Dolceacqua, potente e appartata
Fabio Rizzari

In Italia ci sono terre del vino da tempo celebrate, orgogliose della loro fama internazionale, consapevoli del proprio valore come regine assise in trono con lo scettro in una mano e la sfera armillare nell’altra. E ci sono terre del vino storicamente più nascoste, lontane dai riflettori. In questo aiutate magari da una collocazione geografica fuori dai binari consueti del treno enoturistico italiano e straniero. Fuori dalle rotte delle Langhe e dei grandi distretti di rossi toscani Bolgheri/Chianti/ Nobile/Brunello. Fuori anche, e per molti anni, dai radar degli appassionati più attenti.

È il caso dell’area di produzione del Rossese di Dolceacqua, sui rilievi collinari che salgono ripidi dal mar Ligure verso le montagne alpine, quasi al confine con la Francia. Da quanto tempo il Rossese è uscito dal cono d’ombra del consumo locale, dal passaparola tra zio e nipote? Dieci, forse quindici anni? Non molto di più, in ogni caso. Eppure qui nasce uno dei vini più ricchi di originalità e – nei casi migliori – di intensità aromatica dell’intera penisola.

Non essendo un topografo, né un geologo, né un ampelografo, e nemmeno uno storico, non mi addentro in descrizioni dettagliate del territorio e del suo retaggio plurisecolare. Basterà forse qualche accenno sparso al carattere davvero unico del contesto paesaggistico, che non ha nulla della scenografica ma ormai iperturistica luminosità della costa ligure ed esprime piuttosto una bellezza severa e appartata.

Una bellezza punteggiata da pochi vigneti, quasi invisibili lungo le strade di fondovalle. La produzione di vino, che le fonti documentali fanno risalire almeno al Medioevo, è stata qui come altrove falcidiata dalla fillossera alla fine dell’Ottocento (anche se non mancano vigne centenarie ancora su piede franco). Nei primi decenni del secolo scorso l’area ospitava diverse migliaia di ettari a vite, che oggi si sono ridotti a circa un centinaio, polverizzati in microappezzamenti terrazzati. I determinati vignaioli locali hanno individuato nel tempo una trentina di cru, ovvero nomeranze. La maggior parte delle bottiglie migliori proviene dalle due grandi sezioni del territorio, la val Nervia e la val Verbone. La prima, più ariosa, sale fino al paese medievale che dà il nome al rosso, Dolceacqua. La seconda, più chiusa, gode di una maggiore vicinanza al mare e ha quindi in media un clima più mite. Semisconosciuto al grande pubblico dei bevitori fino a poco tempo fa, il territorio non è ovviamente sfuggito ai numi tutelari della critica enologica. Qui ci sta bene la ormai ineludibile citazione a Mario Soldati e al suo libro/spartiacque Vino al vino: “L’aspetto delle vigne ha qualche cosa di rude, di volontario, di arrischiato. In complesso, un paesaggio, opposto a quello del Pornassio, ma egualmente forte. E anche la vecchia villa del generale Origo, che intravediamo tra altre vigne lungo il sentiero del ritorno, partecipa in qualche modo a quell’atmosfera rustica e romantica”.

E più avanti:“Il giorno dopo è l’ultimo giorno della Riviera di Ponente e di tutta la Liguria. Malinconia di ogni fine, anche perché nessuna delle soste del nostro viaggio è stata così bella. Ci rimane, è vero, il cuore dionisiaco del Piemonte, ma se pure il Barolo e il Dolcetto, il Grignolino e la Barbera saranno più grandi, non avranno mai l’incanto di questi vini privati, poetici, fantastici, nei loro paesaggi obliosi e solitari, tra le Alpi e il mare”.

Luigi Veronelli, per parte sua, stimava il vino Rossese tra i migliori d’Italia. E sul raro cru Curli, a Perinaldo, giungeva alla suprema lode di definirlo addirittura “la Romanée Conti italiana”. E scusate se è poco.


Per il Curli Veronelli aveva una sua speciale forma di venerazione. Quando mi fece il grande onore di chiedermi di curare - insieme a Daniel Thomases - la sua guida dei vini (correva l’anno 1998), mi invitò a pranzo nella sua bella casa di Bergamo e mi offrì un Rossese di Dolceacqua Curli del 1978. Scendemmo nella sua cantina, estesa più o meno come Spoleto, e a una temperatura insolitamente fredda (si vedeva il vapore del fiato) venne prelevato il prezioso flacone, che era già raro all’epoca. Nelle nebbie della memoria non ricordo bene i dettagli aromatici e gustativi di quel vino. Ero stordito dalla circostanza, bersagliato da mille sensazioni diverse: ricordo confusamente l’offerta di un eccezionale ficatum di Gioacchino Palestro, e poco altro. Posso banalmente e laconicamente trascrivere che quel rosso mi sembrò buonissimo.


Il curatore storico del vigneto Curli, e in una certa misura il suo creatore, è stato Emilio Croesi, farmacista e sindaco di Perinaldo. Un personaggio dal carattere deciso, poco incline ai compromessi. Figura leggendaria in vita, oggi riassorbita nell’agiografia locale.

L’attuale sindaco di Perinaldo, Francesco Guglielmi, che ha affiancato Croesi per anni, ricorda un episodio significativo che intreccia tutti i nomi illustri della nostra prima storia:“Un giorno passarono a trovare Croesi proprio Soldati e Veronelli, che avrebbero proseguito il viaggio per andare in Francia a trovare un produttore di vino. Croesi, che non conosceva Veronelli, si informò con Soldati in modo piuttosto ruvido, chiedendogli se fosse un politico democristiano; nel qual caso non l’avrebbe ricevuto. Ovviamente l’incontro andò benissimo e poi Veronelli e Croesi divennero amici”.


Guglielmi conserva una memoria ancora più preziosa legata al vigneto Curli, le parole di apprezzamento che addirittura Sandro Pertini rivolse ad Alessandro Natta: “Caro Alessandro, conosco già quel vino, mi è stato regalato da quel bravo giornalista di vino, certo Veronelli. Mi ha anche raccontato di quel sindaco, un uomo tutto d’un pezzo […]. Tramite il Signor Veronelli gli ho ordinato altro vino e gli ho mandato una pergamena di elogio a tanta bontà”.


Non bastasse questo affollamento di nomi illustri, Guglielmi cita anche Pablo Picasso, che nel 1961 a Perinaldo bevve il Rossese del vigneto Curli. Trovandolo eccellente, disse a Emilio Croesi: “È magnifico questo rosso comunista, un rosso di una tonalità che vi invidio”. Francesco Guglielmi sta pazientemente raccogliendo questi aneddoti storici in vista di una pubblicazione che ha in animo di intitolare Storie Rosse, nella duplice accezione della parte politica e del vino.


Dopo la morte di Croesi la vigna Curli cadde in uno stato di progressivo abbandono, fin quasi a rinselvatichirsi. Nel 2012 Giovanna Maccario, coraggiosa vignaiola locale, è riuscita ad aggiudicarsi la sua coltivazione. A partire dalla stessa annata 2012 Giovanna è tornata quindi a vinificare un Rossese di DolceacquaVigneto Curli. E ha constatato, vendemmia dopo vendemmia, come il cru abbia una sua personalità affermata. Unica, a dirla tutta. Il Curli regolarmente un rosso di intensità cromatica, aromatica e gustativa insolite per la zona. Non bisogna aspettarsi il Rossese diafano, delicato, quasi rosato nell’aspetto, che è una declinazione tipica del territorio. Da giovane il Curli fa nascere un rosso battagliero, pieno, potente; tuttavia mai in debito di grazia nel frutto e di eleganza nella grana dei tannini.


Giovanna riassume:“Curli ha un’esposizione a ovest pieno. Il terreno è calcareo, ma non di origine marina, come ad esempio per il cru Posaù. Attualmente la superficie vitata è di 3800 metri quadrati, ma ai tempi di Emilio Croesi era il doppio. Le viti hanno circa settant’anni e sono allevate ad alberello provenzale, con resa bassissima sia per l’età delle piante sia per il sistema di allevamento. Climaticamente il vigneto rientra nella fascia continentale, quindi risente poco l’influenza marina. Il vino ha la caratteristica di avere sempre un pH basso, in vendemmia sui 3,23, e una tinta carica più del doppio rispetto agli altri vini di Dolceacqua”.

Curli non ha immediati confinanti. Il vigneto più vicino in linea d’aria è il Savoia, che si trova sempre nel territorio di Perinaldo e sempre sul versante ovest, ma più vicino al mare. Come recita la scheda della relativa nomeranza, “il toponimo può certo alludere a un soprannome di famiglia o a una relazione con chi ha di fatto, dal XVI secolo, orientato la politica del marchesato di Dolceacqua”. Pur essendo a poche centinaia di metri, la sua storia non ha incrociato nomi illustri. Almeno per quel poco che ho ricostruito. Ne vinifica le uve una coppia nella vita e nel lavoro, Danila Pisano e Tino Amalberti. L’azienda, molto piccola, conduce le viti in regime biologico (vero). In stile asciutto, Tino annota telegraficamente:“Nel 1994 Danila, con un diploma di maestra e dodici anni di osteria di paese alle spalle, ha deciso di cambiare mestiere. Siamo partiti con un ettaro e mezzo di oliveto in Apricale, mille più millecinquecento metri di vigna vicino a casa a Soldano, tremila metri di vigna (Bramusa) in affitto e altrettanti di un vecchio incolto nel comune di Perinaldo da ricostruire e reimpiantare: il vigneto Savoia. La prima annata è del 1996. Il resto lo senti nel bicchiere”.


Di poche parole, non c’è che dire. Parlano per gli autori i rossi della casa. Il Rossese 2018 ha carattere tenero, dolce e diffusivo, un colore tenue, pochi profumi e un gusto immediato, di grande e semplice naturalezza. La selezione Savoia propone invece - nell’annata 2017 - un profilo del tutto diverso. Già in parte evoluto nel colore, che ha sfumature granato, si apre con lentezza all’olfatto, in una configurazione autunnale, silenziosa, austera. Al palato conferma questi tratti netti e decisi, e si esprime in un serrato dialogo tra toni acidi, tannici e salati.


Il Rossese Curli e il Rossese Savoia non potrebbero insomma essere più diversi. A ben guardare sono nei fatti antitetici e complementari: da un lato un frutto sodo e carnoso, dall’altro un frutto candito, elusivo; da un alto un’espressività sonora e diretta, dall’altro un temperamento severo e sapido, molto minerale. A testimonianza della straordinaria complessità di esiti che questa terra riservata può offrire al bevitore attento.

Vitae 24
Vitae 24
Marzo 2020
In questo numero: Bollicine di montagna di Antonello Maietta; Chianti Classico, suoli solitari di Roberto Bellini; Buono come il pane di Morello Pecchioli; Dolceacqua, potente e appartata di Fabio Rizzari; Alcol Society di Gherardo Fabretti; Il dominatore dell’Arena di Emanuele Lavizzari; Pinot nero? Ja, danke! di Betty Mezzina; Ansonica, sale e sole di Roy Zerbini; Lo spiegone è servito di Valerio M. Visintin; Eiswein, figli del gelo di Francesca Zaccarelli; Lievito, vero Mastro birraio di Riccardo Antonelli; L’olio dei popoli di Luigi Caricato;Pas dosé - La fragilità del vino di AIS Staff Writer.