Illyricum
dalle radici profonde

Vincenzo Vitale

Come ogni Paese del Mediterraneo, anche l’Albania è un eccellente produttore vinicolo. Non solo: qui la viticoltura ha radici antichissime. La presenza della forma selvatica della vite europea (Vitis vinifera silvestris) in tutto il territorio nazionale fa supporre che la regione albanese rappresenti per la vite europea un centro primario di domesticazione, oltre che di variabilità secondaria. Nella grotta di Konispol, vicino al confine greco, sono stati portati alla luce vinaccioli ascrivibili alla vite selvatica di età tra i 4000 e i 6000 anni.

Per la tradizione classica, la Tracia era la patria d’origine di Dioniso e quindi del vino. Il culto del vino fu portato in tutta la Grecia e nel Mediterraneo dai Fenici. A Durazzo e Apollonia, i porti di partenza verso l’Occidente, arrivò probabilmente un gruppo di vitigni dai Balcani, dalla Macedonia e dal Mar Nero, lungo la via Egnazia. Alcuni di questi (kriqes, kosarke, kungullore, debina e zeze) rimasero in Albania, altri raggiunsero Italia, Francia e Spagna. I vitigni mourvedre, morastell e moradella hanno in comune il prefisso “mor”, che indica, oltre a un’origine geografica comune, il colore nero dell’uva, dal greco mavros.

Tra l’VIII e il VI secolo a.C. i Greci fondarono sulle coste albanesi alcune colonie, come Epidamno (oggi Durazzo) e Apollonia (nei pressi di Fier), che divennero importanti porti dell’Adriatico orientale; in epoca romana, queste terre erano note per la produzione di vino e olio, che alimentavano una florida esportazione.

La conquista da parte degli Ottomani determinò una grave crisi della viticoltura da vino, che sopravvisse solo nelle enclave cristiane (Scutari, Valona, Coriza, Pogradec, Himara). Nelle zone musulmane si instaurò invece una viticoltura “da cortile” per la produzione familiare di uva da tavola e successivamente per la fabbricazione di distillati di vino, a partire dal XVII secolo.

All’indipendenza dell’Albania, nel 1912, fece seguito una ripresa della viticoltura, subito messa in difficoltà dalla diffusione delle malattie crittogamiche (oidio e peronospora) e dalla fillossera, che negli anni Trenta distrusse pressoché integralmente i vigneti albanesi. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale le statistiche parlavano di 4200 ettari di vigneti e più di cinque milioni di viti a pergola maritate; alla fine del conflitto la superficie del vigneto si era ridotta a meno della metà. La politica economico-agraria del regime di Enver Hoxha diede impulso all’espansione della viticoltura. Nel 1990 la superficie vitata ammontava a 22.000 ettari, con oltre sette milioni di viti a pergola maritata. L’uva da vino era trasformata in ventitré cantine di Stato, con una produzione complessiva di 350.000 ettolitri.

La crisi politica ed economica, tra il 1990 e il 1995, determinò l’abbandono e l’estirpazione di quasi tutta la superficie vitata, che si ridusse a circa 2000 ettari. In questo periodo post regime, oltre alla massiccia migrazione della popolazione, gli albanesi, furibondi per l’isolamento nazionale, distrussero ogni cosa fosse riconducibile al regime di Hoxha. Nel 2000 si registrò un miglioramento, e la superficie vitata aumentò a circa 7000 ettari. Da allora l’incremento è stato progressivo, arrivando a circa 15.000 ettari vitati censiti, più le piccole vigne familiari a pergola.

Un poeta e intellettuale albanese dell’Ottocento, Pashko Vasa, scriveva: “Non guardate a chiese e moschee, la fede degli albanesi è l’albanesità”. Nella realtà odierna gli albanesi convivono senza grossi problemi con moschee, chiese cattoliche e chiese ortodosse, festeggiando tutte le ricorrenze e facendo costruire luoghi di culto anche a distanza ravvicinata. Ovviamente la cultura del vino è più sviluppata nelle zone in cui si praticavano la religione cattolica e quella ortodossa. Diverse testimonianze antiche attestano la tradizione vitivinicola illirico-albanese: sculture, rilievi, mosaici con grappoli d’uva, vasi per la conservazione del vino, affreschi che ritraggono uomini con calici di vino in mano.


Non essendoci un disciplinare, per spiegare le zone di produzione gli studiosi hanno suddiviso il Paese in quattro fasce longitudinali, che identificano il territorio, la temperatura e la tipologia di produzione. Partendo da ovest verso est, la prima fascia comprende l’area costiera, con terreni fino a 300 metri di altitudine; a grande vocazione vitivinicola, è adatta alla viticoltura specializzata e a ottenere vini di pregio.

La seconda, da 300 a 600 metri, è anch’essa molto vocata alla produzione di vini di alta qualità, principalmente dai vitigni kallmet, shesh nero, cabernet sauvignon e merlot. La vite è coltivata ad alberello e a controspalliera.

Nella terza, con vigneti posti fra i 600 e gli 850 metri di altitudine, si realizzano vini leggeri e molto profumati, ottenuti da serina bianca, serina nero, pules, debina.

L’ultima, la più orientale, raggiunge i 1100 metri d’altezza; dotata di altipiani e montagne, si caratterizza per deficienze termiche durante il periodo di maturazione delle uve, che pertanto risultano poco zuccherine e assai acide. Qui si trova la maggior parte delle viti a pergola maritate con tipici alberi montani.

In Albania si coltivano vitigni internazionali, come merlot e cabernet sauvignon, e varietà autoctone, tra cui spiccano shesh, kallmet, vlosh, serina, debina, pules, cerruja, kryqës, mjaltëz, mavrud, manakuq e vranac.

Negli anni Settanta il professor Petraq Sotiri, docente di Scienze Agrarie, specializzato in viticoltura ed enologia, coadiuvato dai suoi collaboratori ha censito più di seicento tipologie autoctone, in un capillare lavoro di esplorazione del germoplasma viticolo albanese.

In relazione alla presenza di omonimie di alcuni villaggi con i rispettivi vigneti e per tradizione familiare tramandata, i vitigni autoctoni albanesi sono localizzati in sei zone. Per renderne più semplice la comprensione, è possibile fare riferimento agli areali, da nord verso sud.

Areale di Zadrima

Situato tra il circondario di Alessio/Lezhä e quello di Scutari/Shkodra, si caratterizza per la coltivazione del kallmet, che occupa il 20 per cento degli ettari vitati. Meno impiegato il manakuq – presente nel triangolo Albania/ Montenegro/Kosovo – da cui si ricava un vino rosé e un rosso molto tannico. Agli inizi del XVII secolo, Frang Bardhi, vescovo cattolico albanese nato a Kallmet, riportava che per il vino Kallmet destinato al Vaticano erano state selezionate le migliori uve, e durante l’ultima visita in Albania, nel 2014, papa Francesco ha chiesto espressamente di poter assaggiare tale vino. Il kallmet in Albania è considerato il vitigno più promettente ed è chiamato in diversi modi: kallmete, gjashore, zadrimore; in Kosovo è conosciuto come shkodranik, in altri Paesi è noto come skadarka (Montenegro, Croazia e Serbia), kadarka (Ungheria), gemza (Bulgaria), nero di Scutari (Italia), raisin noir de Scutari (Francia); in Austria e Germania è ampiamente utilizzato il nome schwarzer Skutariner. Il vitigno è coltivato prettamente nella piana di Zadrima, ma è molto frequente la sua presenza nei villaggi di Kallmet.

Ha una forma mediamente sferica di colore rosso intenso, con bacche viola e polpa morbida e incolore. Le bacche non sono uniformi a causa della mancanza di impollinazione durante il periodo di fioritura. In origine era un vitigno con fiore femminile, che aveva bisogno di vitigni impollinatori, come shesh i zi, vranac o cabernet sauvignon che fioriscono nello stesso periodo e hanno fiori ermafroditi. Gli acini presentano una resistenza elevata all’uncinula necator (causa dell’oidio o mal bianco della vite) e alla botrytis cinerea.

La cantina Kallmeti, nel villaggio di Kallmet i vogel, si trova nella prima fascia costiera. Il vino di punta prende il nome dalla chiesa di Sant’Eufemia, che sorge nelle vicinanze: si tratta di una chiesa molto nota, costruita su una sorgente d’acqua in cima alla montagna. Miqësia-Medaur è ubicata nella cittadina di Koplik, mente il vigneto si estende tra i villaggi di Zagore e di Razem, a 300 m di altitudine. La traduzione della parola miqësia è amicizia.


Areale di Sukth

Fra Durazzo/Durrës e Tirana, un terzo degli ettari vitati è dedicato ai vitigni shesh i bardhë (a bacca bianca) e shesh i zi (a bacca nera). Lo shesh è la cultivar autoctona più popolare. Il vigneto prende il nome dal villaggio di Shesh, raso al suolo dagli Ottomani per la presenza capillare di chiese, di cui si conservano ancora molti ruderi. Il vitigno, che si dice abbia avuto origine proprio nel villaggio di Shesh, predilige il terreno collinare: per questo motivo la zona, a un’altezza superiore ai 450 metri (seconda fascia), è idonea a produrre ottima qualità. Il terreno è argilloso-sabbioso con abbondante presenza di scisti.

La cantina Kokomani, in località Eminas i Vogël, dista in linea d’aria circa un chilometro e mezzo da Shesh. Il vigneto scende lungo le colline, a formare un anfiteatro, fino ad arrivare a un lago artificiale. Il terreno è calcareo-sabbioso con numerose presenze di fossili marini del Pliocene e pietre.

Areale di Myzeqeja 

Fra i circondari di Berat e Fier, qui domina il pules (pulës), vitigno autoctono della zona centrale e meridionale dell’Albania, a vendemmia tardiva. Qualche anno fa era coltivato a pergola. Gli acini sono abbastanza rotondi e uniformi, con zucchero totale intorno al 23% e buccia lucida, piuttosto fragile, il che richiede grande attenzione in vigna nel periodo che precede la vendemmia. Viene coltivato in condizioni ottimali a una altezza di circa 700 m. Il vino prodotto solitamente ha una gradazione alcolica alta e una forte acidità. È utilizzato anche per la produzione di un ottimo distillato di uve, il Raki. 

Tra le numerose cantine di questo areale sono da segnalare Nurellari, Çobo e Alpeta. 

Quest’ultima è ubicata nel villaggio di Roshnik nel circondario di Berat e rientra nella seconda fascia. Il vigneto, con un terreno semiargilloso, digrada lungo il pendio di un fiume che sfocia in un lago artificiale. Nel periodo estivo si registra una forte escursione termica tra la notte e il giorno, con uno sbalzo anche di 15-20 gradi.

Areale di Korca

Collocato nel circondario di Coriza/Korçë, è conosciuto per il serina (serinë) e bardhe, a bacca bianca, e il serina e zeze, a bacca nera. Quest’ultimo sembrerebbe un lontano predecessore del syrah. La viticoltura è distribuita nella zona di Pogradec e Korca.

Si segnalano la cantina Caco e la Korca 2000-Menea. La seconda è ubicata nella città di Korca nell’omonimo circondario; le uve vengono scelte personalmente dai proprietari, nelle colline del villaggio di Voskop, distante circa 7 chilometri; rientra nella quarta fascia, dagli 850 ai 1100 m.


Areale di Narta

Situato nel circondario di Valona/Vlora, si coltiva il vlosh, un vitigno autoctono albanese originario del Sud. Molti documenti lo collegano al paese di Vlosh del circondario di Fier, in realtà sembra originario del villaggio di Narta del circondario di Vlora.

Il vlosh ha una buccia molto delicata e una polpa croccante. Gli acini sono rotondi e di media grandezza, di colore rossastro, ricoperti da un considerevole strato di pruina. Il vitigno necessita di temperature molto calde e in vinificazione tende a rilasciare poco colore.

Spesso è utilizzato in blend oppure, per via dei profumi e della gradazione alcolica elevata (13- 14%), per il Raki.

La cantina Dukati, nel villaggio Dukati i ri, rientra nella prima fascia. Il terreno appartiene alla zona di depressione peri-adriatica; in alcuni luoghi ci si può trovare sul livello del mare, in altri poco sotto. È una zona parecchio ventosa: nelle annate molto ventilate oltre il 40 per cento delle uve finisce a terra. In estate c’è una grande escursione termica tra il giorno e la notte.


Areale di Permet

Nel circondario di Argirocastro/Gjirokastra, l’areale è conosciuto per il debina (debinë), cultivar autoctona a bacca bianca; si è sviluppata principalmente nell’entroterra, per lo più in aree collinari e di alta montagna nel Sud del Paese; aumenta notevolmente la coltivazione nella città di Permet. Ha un forte grado di parentela con il debina kala e il debina teki, entrambi originari del Nord-ovest della Grecia, la parte dell’Albania anticamente contesa dai greci, la Ciamuria o Cameria in albanese; sembra siano state alcune famiglie albanesi lì residenti a introdurlo nell’attuale territorio albanese. In zona dovrebbe anche trovarsi una mutazione del debina a bacca nera. Nell’areale di Permet è normalmente consumata come uva da tavola e per produrre il gliko, una sorta di frutta candita protetta dal presidio Slow Food. Da segnalare le cantine Argjiro e Bejko; quest’ultima è ubicata nelle immediate vicinanze di Permet, con il vigneto posizionato lungo il fiume Vjosa, nella seconda fascia, in un paesaggio mozzafiato.


Tra le aziende da segnalare fuori dagli areali sopra descritti, ricordiamo Uka Farm, nei dintorni di Tirana; il proprietario non possiede un vero e proprio vigneto, ma sceglie personalmente i terreni vitati in giro per l’Albania e dà modo a piccoli contadini di ricevere compensi per le loro uve, che altrimenti non saprebbero come utilizzare se non per la produzione del distillato di uve Raki. Sta puntando molto sulla ceruja, vitigno a bacca bianca della zona di Klos, dove è allevato da sempre, secondo quanto riportano i contadini locali; allevato a pergola o maritato alla quercia, si arrampica per circa 20/30 metri, anche se una volta l’anno viene potato. La nota negativa è la resa: dal momento che i contadini vivono per lo più di agricoltura, si punta alla quantità a scapito della qualità delle uve. A Klos, nella quarta fascia, si registra un clima molto freddo, con presenza di neve durante l’inverno.
La cantina Duka, nelle vicinanze della piana di Zadrima, per scelta aziendale si dedica a vitigni internazionali.
A sud dell’Albania, nei pressi della città di Leskovik, la cantina Max Mavrud è nota per la coltivazione del mavrud, varietà autoctona albanese purtroppo poco utilizzata.
Infine, un’azienda che appartiene al Kosovo, ma in un territorio ex albanese: Stone Castle, nella zona di Rahovec. Il Kosovo possiede un disciplinare per la produzione di vino costituito dall’Unione Europea; Rahovec è l’unica zona riconosciuta. Nei vigneti, a un’altezza di circa 450 metri, si coltiva un vitigno autoctono kosovaro, il vranac, attestato anche nel Nord dell’Albania, in Montenegro e in Macedonia.

L’Albania è ancora oggi un Paese economicamente arretrato, con un reddito pro capite di circa 3.600 euro annui; il Pil cresce del 3-4% l’anno. Con la caduta del regime comunista almeno il 15 per cento della popolazione albanese, soprattutto giovani e persone con maggiori qualifiche professionali, sono emigrate per lo più verso Italia e Grecia; è indubbio che un drenaggio così massiccio di risorse umane non ha facilitato lo sviluppo economico della nazione.

La produzione di vino si aggira sui 2,5 milioni di litri l’anno, mentre le importazioni ammontano a circa 2,6 milioni e provengono in prevalenza (80%) dall’Unione Europea, con l’Italia in testa.

L’industria del vino ha un problema di immagine anche all’interno dell’Albania. Il rilancio della vitivinicoltura appare ancora minato da seri problemi tecnici. Purtroppo non esiste alcuna legislazione vitivinicola e non ci sono sufficienti strutture di assistenza tecnica e di formazione professionale.

Nel 1995 si è formata l’associazione nazionale viticoltori albanesi e nel 2005 l’Associazione Sommelier Albanese. A gennaio 2019 è stato istituito il Club AIS Albania, dell’Associazione Italiana Sommelier.


E ora uno sguardo alla cucina locale. A Nord l’ingrediente principale è la farina di mais, impiegata per la preparazione del pane e di vari piatti dolci e salati. I piatti tradizionali includono casseruola di carne e verdura, pasta, pollo, riso, suxhuk (simile al salame) e petulla (frittelle dolci o salate). A Scutari si possono assaggiare ottime pietanze a base di carpe, pescate nei laghi e nei fiumi nelle vicinanze.

Nella fertile area centrale può crescere quasi tutto. Nei piatti è utilizzato in modo particolare il pollame: anatra, oca, pollo e tacchino (piana di Myzeqe). I piatti più conosciuti sono il tavë elbasani, carne cucinata con riso e yogurt, e il taveë dheu, uno spezzatino di manzo o fegato cotto in un recipiente di terracotta. Non mancano ricette con il pesce pescato nel mare Adriatico.

Il Sud, dove si alleva la maggior parte dei bovini, fa largo uso dei prodotti lattiero-caseari. Si producono ottimi formaggi, duri e morbidi, e un fantastico kefir (bevanda ricca di fermenti lattici). Il clima caldo della zona favorisce la crescita di agrumi e uliveti. Con diversi agrumi nella zona di Permet si produce il già ricordato gliko. Lungo la costa albanese si possono invece gustare ottimi piatti di pesce fresco.

Vitae 26
Vitae 26
Settembre 2020
In questo numero: Nuove vette in Valtellina di Massimo Zanichelli; Navarra. Un vino in cammino di Roberto Bellini; L’estate in un barattolo di Morello Pecchioli; Libri liquidi a Serralunga di Fabio Rizzari; Illyricum dalle radici profonde di Vincenzo Vitale; Atterraggio su Lanzarote di Betty Mezzina; In vino salus di Barbara Ronchi della Rocca; Altro che somarello di Giuseppe Baldassarre; Amo i ristoranti di Valerio M. Visintin; Un mondo che cambia di Francesca Zaccarelli; Una coppia che scotta di Riccardo Antonelli; Olio da mille e una notte di Luigi Caricato; Pas dosé - Smart? Anche no! di AIS Staff Writer.