vini di confine
Fabio Rizzari

Le terre del vino più famose sono spesso anche le meno conosciute. Sembra un paradosso e non lo è: la stratificazione di luoghi comuni che ricopre ogni celebre area vinicola ne altera i lineamenti, confonde la verità dei fatti con i pregiudizi (positivi o negativi che siano), immerge in una nebbia lattiginosa il panorama reale.

Vale per territori italiani che si contano sulle dita di una mano: le Langhe, Montalcino, il Chianti, poco altro.

Nessuna terra del vino del nostro Paese è famosa da più tempo del Chianti. Su questo non ci piove. Le prime testimonianze documentali sul vino chiantigiano risalgono almeno al Medioevo e le lasciamo lì dove sono, per evitare di ripercorrere stancamente il polveroso repertorio dei relativi aneddoti storici (i cavalieri che partono al canto del gallo per individuare i confini tra le due città, et similia).

Meno scontato forse è guardare a un primo asse identitario del territorio chiantigiano, quello cui accenna acutamente Filippo Cintolesi, che produceva – e magari produce tuttora – un verace Chianti nel suo Podere Erbolo, presso Gaiole: “Il Chianti è cerniera di confine. Terra di attriti, da sempre. Rimanendo a tempi relativamente recenti (diciamo successivi al crollo dell’impero romano) attrito fra diocesi diverse (quindi, sembrerebbe di imparare, risalente a una cerniera fra lucumonie etrusche diverse), quella aretina e quella fiesolana. Ecco la vera dicotomia chiantigiana: un Chianti aretino e un Chianti fiesolano”.

Greve, Panzano, Radda, per citare solo tre dei borghi chiantigiani più illustri, sono amministrativamente fiorentini (i primi due) e senese (il terzo), ma non sono estranei all’attrazione di Arezzo, con naturale sguardo – appena velato dai modesti rilievi dei monti del Chianti – verso il Valdarno superiore. E trovandosi a poca distanza, per dire, da San Giovanni e Montevarchi.

Solo successivamente entra in gioco la rivalità tra Firenze e Siena, che diviene polarità principale della lotta per l’egemonia sul Chianti dal Basso Medioevo in poi. Lo scontro politico porta inevitabilmente a un travaso culturale, a un complesso rimescolamento delle carte del quale sarebbe chilometrico ripercorrere i singoli tracciati. Come annota Armando Castagno, grande esperto di vino e anche storico dell’arte: “Basta guardare l’arte del Chianti, quella che era nelle pievi, a Monteriggioni, a San Gimignano, a Certaldo, a Radda. Partecipa di entrambe le polarità: quella più morbida e coloristica di Siena e quella più dura e disegnativa di Firenze”.


Ciò che più conta, per un appassionato di vino, è che il Chianti va visto come terra di confine, prima ancora che come territorio omogeneo. È quindi un soggetto peculiarmente adatto a cercare vini di confine, proprio il nucleo tematico di questa rubrica. Un Chianti di Lamole, o delle sezioni più elevate di Radda, non partecipa dello stesso profilo aromatico e strutturale di un Chianti “meridionale” e in media più caldo, quale quello, ad esempio, di Castelnuovo Berardenga, che guarda alle poderose terre di Montalcino.

Anche all’interno dello stesso areale, e addirittura in poderi confinanti, gli esiti possono essere significativamente diversi. Lo dimostrano le due tenute di questa puntata.


Il primo soggetto – per profondità storica, fama consolidata e anche per mera estensione – è il Castello di Monsanto, a Barberino Val d’Elsa. Uno dei grandi nomi del Chianti Classico. Per descriverne i meriti, le primogeniture (è stata la prima casa vinicola chiantigiana a vinificare e imbottigliare il rosso di un’unica vigna), i riconoscimenti, occorrerebbe una trattazione a parte. La tenuta, su un ampio plateau che guarda a ovest Poggibonsi e in lontananza San Gimignano, insiste sulla dorsale orientale della denominazione. L’estensione è considerevole, arrivando a oltre duecento ettari complessivi, dei quali una settantina a vigneto. 


Sebbene il corpo di fabbrica del castello sia plurisecolare, la storia moderna di Monsanto ha una sessantina d’anni e si deve innanzitutto alle intuizioni e all’opera di Fabrizio Bianchi, imprenditore tessile lombardo tornato ventenne in Toscana a riannodare i fili delle sue origini familiari. Nel 1962, cioè in largo anticipo sugli altri rossi locali vinificati in seguito da un singolo cru, Bianchi fa nascere il Chianti Classico Il Poggio. La parcella, su una morbida collinetta di circa cinque ettari, insiste su terreni galestrosi classicamente chiantigiani, a un’altitudine sul mare di circa 300 metri. Altrettanto tradizionali le varietà presenti dell’epoca, con il sangiovese affiancato dal canaiolo e dal colorino, più una percentuale di uve bianche - trebbiano e malvasia - a comporre in vinificazione lo storico, glorioso uvaggio del Chianti ottocentesco.


Da allora, in un crescendo di consapevolezza stilistica, il Chianti Classico Il Poggio si è consolidato come uno dei pivot della denominazione. Al netto delle differenze dovute al carattere dell’annata, i rossi de Il Poggio sono accomunati da una trama tannica robusta ma sottile, di grana molto fine; da un timbro fruttato austero, mai troppo esplicito; da una rinfrescante sinergia di acidità naturale e di salinità tipica della zona. E, pregio non secondario, da una sorprendente longevità: quasi tutti i millesimi del cru sono ancora bevibili, e molti sono perfettamente vitali. In una recente visita in cantina ho potuto constatare la limpida, immediata bontà delle edizioni 1988 (dal timbro aromatico curiosamente simile a un Barolo nelle note medicinali e di rosolio; potente, profondo, persistente), 1970 (speziato, dinamico, pieno di succo più che evoluto e austero, dalla fitta intelaiatura tannica), 1968 (aranciato nel colore, terziario nei profumi di sottobosco e funghi champignon, ancora ben reattivo al sapore).

“Questa del ’68 è una discreta bottiglia, ma ne abbiamo aperte di migliori”, dice Laura Bianchi, che ha affiancato il padre nella conduzione aziendale nel 1989 e che da anni guida la firma con mano sicura; “si sa che più passano gli anni, più ogni singola bottiglia fa storia a sé.” Certo.

Come dicono i francesi, quando si ha a che fare con i vini vecchi non esistono più grandi annate, ma solo grandi bottiglie.

Soltanto un piccolo corso d’acqua, un bórro (come lo chiamano solo in Toscana, anche se è voce pienamente italica), separa i terreni del castello di Monsanto da Quercia al Poggio, che non è una tenuta molto meno estesa: conta infatti un centinaio di ettari di superficie complessiva. Il nucleo storico ospitava – in epoca imprecisata ma comunque anteriore all’avvento degli influencer su Instagram – un convento che dipendeva dalla vicina Badia a Passignano.

Qui si faceva vino almeno dal 1969. Ma è solo a partire dalla fine degli anni Novanta che la viticoltura ha acquistato un ruolo preminente, con l’arrivo dei nuovi proprietari Michela e Vittorio Rossi. I vigneti vengono radicalmente ristrutturati, lasciando come decana la parcella delle Cataste (tre ettari), che si avvia attualmente a toccare i quarant’anni di età. La conduzione agronomica è certificata biologica e interessa oggi una quindicina di ettari sotto l’ombrello della denominazione Chianti Classico.

I vini di Quercia al Poggio hanno alcuni lineamenti comuni a quelli di Monsanto: un carattere austero, un po’ introverso, e una robusta assise estrattiva. Se ne discostano, invece, sul piano dell’espansione aromatica e gustativa: i rossi di questi poderi hanno voce decisamente più baritonale e una grana tannica più coriacea, che en vin jeune tende a comprimere leggermente il timbro del frutto, e che richiede quindi una certa “doma” del palato.



 “Il sangiovese di Quercia al Poggio segue i tempi del Brunello di Montalcino”, afferma con convinzione Vittorio, “non può tenere i ritmi di una lavorazione e di un’uscita sul mercato ravvicinate.”

Sono vini legittimamente ambiziosi, quindi, che puntano sulle capacità potenziali di sviluppare un profilo complesso e profondo con la maturazione in cantina. La lenta evoluzione del vino in bottiglia sa ben ripagare l’attesa dell’appassionato, sebbene la tenacia della maglia tannica rimanga un tratto peculiare dei rossi di Quercia al Poggio. Una tenacia dominante almeno fino alla vendemmia 2018, che nel Chianti Classico di annata sembra segnare uno spartiacque con le edizioni precedenti: più ariosità, più slancio aromatico, tannini più sottili, una silhouette più longilinea. “Stiamo affinando ogni singolo passaggio produttivo, in vigna e in cantina. I risultati arrivano lentamente, attraverso un lavoro minuzioso, direi micrometrico, che dura anni. In campagna non esistono progressi vistosi e improvvisi. Si migliora passo passo”, chiosa con saggezza Vittorio.

Così oggi proprio il Chianti di Quercia al Poggio - uno dei Chianti che con espressione infelice si definiscono “base”, perché non sono Riserve, o Gran selezioni, o da singolo cru - inizia a dialogare più compiutamente con l’illustre dirimpettaio del Poggio di Monsanto. Ritrovando e riannodando i fili di un confine convenzionale, presente solo sulle carte.

Vitae 27
Vitae 27
Dicembre 2020
In questo numero: L’oro della Mosella di Massimo Zanichelli; La saudade del Ramisco di Roberto Bellini; Quel che resta del giorno di Morello Pecchioli; Vini di confine di Fabio Rizzari; Il vino fra tempo e memoria di Eleonora Camilli; Forgiato dal vulcano di Eugenio Tropeano; Manteniamo le distanze di Valerio M. Visintin; Fermenti di Francesca Zaccarelli; La lotta per la latta di Riccardo Antonelli; La Lucania ridisegna l’olio di qualità di Luigi Caricato; Una storia ad andamento lento di Maria Rosaria Romano; Pas dosé - New post sommelier di AIS Staff Writer.