alla vendemmia. Moltissimi produttori impiegano barrique da sei a dodici mesi per alcune cuvée di media struttura, mentre le selezioni più rigorose raggiungono i due anni.

Il vino rosato è ottenuto sia con il metodo del salasso (saignée), sia con pressatura diretta, e non conosce il legno per mantenere appieno la fine integrità fruttata e floreale e la vivace fragranza di syrah e mourvèdre.


È  il  vino  rosso  l’alabarda  enoica  della denominazione,  soprattutto  l’imperante Syrah, dalle caratterizzanti note fruttate che sprigionano ricordi di cassis e ciliegia, con una naturale speziatura di vaniglia e chiodi di garofano, fino a giungere a una complessità segnata dalla garrigue, dal cuoio nuovo, per poi fondersi nello sciroppo di more. 

Questa distinzione odorosa si è via via affinata negli anni impiegando sempre meno il carignan e il cinsault, mentre l’uso della barrique, anche nuova, apporta un delicato tostato, sfumature grigliate e spunti di noce moscata e balsamiche. Se da una parte il syrah sembra standardizzare l’espressione enologica della denominazione, la diversa struttura del sottosuolo, la differente pluviometria e i micro scostamenti climatici consentono ai vini di distinguersi, seppur nella lievità delle loro espressioni.


Le differenze che scaturiscono dalle diverse composizioni del suolo stanno diventando un punto di forza della Aoc Pic-Saint-Loup. Mas Foulaquier, a Claret, nella parte settentrionale dell’Appellazione, sfrutta i suoli profondi di calcare, argilla rossa e ciottoli e la freschezza climatica per elaborare un rosso da grenache e  syrah,  Les  Calades,  che  dopo  lunga macerazione matura due anni in legno. Si veste di una tinta densamente rosso rubino con le tipiche nuance violacee del syrah.


Ha naso fruttato di ribes, mora di gelso e ciliegia, spicca la rosa rossa e si affianca un suadente speziato misto a legno e alloro. Il palato sprigiona freschezza e un effetto tannico elegante, che favorisce la lunghezza, mentre la chiusura è mentolata, quasi balsamica, con ricordi di garrigue. Fa da contraltare il cru L’Orphée, da syrah e grenache in parti uguali, che matura in cemento per 15 mesi. Offre una colorazione più violacea, all’olfatto frutti a bacca nera, un floreale caratterizzato da viola e iris, e poi pepe nero e liquirizia. Il tannino è vellutato (merito del grenache), ha in sé una golosità di beva dalla freschezza mentolata e dalla sapidità molto attraente.


Jean-Benoit  Cavalier,  a  Vacquières,  nel suo Château de Lascaux, riesce a dare un’espressione molto particolare al Syrah, in uno dei migliori lieux-dit dell’area di Corconne. Les Nobles Pierres è un amalgama tra syrah (80%) e grenache (20%) coltivati in uno scenografico vigneto, contornato da 300 ettari di garrigue, pini e un’inospitale brughiera con querce verdi e bianche. Il suolo è calcareo con sabbia e limo d’origine quaternaria. Matura in legno per 12-14 mesi (di cui 15% nuovo) e acciaio per 6-9 mesi. Si mostra rosso cupo, con orlo granato. Il profumo sembra contaminato dalla vegetazione circostante: spiccano infatti le note di ginepro, macchia mediterranea, pigna resinosa, olive nere, prugna, liquirizia e noce moscata. Il tannino, accarezzato dal legno nuovo, non è aggressivo e crea una sorprendente setosità, insaporita da lunghi ricordi di cacao e di tostato. Il potenziale d’affinamento in vetro è quasi decennale.


Molto interessante è anche Les Secrets, un Pic-Saint-Loup parcellare, di tre vigneti, Madeleine, Bois de Tourtourel e Patus de Mussen, dalla composizione del suolo molto diversa: il primo ha origine colluviale e miscela argilla e calcare,Tourtourel ha calcare e limo rosso, colorato dall’ossido di ferro, mentre l’ultimo alterna il calcare duro alla marna bruna, con colluvioni argilloso-calcaree ricche di piccoli detriti. Le diverse personalità dei tre vigneti si fondono in un profumo di grafite e cioccolato fondente, di ruggine ferrosa, cassis e lampone, sottobosco e ciliegia nera. Il tannino è ben presente, rinforzato da un gustoso piccante di pepe nero e cacao. Anche per questo vino è meglio attendere almeno 5-6 anni.

Château La Roque a Fontanès è una pietra miliare del territorio, dal XII secolo. Si distingue per l’abilità nel gestire un’uva difficile come il mourvèdre, che mescola a ceppi vecchi di grenache per creare En garde!, un rosso rubino concentrato, dall’aroma di tartufo nero, pepe, terra, mirto e cassis, rabarbaro e tabacco dolce, un prodotto straordinario, ricercato dai più raffinati cultori dei vini di stampo semimeridionale. Ha un tannino inizialmente ostico all’equilibrio del vino, poi si stabilizza diventando setoso.


Ancora a base di mourvèdre, questa volta fino al 90%, è il Sang du Calvaire dello Château de Cazeneuve: l’ampiezza odorosa oscilla tra frutti scuri, spezie, tostatura, fiori secchi di lavanda e note erbacee, sia mentolate sia vegetali (oliva nera). Il calcare in vigna dona al vino una potenza controllata, il tannino e l’alcol ne favoriscono l’equilibrio, mentre la vena sapida lo raffina al palato. Ne consegue un vino simbolo di quella linea enologica che strizza l’occhio al vecchio e malandato mourvèdre.

L’Ermitage du Pic Saint Loup, a Saint-Mathieu de Tréviers, con il Guilhem Gaucelm sposa la linea della tradizione più pura, precursore anche di una viticoltura che evita la chimica senza fregiarsi di certificazioni. La cuvée si compone di grenache, da ceppi di novant’anni, e syrah in percentuale paritaria, salvo qualche annata in cui prevale il primo.


Dopo una pigiatura dei grappoli ancestrale il vino sosta per due anni e più in legno prima di passare in bottiglia. Spicca per la cupezza della cromaticità, che con difficoltà brilla di violaceo nel bordo. Il profumo è classico: timo e rosmarino, tanto frutto rosso, un fondo di cacao e di zucchero bruciato, chiodi di garofano e mandorla. Il tratto gustativo segue il binario organolettico della denominazione, quindi il tannino non è mai astringente e lascia spazio alla freschezza, alla morbidezza e alla sapidità, per allungarsi in un finale garbatamente speziato, assurgendo a modello enologico della Aoc.


Un’altra classica espressione dell’areale è La Grenadière di Mas Bruguiére a Valflaunès. 


Dalle vigne argillose e calcaree poste sotto il Pic, di età media di circa vent’anni, si ricava un vino composto da syrah per oltre la metà, con un 20 per cento ciascuno di morvédre e grenache. Dopo trenta giorni di vinificazione, un anno di maturazione in legno grande (nuovo al 30%), si imbottiglia un vino dalla tinta rubino. Il corredo dei profumi è molto fruttato, con nuance speziate di noce moscata, cannella e pepe, tostature, caffè e pane grigliato, infine pino e resina di eucalipto.


Al palato la fermezza tannica imprime un rigoglioso effetto asciugante, mentre l’alcol arrotonda le spigolosità facendo recuperare un tono rinfrescante; la progressione si allunga in una persistenza stuzzicante. L’Aoc Pic-Saint-Loup è una denominazione da seguire con molta attenzione, da un lato per le molteplici sfaccettature di terroir presenti nella personalità dei suoi vini rossi, dove si sta affermando un positivo dualismo che vede attori il tradizionale mourvèdre e l’“importato” syrah, dall’altro per il fattore prezzo, molto favorevole. Avvicinarsi al Pic-Saint-Loup vuol dire calarsi in una viticoltura che incorpora tre stampi enologici, quello dell’alta Valle del Rodano, dello Châteauneuf-du-Pape e dell’assolata Languedoc.

Vitae 21
Vitae 21
Giugno 2019
In questo numero: Renano italiano di Massimo Zanichelli; Pic-Saint-Loup, da meteora a stella di Roberto Bellini; Fiorentina fino all’osso di Morello Pecchioli; Sodalizio d’Abruzzo di Fabio Rizzari; Cocktail di vini di Gherardo Fabretti; Una giornata da coltivare di Antonello Maietta; Bacco ai Caraibi di Sonia Sandri; Maori wines di Betty Mezzina; Mistificati stampa di Valerio M. Visintin; Il buono del lievito cattivo di Francesca Zaccarelli; Be(er) unconventional di Riccardo Antonelli; Croazia EVOlution di Luigi Caricato; Pas dosé - Sommelier, il nuovo maestro di AIS Staff Writer.