Nobile di nome
e di fatto

Roberto Bellini

Il nome è altisonante e la sua lunga storicità fa immaginare una favola dorata. Invece al Vino Nobile di Montepulciano non è andato tutto liscio. Questo non riguarda la qualità del vino, ma il rammarico di non essere riusciti a scalare velocemente i gradini di una visibilità che aveva radici storiche da mettere in campo e che andava preservata a tutti i costi. Di fatto, è un vino che sembra girare su sé stesso, come a proteggersi da quelle realtà viticole che hanno fatto capolino prima di lui sulle scene dei mercati mondiali senza possedere il suo ricco pedigree. Non sembra sia stato nemmeno digerito l’amaro boccone della diatriba con il Montepulciano d’Abruzzo, il cui provvedimento avverso ha intaccato e rallentato il revival che si era messo in moto.

La cronologia storica è un bellissimo biglietto da visita. Se si riuscisse a spenderlo in modo lucido, per il comparto del Nobile sarebbe una strategica freccia per centrare il cuore del bersaglio, o meglio fare di un bersaglio commerciale il proprio cuore. Il cuore (vino) di quel mons Policianus, progenitore dell’attuale Montepulciano, ha pulsato fin dall’epoca etrusca, pur senza concrete testimonianze in merito. Infatti, si deve giungere alla fine del Settecento per avvalorare la presenza della viticoltura. In quegli anni le viti dell’areale, racconta il naturalista Giorgio Santi, erano condotte anche a vigna fitta e bassa e la quantità prodotta, seppur inferiore a quella della vite maritata, aveva il vantaggio di offrire un’uva più matura, che regalava più alcol al vino, garantendo prospettive di longevità. Questo settore agricolturale assicurava un certo beneficio economico, ma la trappola era dietro l’angolo, con la Bonifica Lorenese in val di Chiana. Crebbe l’attenzione verso le fertili terre bonificate, dove si poteva sviluppare l’allevamento del bestiame (è la patria della pregiata Chianina); inoltre, la coltivazione di grano e altri cereali era più facile e fruttuosa rispetto a quella effettuata sui pendii collinari intorno a Montepulciano. Ciò non portò all’abbandono dei vigneti, ma a un minor interesse proprio quando, di lì a poco, nella viticoltura toscana si sarebbero registrate la nascita del Brunello di Montalcino e la creazione dell’uvaggio del Chianti: due concorrenti per il Vino Nobile di Montepulciano. La difesa qualitativa del vino di Montepulciano, come scrive Emanuele Pellucci in Vino Nobile di Montepulciano (1998), fu portata avanti dalle famiglie Bucelli, Bracci, Svetoni, Guidarelli, Ricci e da quel Giuseppe Contucci che distingueva il suo vino in “andante”, “vino nobile” e “vermut”, anticipando quella filosofia di “secondo vino” che richiama al Médoc e che oggi potremmo apparentare al Rosso di Montepulciano. Purtroppo, i loro sforzi non riuscirono ad arginare la deriva qualitativa innescatasi, che fece clamore (in negativo) alle Esposizioni Universali di fine Ottocento, tra le rare occasioni di presentarsi al commercio mondiale.

Su un altro aspetto legato all’offuscamento della qualità è possibile indagare. La Toscana fu terra di scontro tra Siena e Firenze dal 1269 al 1555. La Repubblica Senese si estendeva solo nel settore meridionale, lasciando buona parte dell’areale viticolo chiantigiano a Firenze, nonostante oggi si trovi anche in provincia di Siena. All’epoca, se riconduciamo il discorso alla semplice produzione di vino, le punte di diamante del Senese erano l’attuale Brunello di Montalcino e il Vino Nobile di Montepulciano. Montepulciano ha vissuto una contesa travagliata tra le due città e ne ha subito conseguenze da entrambe, ma l’aver stabilito una pacifica alleanza con Firenze fin dal 1390 l’ha proiettata in una piena fiorentinità che ne guiderà anche la filosofia enoica, forse limitandone la personalità enologica. Montalcino invece è sempre stata un baluardo di senesità molto avverso a Firenze. Staccatasi dalla filosofia enologica del Granducato di Toscana basata sull’uvaggio del Chianti, adottò un solo vitigno, il sangiovese grosso. Così facendo, Montalcino diede valore e identità al sangiovese alla maniera senese (intesa come Repubblica). Montepulciano mantenne quello che aveva attuato da secoli e che partiva da “tre quarti di uve rosse e un quarto di uve bianche, perfettamente mature e ben ripulite”, e dopo la definizione della formula ricasoliana sostanzialmente non se ne distaccò. Anche questa scelta potrebbe rientrare tra le cause di quel generalizzato appannamento che investì il Vino Nobile di Montepulciano e che portò addirittura alcuni produttori della zona a scegliere di chiamarsi Chianti. Schiacciarsi sul Chianti (tra il 1875 e il 1900) non fu un’azione ottimale, il comparto vitivinicolo di Montepulciano non riuscì a seguire i passi della Toscana settentrionale, dove la nascente commercializzazione del vino, sull’onda di un’idea di mercato tipo négociant francesi, vedeva un’illuminata industrializzazione enologica, con gli Albizzi, la Società Chianti Ruffino, la Laborel-Melini, i Ricasoli e gli Antinori, avviarsi a razionalizzare il lavoro in vigna e in cantina e ad attivare la penetrazione nel mercato italiano in prospettiva europea, occhieggiando anche al Nord America. 


La strada scelta dai produttori poliziani di vino, o meglio famiglie di agricoltori, pur facilitandoli nella vendita (il Chianti si vendeva), faceva perdere l’identità del territorio a quel “vino rosso scelto”, poi “Nobile”, che dopo gli anni della fillossera era prodotto in partite molto piccole, fortunatamente d’eccellenza. Non fu di aiuto al Nobile aver adottato lo stesso uvaggio del Chianti (70% prugnolo gentile, 20% canaiolo nero, 10% malvasia e trebbiano toscano), piuttosto c’era da sfruttare una condizione pedoclimatica capace di creare una distintiva differenza organolettica, a cui si doveva abbinare un rinnovamento delle attrezzature di cantina, soprattutto nelle botti (c’era troppo castagno) e iniziare a pensare: qui si fa solo Vino Nobile di Montepulciano. Anche con l’avvento della Doc nel 1966, aver continuato il viaggio sullo stesso treno chiantigiano, seppure in una carrozza diversa, non ha dato tutti i frutti che le vigne dell’areale erano in grado di offrire, nonostante la conversione da coltura promiscua a specializzata (siamo già nel 1970).

Approfondendo l’analisi, per non caricare il comprensorio vitivinicolo montepulcianese di colpe non imputabili, c’è da considerare che quel decennio fu molto complicato per tutto il vino toscano, e non solo. Dobbiamo considerare il 1980 il new deal enoico, o più opportunamente un nuovo corso per giungere a riconcretizzare una “nobile” unicità del Nobile, avvalorandola con un’antonimia: una molteplice unicità. Per avviarsi verso questo nuovo indirizzo i produttori dell’areale polizianese hanno via via ristretto la percentuale dei vitigni diversi dal prugnolo gentile, 23 in primis evitando quelli a bacca bianca, e privilegiando canaiolo nero, mammolo e colorino rispetto ai celebrati médoçien. Ripartire dal prugnolo gentile? Ci speriamo tutti noi che amiamo il vino dall’anima di sangiovese, e ancor più fiduciosi sono i montepulcianesi, che si stanno muovendo in tale direzione.

La linea di partenza non può che essere il prugnolo gentile, che all’interno di un areale di 16.500 ettari, di cui quasi 2000 coltivati a vite, trova spazio in circa 1650 ettari. Il paesaggio è punteggiato di rilievi e colline degradanti verso la val di Chiana e la piana di Montepulciano, tra i 250 e i 279 metri sul livello del mare, con una dolce ondulazione. La risalita verso Montepulciano ci conduce a un’altitudine di 605 metri, da dove si può notare un’articolazione morfologica alquanto frazionata, che si eleva fino ai 688 metri di Poggio di Totona e i 677 de I Cappuccini, situati a ovest, e un po’ a sud-ovest, in direzione Pienza e val d’Orcia; il picco è il monte I Poggiardelli (706 metri). Lo scarto altimetrico dei vigneti parte dai 250 metri della zona “franca da viti”, delimitata approssimativamente dalla linea ferroviaria Roma-Firenze e dal Canale Maestro della Chiana, che dal lago di Chiusi va verso nord per gettarsi in Arno. A sinistra, verso il Trasimeno, l’altitudine massima è una collina di Valiano di 337 metri; a ovest (la parte più estesa) si toccano i 688 metri con il Poggio di Totona, mentre a sud il picco sono i 330 metri della Banditella e a nord Ascianello. Gli effetti di questi dislivelli potrebbero rappresentare un fattore di personalizzazione organolettica delle espressioni geosensoriali del prugnolo gentile.

Il vino da solo prugnolo potrebbe presentare una diversa, seppur minimamente distinguibile, vivacità cromatica iniziale, a parità di processo di vinificazione, più lucente nei terroir posti ad altitudini elevate, e un riflesso gustativo nel tannino “rinfrescante”, anche nella sua plissettata rugosità, con rimandi alla vibrante acidità della marasca che soffoca inizialmente la sapidità; richiami all’amarena, tannino meno rinfrescante, con piega rugosa non increspata e flavour espresso nell’equilibrio fresco e amaricante nell’area altimetrica mediana, dove il colore rubino si contorna di carminio.


Nella zona più bassa, specialmente la parte vicina al Trasimeno (che funge da calorifero), il prugnolo concentra la sua cromia spostandola dal rubino al carminio, con una punta rosso granato; il tannino si sdoppia in un ondulato grip astringente che coabita da subito con la sapidità, rilasciando aromi di visciola, più in equilibrio tra freschezza e succosità.

Una distinzione è possibile con il tipicissimo floreale del prugnolo: la generica viola e il giaggiolo.

Nelle parti più alte è frequente la mammola selvatica, dal tono delicatamente fogliaceo; in media altitudine, il vitigno è incline a offrire la viola mammola, mentre nella parte più bassa può ricordare i fiori di violetta cristallizzati. Il giaggiolo (quella varietà florentia, simbolo gigliato di Firenze) è una costante aromatica del prugnolo gentile, spesso soggiogato alle viole, e solo un “prugnolista poliziano” può separare, nel racconto olfattivo, quella sottile espressione vegetale che l’accosta alla sua foglia. Per i vignaioli, che conoscono palmo a palmo il territorio vitato di Montepulciano, il suolo e sottosuolo non si differenziano in maniera così marcata come in altre zone toscane, ad esempio nel Chianti Classico: cogliere le sottili differenze che si riflettono nel vino è appannaggio di degustatori molto esperti, conoscitori profondi del sangiovese, anche quello coltivato in altre realtà toscane, perché attraverso le differenze è possibile distinguere le uguaglianze poliziane, la già citata “molteplice unicità”.

I suoli delle vigne sono fatti di argille, sabbie con affioramenti tufacei più o meno significativi, macchiati con una certa frequenza da fossili di origine marina. Nell’areale più vicino al Trasimeno ciottoli e depositi lacustri (d’acqua dolce) sono accolti dalle sabbie, suolo che si ritrova al di là dell’ampia pianura alluvionale allungata in direzione Nord Est-Sud Ovest facente parte del bacino idrografico del Canale Maestro della Chiana: è una striscia di terra a difformità parallela che va da San Savino ai confini di Greppo, sfiorando Acquavia e inglobando Montepulciano Stazione.


La parte centrale dell’areale, la più estesa, ha sabbie e sabbie argillose, con presenza di molluschi, un suolo che caratterizza anche l’estremo ovest, oltre Ortaglia. Questa zona ospita anche alcune isole geologiche differenti: a Valdipiatta, Nottole e a ovest di Pietrose troviamo argille e argille sabbiose, lo stesso si ripresenta a sud di Montepulciano, a Valardegna e ai piedi de I Cappuccini, dal terreno calcareo, anche dolomitico, di colore nero e grigio. Nell’angolo a ovest-nord rispetto a Montepulciano c’è una macchia di calcare e calcare marnoso, mentre a ovest, tra I Cappuccini e Poggio di Totona c’è una piccolissima porzione di suolo con conglomerati originatosi da detriti colluviali, con cemento calcareo, siliceo o ferruginoso: qui la presenza della vigna è scarsa. Le combinazioni di suolo e altimetria sono quindi un’ottima premessa per fruire con cognizione di causa di alcune esperienze degustative.


La prima escursione inizia nella zona di Valiano, quella più vicina al lago Trasimeno, dove il clima è influenzato dal calore immagazzinato dal bacino lacustre e il suolo custodisce argilla e sabbia.


Della Tenuta Trerose le annate esaminate sono state la 2018 e la 2017 Riserva. Il Vino Nobile di Montepulciano Vigna Santa Caterina 2018 (14% vol.) mostra una veste rosso rubino mediamente fitta, come si conviene al Sangiovese da queste parti. L’olfatto rende il degustatore partecipe di un’avventura un po’ borderline, se si affida alla memoria in cui custodisce i suoi riferimenti alla toscanità del Sangiovese. C’è quel fruttato tipico, ricco di sentori di ciliegia, susina rossa, ma un po’ oltre quell’esuberante freschezza che appartiene al vitigno in altri areali. Poco male, perché è un fruttato ben amalgamato al floreale, come di giaggiolo accaldatosi nella canicola, un appassito petalo di peonia, quasi una gelatina di viola mammola. Al gusto la tannicità offre una rugosità rabbonitasi in una finalizzazione gusto-olfattiva espressa nella maturità della mora e del lampone e di una bella speziatura. Il Vino Nobile di Montepulciano Simposio Riserva 2017 ha un colore rubino circondato da un orlo granato. Il corredo olfattivo è allineato all’annata 2018 nell’espressività fruttata e floreale, aggiungendo un tocco di complessità disegnato da un percorso enologico differente. Il carattere è un po’ più austero, ma senza rigidità tannica, che anzi lascia scivolare una tessitura fluidamente morbida, concludendola in un finale di bocca sapido e di nuovo fruttato.

Per La Braccesca, proprietà Marchesi Antinori, l’annata 2017 del Vino Nobile di Montepulciano (14,5% vol.) mostra un manto rosso rubino luminoso. L’impronta fruttata di ciliegia e fragola naviga tra onde di spezie (vaniglia e chiodi di garofano) e petali di viola mammola essiccati, mentre la sostanza liquida impatta al palato senza strattonare le papille, si espande con morbidezza e saporosità, chiudendo con un inchino rinfrescante e accattivante. La Riserva 2017, Vigneto Santa Pia (14% vol.), ha tutt’altra tempra. C’è qualche riverbero rosso granato nel fondo cromatico rosso carminio; la vivacità della tinta è integra, pur in una fittezza mediamente sostenuta. L’offerta olfattiva è una cesellata espressione di piccoli frutti rossi ben maturi, granelli di pepe appena frantumati, leggerissima polvere di cacao e toni balsamici accennati: una piena e perfetta sintonia new style. La ruvidità tannica incide sulle papille gustative senza rusticità, lasciando emergere un rinfrescante fruttato e una sapidità che rimanda all’arancia rossa.

Ancora dall’areale di Valiano il Vino Nobile di Montepulciano Avignonesi, Poggetto di Sopra, 2018 (13,5% vol.). Il rosso rubino ha tutta la classicità cromatica del Sangiovese poliziano. Il sentiero fruttato della ciliegia scura e della mora si incontra con la polverosa speziatura della vaniglia e della noce moscata, che completano la complessità, lasciando ai margini i toni empireumatici e floreali. La liquidità gustativa ha un volume espresso nella rotonda solidità, con un tannino che ha lasciato la sponda ruvida per sciogliersi nel soul alcolico, orchestrando un finale di bocca ritmato da un sincopato equilibrio nella corrispondenza tra sensazioni dirette e indirette.

Nella fascia di media altimetria, la Fattoria Svetoni presenta un Vino Nobile di Montepulciano 2018 (14% vol.) rosso rubino vivace. Il primo impatto olfattivo dà un senso di espressione neutra, ancora un po’ chiusa, poi si apre timidamente a piccoli frutti rossi, iris e vegetale boschivo che iniziano a riempire lo spazio di testa del calice. Al palato il tannino cadenza una marcia “rustica”, ancorata a un bizzarro fruttato di ciliegia selvatica, in una classica espressione tradizionalista del Nobile che si nobilita nella gradevolezza per una sostenuta ed estemporanea sapidità, che dà il tocco finale al suo appeal.


Il Vino Nobile di Montepulciano 2018 dell’azienda Bindella Tenuta Vallocaia (14% vol.) si affaccia alla vista con un lucido rosso rubino e una concatenazione odorosa che raccoglie sentori di ciliegia e lampone, uno spunto floreale di giaggiolo, poi pepe nero e vaniglia. La forza del tannino rilascia una succosità fruttata che si energizza nella polpa dell’arancia rossa; l’amalgama gusto-olfattivo recupera parzialmente il suo equilibrio e si afferma in una piacevole sapidità e in un finale di bocca di rispettabile eleganza. La Riserva, cioè il Vallocaia 2016, ha un’anima alcolica di 14,5%. La sua cromia è rosso granato di media concentrazione, c’è invece tutta la complessità olfattiva nel carattere odoroso del vino, dal puro fruttato di mora di gelso, susina rossa, durone di Vignola, pepe in grani, anice stellato, rimandi tostati e rivoli balsamici. Al palato riflette un’eccentrica personalità tannica, che rimescola in sé attraenti durezze fruttate (come di buccia di corniola) e soffuse note di pepe e cannella. Il finale s’imbelletta con retroaromi di violetta e mirtillo.

Fa parte di questa mediana altimetrica la Tenuta Gracciano della Seta. Il Vino Nobile di Montepulciano 2018 (14% vol.) ha colore rosso rubino di media intensità; la sua espressione fruttata è un po’ agreste, di uva spina rossa, mirabolano, accompagnato da un vegetale che ricorda il chicco verde del caffè; solo accennato il giaggiolo. Il tannino stride in tutta la sua gradevole “sangiovesità”, crea un’eccitante briosità fruttata, con un selvatico, purissimo gusto di corniola e ribes rosso che architetta una personalità compiutamente montepulcianese. La Riserva 2017 (14% vol.) veste un manto rosso granato. Ha un ventaglio di profumi ariosamente fruttato, mora di gelso, mirtillo, prugna, un che di balsamico (foglia di alloro, rosmarino, assenzio) e un lieve tono fumé. La tempra tannica incisiva dà struttura senza aggredire la rotondità, rilasciando un sapore pungente, che abbinandosi con il rinfrescante effetto dell’acidità (tipica del sangiovese) allunga la persistenza in tutta la sua raffinata gradevolezza.

La zona della val d’Orcia può raggiungere altimetrie interessanti. Per il Podere della Bruciata, il Vino Nobile di Montepulciano Cesiro 2018 (13,3% vol.) ha impronta cromatica rubino; il profumo incunea le note di marasca e viola mammola in un flusso d’aromi boschivi, la cui sana rusticità ci ricorda l’anima anche agreste del Sangiovese. Al gusto l’acidità sbatte contro un tannino succosamente asprigno, che spinge nella persistenza aromatica un senso di fruttato, rilasciando un’asciuttezza che non cancella la sapidità e edifica una gradevole sorseggiabilità.

Il Vino di Montepulciano 2018 (14% vol.) dell’azienda Le Bertille ha un colore rosso rubino che tende verso una tinta chiara. Il fruttato ricorda un tono acerbo di marasca e ribes rosso; intrigante il sentore di bacche di ginepro e foglia di alloro, mentre in chiusura emerge un fumé di carboncino. Tannino rustico nell’essenza, vira però in un’energia la cui durezza è solo parzialmente smussata dall’alcol e chiude con un finale che richiama la voluttuosità, un po’ sorprendente ma da apprezzare, della gelatina di mora di gelso. La Riserva 2016 ha tutt’altra dimensione, non come gradazione alcolica, che è pari, bensì come colore, rosso granato con finissimo orlo aranciato. Il fruttato è espresso nella sensazione di confettura: ciliegia, susina e sorba; ariosamente floreale, si amplia in uno speziato di pepe e cardamomo. Il tannino costruisce una struttura già modulata in un equilibrato senso gustativo che intercetta un tono morbido e sapido; nel finale il ritorno di freschezza lascia una vibrante acidità che ricorda il succo dell’uva spina rossa.


Passando alla parte alta dell’areale del Vino Nobile di Montepulciano, incontriamo la Fattoria La Talosa. Il suo Vino Nobile di Montepulciano 2017 (14,5% vol.) ha colore rubino scuro. Il quadro olfattivo è caratterizzato da fragranti aromi selvatici: ciliegia marasca, uva spina, mirabolano, sorba; ha un po’ di vegetale e un sottofondo di pepe verde. Il tannino e l’acidità architettano una struttura gusto-olfattiva non ancora equilibrata: non si coglie un’adeguata sapidità e il contributo accalorante dell’alcol ancora non si è affacciato. Questo pregiudica un po’ la persistenza, senza compromettere la piacevolezza. La Riserva 2016 (14,5% vol.) ha colore rosso granato vivido. Rispetto all’annata 2017 il fruttato è più maturo, ha perso l’uva spina e il mirabolano, sostituiti da mora e prugna, con l’aggiunta di cannella e liquirizia. Al gusto il tannino si è affievolito nell’irruenza tattile, l’apporto dell’alcol e l’intervento della sapidità danno ricchezza al corpo e addolciscono il fruttato, che diventa una miscelata confettura di frutti di bosco nella persistenza.


L’Azienda Manvi presenta un Vino Nobile di Montepulciano 2017 (14% vol.) dal colore rosso rubino mediamente intenso. Il corredo olfattivo unisce al floreale il tipico fruttato di ciliegia; lo speziato crea un’idea di pepe verde e cappero e un effetto resinoso di corteccia di pino, per un accenno balsamico. Tannino ostico e insistente nella ruvidezza e nell’esuberanza; al momento trattiene un po’ gli effetti delle altre sensazioni gusto-olfattive assorbendo l’energia dell’acidità; questo fa oscillare l’equilibrio gustativo nella ricerca di una gradevolezza che va ancora attesa.

La Riserva 2015 ha un rubino contaminato di granato ed evidenzia già uno strettissimo anello aranciato. Mostra la classica marasca del Sangiovese, insieme a un tono ben riconoscibile di viola mammola. Il pepe non è più verde e si aggiunge una nuance di chiodi di garofano. Il tannino è ancora rustico, ma non ostile nel creare il punto di equilibrio, c’è un senso di recuperata sapidità e l’acidità s’è staccata dalla sinergia tannica, cosicché rilascia un po’ di fluidità; il finale ancora non riesce ad accertare una prospettiva di prolungata resistenza: s’ha da fare!

Per la Cantina Dei il Vino Nobile di Montepulciano 2017 (14,5% vol.) ha un colore rosso carminio con orlo leggermente granato. Il profumo ha una suggestiva complessità espressa nel fruttato di ciliegia, mora e susina; il raffinato floreale ricorda viole e iris, il suadente speziato sa di vaniglia e cannella, con un leggero tono di cioccolato fondente. Il sorso evidenzia misurata acidità e dosato tannino, che nell’amalgamarsi in un equilibrato effetto gustativo crea una briosa bocca fruttata e lascia una scia speziata nella lunga persistenza. La Riserva 2016 (14,5% vol.) ha colore granato con intensa cromia. Il fruttato libera sensazioni di prugna, mora e ciliegia di Vignola in piena maturità; si susseguono pepe nero, liquirizia, cioccolato e caffè. Il tannino è l’attore principale del gusto, la sua fusione con la morbidezza ha già creato un punto di equilibrio che si arricchisce in pienezza e cede spazio gustativo a sapidità e rotondità. Retroaromi di mora, prugna quasi sciroppata e pepe nero si trattengono nel finale di bocca, lasciando fluire un riscontro pienamente coerente tra profumi diretti e indiretti.


Riepilogando gli assaggi, i vini della zona di Valiano (vicina al Trasimeno) si caratterizzano per un corredo fruttato, il cui carattere olfattivo è segnato da una maturità più accentuata rispetto agli altri microareali. Anche il tipico floreale del Sangiovese spicca con la viola essiccata, mentre al palato la costruzione dell’equilibrio gustativo evidenzia un apporto tannico gradevolmente poco rugoso, capace di cedere la conduzione del gusto alla morbidezza e alla sapidità, in un’espressione strutturale ricca ed elegante.

Nella fascia altimetrica media, o meglio quella già distante dal Trasimeno, si nota una leggera diversità nell’espressione dei profumi, che si presentano nell’immediatezza evolutiva meno maturi, con qualche accenno di piccoli frutti selvatici, mentre nel floreale coabitano il giaggiolo e la viola mammola. Il grip tannico si carica di un prezioso flavour fruttato che richiama ancora un po’ al selvatico e finalizza un’espressione tannica grintosetta, ben accompagnata dalla freschezza, ma non pregiudizievole nel far presagire il conseguimento di un equilibrio.

La fascia altimetrica più alta, che include la val d’Orcia, presenta vini con una connotazione organolettica multidirezionale: la base olfattiva evidenzia una maggiore propensione a un fruttato più agreste nel primo stadio evolutivo, dove la classica viola mammola è miscelata con qualche nota di verde fogliaceo, che non ne diminuisce l’appeal. Al gusto il riscontro nella sensazione tannica premia una tenace connotazione leggermente asprigna, richiamando quasi la polpa della corniola. La distanza organolettica con la zona prossima al Trasimeno è sostanziale nel carattere, ben distinguibile nel calice; un po’ meno marcato è lo scostamento organolettico quando le vigne si allontanano dalla piana della val di Chiana, anche se nei vigneti prossimi ai 400 metri d’altitudine il carattere positivamente schietto, villereccio in nobiltà, rende gli onori a un terroir di antico lignaggio.

Vitae 30
Vitae 30
Settembre 2021
In questo numero: Ritratti di vecchie viti di Massimo Zanichelli; Nobile di nome e di fatto di Roberto Bellini; Fuoco, cucina ancestrale di Morello Pecchioli; Vini-paesaggio a Jesi di Fabio Rizzari; A tavola con Dante di Massimo Castellani; Californiano dal cuore italiano di Roberto Filipaz; Fermento piceno di Antonello Maietta; Buon APPetito di Valerio M. Visintin; Il Carso e le sue donne di Cristina Serra; Birra in senso street di Riccardo Antonelli; Le forme di assaggio di Luigi Caricato; Pas dosé - Degustando non perdiamo la lingua di AIS Staff Writer.