Bâtard e Bâtard
Fabio Rizzari

Di tutti i territori coltivati a vigneto nel nostro globo terracqueo, pochissimi possono vantare la complessità di esiti della Borgogna: lo sa ormai ogni bevitore di età compresa tra i diciannove e i novantotto anni. E di sicuro sbaglio a tenere fuori i bevitori di diciotto anni e quelli dai novantanove in su.


Il termine forse più abusato quando si tenta di restituire la variabilità proteiforme della vigna borgognona è “mosaico”. Che però è un’analogia approssimata per difetto, visto che il trascolorare tra una sfumatura caratteriale e l’altra nei cru confinanti della Côte d’Or rimanda più al Pantone Goe System, una tavolozza che contava (fino al 2013) alcune migliaia di colori diversi. In Borgogna infatti ogni singola parcella, ogni singolo filare, quasi ogni singolo piede di vigna si fa vanto di firmare un’opera originale, dalla personalità affermata. Fin qui stiamo alla vulgata classica, all’elevazione di un’area vitivinicola al rango di terra consacrata.

Ma a voler essere laici, disincantati, sanamente critici, è davvero così?


La risposta per me è: e no. No, perché la mano del produttore qua e si incarica di mettere tra parentesi (di “revocare in forse”, direbbe Giampaolo Gravina, illustre collega e co-autore con Camillo Favaro di un significativo volume sul vino borgognone, Vini e Terre di Borgogna) la voce del singolo cru. Spostando in primo piano alcuni tratti prevedibili - se non omologanti - quali in primis la triade aromatica frutto agrumato/note di nocciola tostata/sentori boisé. No anche perché non mancano i flaconi insignificanti, venduti a prezzi magari eccessivi data la moda planetaria.


Invece sì, un ben più convinto sì, quando si viene rapiti, contro ogni resistenza razionale e obiettiva, dalla ricchezza e dalla varietà degli esiti che moltissimi lieu-dit offrono al bevitore. In altre parole: la Borgogna è quasi sempre davvero il luogo dei ritrovamenti magici, delle bottiglie che sprigionano aromi inebrianti come in un negozio di profumi orientali, dei vini dal tocco impalpabile, quintessenziali.

E il luogo delle parentele sottili tra una vigna e l’altra, tra un’appellation e l’altra, tra un domaine e l’altro.

Si tratta dunque del terreno ideale per una nuova puntata sui vini gemelli, o quantomeno fratelli. Mai come in questo caso parenti anche stretti possono valere un prezzo significativamente diverso: molti vini condividono un’origine simile e tratti organolettici non molto distanti, ma finiscono sugli scaffali a costi imparagonabili. Per esempio, tutti sanno che per acquistare una bottiglia di Musigny, venerato Grand Cru, occorre sborsare una cifra equivalente all’acquisto di un box auto a Bari, oppure si deve affrontare un’operazione chirurgica per l’asportazione di un rene. Ma per un buon Chambolle-Musigny Les Amoureuses, di qualità pressoché equivalente, basta farsi asportare la milza: un Musigny di Roumier viaggia intorno all’inavvicinabile costo di 12.000 euro a bottiglia, mentre il suo Les Amoureuses si porta via alla modica cifra di circa 4.000 euro.

Altro caso pluricitato, il cru di Saint Aubin en Remilly, che dà bianchi spesso eccellenti ma dal costo dieci o venti volte inferiore ai campioni dell’iperuranica vigna del Montrachet, distante poche centinaia di metri. “Non avrà l’opulenza maestosa di un Montrachet”, sottolinea Marc Colin, ispirato produttore della zona, “ma un buon en Remilly ha uno scintillio, una luminosità, un dinamismo certo non molto lontani.”

Il focus di questa puntata è proprio su una parcella particolare della maestosa collina di Montrachet. Che, non dimentichiamolo, è di sicuro il bianco più iconico del pianeta; e uno dei più preziosi e rari. 


Il Montrachet è citato nel nono capitolo dell’Odissea, che descrive come Ulisse ubriacò il ciclope Polifemo prima di accecarlo: “‘Anche ai Ciclopi la terra dono di biade / produce vino nei grappoli e a loro li gonfia la pioggia di Zeus. / Ma questo è un fiume di ambrosia e di nettare’. / Così diceva, e di nuovo gli porsi Montrachet lucente”.

Secondo Plinio il Vecchio, Esiodo caldeggiava la bevuta di Montrachet addirittura per venti giorni di seguito: “Monsrachitiensis potionibus per XX dies ante canis ortum totidemque postea suadet Hesiodus uti” (Naturalis historia, libro VI). Dante ne mette in risalto il lato minerale nei noti versi: “Tu imparerai siccome sa di sale lo Montrachet altrui”, mentre Hitchcock in La finestra di fronte fa esclamare a una scandalizzata Grace Kelly, davanti al rifiuto di bere vino di James Stewart: “Ma è un Montrachet!”.

Il bianco di questa magica collina non usurpa affatto questa plurisecolare fama. È veramente un liquido speciale, capace di fondere armoniosamente i caratteri complementari della souplesse serica e della tensione acida, della dolcezza di frutto e della sapidità minerale, dell’avvolgenza glicerica e del ritmo gustativo.

Non sempre e non per ogni bottiglia, certo. Esistono bianchi della collina di Montrachet poco ispirati, più pretenziosi e costosi che emozionanti. Non è il caso di due vini gemelli della collina, o quantomeno fratelli: il sontuoso, regale Bâtard- Montrachet del Domaine Leflaive, e il più defilato ma squisito Bâtard-Montrachet del Domaine Marc Morey.

Anne Claude Leflaive è stata una figura-cardine della viticoltura e dell’enologia borgognona. Rilevata nel 1990 la casa vinicola fondata dal nonno Joseph, questa volitiva vignaiola l’ha portata in poco più di un decennio a una fama planetaria. Non facendo una passeggiata da ricca ereditiera, come si può immaginare oggi, ma percorrendo un sentiero impervio. Negli anni Ottanta del secolo scorso i vigneti della Côte d’Or versavano infatti in uno stato critico quanto a salute e vitalità della terra. È famosa la battuta di un ampelografo dell’epoca per il quale “il Sahara è meno arido dei terreni della Borgogna”. Pesticidi, erbicidi, fungicidi e ogni altro genere di prodotto chimico di sintesi avevano finito per risultare vinicidi. La sinergia devastante con una potassatura indiscriminata dei suoli faceva nascere vini non di rado anemici, sfibrati, senza energia interna carattere. Ad Anne Claude è toccato il compito di rivitalizzare le sue vigne. Cosa che ha fatto abbracciando la tecnica - o meglio, la visione - biodinamica. Via le sostanze chimiche dai campi, via ogni eccesso di manipolazione enotecnica in cantina, a partire dai primi anni Novanta, fino alla completa riconversione nel 1997. Oggi la biodinamica è una moda, oltre a una fede professata in parecchie chiese planetarie. Ma al tempo i domaine in regime biodinamico erano davvero pochi (nessuno a Puligny). “Credo fermamente che si debba interrompere il circolo vizioso delle sostanze chimiche sempre più potenti, per proteggere piante sempre più malate”, sosteneva. Inoltre, madame Leflaive era convinta che la biodinamica apportasse ai suoi vini “una precisione maggiore nel gusto” e che “amplificasse la loro capacità di rispecchiare il terroir di origine”. Eric Rémy, régisseur del domaine dal 2008 al 2017, affermava evocativamente che i Grand Cru avessero così raggiunto la grazia di fondere elementi gustativi contraddittori: “gras et vivacité, puissance et légèreté”.

La parcella di Les Bâtards posseduta da Leflaive è di estensione notabile per la zona: quasi due ettari. Le viti più vecchie risalgono al 1962.


Il cru in media bianchi significativamente più opulenti ed “esotici” delle parcelle confinanti. Nel suo enciclopedico Borgogna, le vigne della Côte d’Or Armando Castagno lo definisce con immagine evocativa un “alambicco solare”. E difatti qui i caratteri di pienezza aromatica e di avvolgenza tattile della collina di Montrachet si ritrovano spesso per così dire amplificati, come filtrati attraverso una lente ottica. A scapito, qua e là, di una più micrometrica e longilinea focalizzazione del gusto. Il 1989, figlio di una vendemmia calda e quasi mediterranea, avrebbe dovuto dare un bianco poco reattivo, più largo che grintoso. Invece, almeno nei miei ricordi annebbiati (la bevuta, estasiata, risale a una decina d’anni fa), è o era un vino di grande brillantezza, ampio ma mai molle, anzi di scattante forza motrice.


A testimonianza che i luoghi comuni - Chevalier più fine e aristocratico, Montrachet più imperiale, Bâtard un po’ più grossolano - sono non di rado contraddetti dall’energia vitale dei grandi terroir borgognoni.

Il domaine Marc Morey, per parte sua, possiede una frazione infinitesima del cru: millequattrocento metri quadrati, un’inezia anche per l’iper frammentato vigneto della regione. La parcella, tuttavia, è ancora più datata rispetto alla parte leflaiviana, risalendo al 1954.


Non mi metto a ricostruire il ramificato intrico familiare dei Morey, nome molto diffuso in tutta l’area: se si ferma un qualsiasi passante a Beaune e gli si chiede come fa di cognome, una volta su due ci si sente rispondere “Morey”. Basti sapere che la tenuta è stata gestita negli ultimi decenni dalla figlia di Marc, Marie-Joséphe, e dal consorte/enologo Bernard Mollard (da poco in pensione), mentre oggi è soprattutto nelle mani della loro figlia Sabine. Le vigne non sono condotte in biodinamica ma in una più anodina “lotta ragionata”. Il Bâtard è il fleuron della firma, il vertice della gamma. Due sole pièce di vino in media ogni anno per l’intero mercato mondiale: più facile lanciare un mattone dalla finestra e vederlo rimbalzare in alto che riuscire a berne un bicchiere. Il Bâtard-Montrachet Marc Morey del 1995 è un piccolo - nemmeno tanto piccolo - capolavoro di grazia e di intensità. Bevuto alla metà degli anni Duemila aveva dispiegato solo una parte del suo potenziale: limpido, affusolato, eppure reattivo e profondo, non aveva di sicuro le movenze lente, morbide, quasi pachidermiche che di solito si attribuiscono ai bianchi del cru. Al contrario faceva della progressione gustativa il suo punto di forza.


Che si tratti, nonostante le quantità infinitesime, di una bottiglia a relativo buon mercato (si fa per dire: siamo nell’ambito dei vini più contesi del mondo) è testimoniato dalla distanza di prezzo finale con il quasi gemello firmato Leflaive: 170 euro per il 2010 Morey, oltre 500 euro per l’omologo Leflaive. Il “quasi” è decisivo. Nel vino non si danno infatti gemelli perfetti, ma tutt’al più gemelli somiglianti. Altrimenti si ricadrebbe nella battuta di tale Annoni, per il quale “il colmo per un enologo è avere due gemelli che si somigliano come gocce d’acqua”.

Vitae 23
Vitae 23
Dicembre 2019
In questo numero: Re Barbacarlo di Massimo Zanichelli; Gli scenari dello Sherry di Roberto Bellini; La castagna, una cuccagna di Morello Pecchioli; Bâtard e Bâtard di Fabio Rizzari; Il gusto del presepe di Barbara Ronchi della Rocca; Guidati dalle nuvole di Emanuele Lavizzari; Alta Langa in prima fila di Antonello Maietta e Paolo Novara; Priorat, sangre y llicorella di Betty Mezzina; Io e Caterina a Natale di Valerio M. Visintin; All’origine della vite di Francesca Zaccarelli; Attenti al luppolo! di Riccardo Antonelli; L’occasione è d’olio di Luigi Caricato; Pas dosé - L’insostenibilità del convenzionale di AIS Staff Writer.