gemma bianca spoletina
Gianluca Grimani

Che il panorama ampelografico italiano sia ricchissimo di vitigni non è una novità, così come il fatto che nel tempo siano tornate a splendere molte varietà definite semplicisticamente minori. Più complesso è capire come un vitigno dimenticato possa, nel giro di una decina di anni, ridisegnare lo scenario produttivo di una regione: è quanto sta accadendo in Umbria con il trebbiano spoletino. Oggi i vini ottenuti da questa varietà hanno un profilo di spiccata peculiarità e grande vivacità espressiva, insieme a una plasticità testimoniata dalla versatilità delle produzioni, che spaziano dagli spumanti ai vini passiti. Per avere qualche elemento in più di comprensione è necessario allargare lo sguardo, intrecciando la presenza di quest’uva nella vallata tra Spoleto e Foligno a ciò che è successo in passato.


Il nome stesso è piuttosto controverso e difficilmente decifrabile, poiché in molte tracce storiche non si menzionano i vitigni, e il nome del vino è quasi sempre legato alla zona di produzione. Marziale, nel I secolo d.C., menziona lo Spoletinum: “Preferirai le bottiglie polverose del vino di Spoleto ai sorsi del Falerno novello”, e dal paragone con il Falerno sorge addirittura il sospetto che si riferisca a un vino rosso. Un paio di secoli dopo Ateneo di Naucrati, nel primo libro dell’opera I dotti a banchetto, cita con sintetiche annotazioni una trentina di vini d’Italia, fra cui lo Spoletinum dulce haustum, colore aureo, il “vino di Spoleto gradevole da bere e di colore dorato”.


Nel Medioevo e nel Rinascimento non mancano notizie, ma si riferiscono sempre al vino; bisogna attendere la seconda metà dell’Ottocento per incontrare un vitigno citato in varie forme e denominato “spoletino”. Nell’elenco dei vitigni umbri compilato nel 1875 da Raffaello Antinori e Giuseppe Bellucci per la Commissione ampelografica dell’Umbria è incluso il “greco spoletino”, distinto dal grechetto e dai trebbiani.

Dagli inizi del Novecento molte sono le attestazioni della presenza a Spoleto di questa uva, localmente identificata come trebbiano, mentre nel circondario, da Foligno a Perugia, la stessa varietà è indicata come spoletino. Questo aspetto è di particolare rilevanza, in quanto mette in evidenza – e lo si coglie inequivocabilmente nella degustazione – che non c’è alcuna parentela con la famiglia dei trebbiani.


Solo nel 1908 con il lavoro di Francesco Francolini, fondatore e direttore della cattedra ambulante di Spoleto dal 1910 al 1917, si hanno notizie più chiare e dettagliate. In uno studio sulla locale economia rurale, il primo tra i vitigni citati è il “trebbiano chiamato nelle altre plaghe dell’Umbria lo spoletino, il vitigno più coltivato nella pianura spoletina e il preferito dagli agricoltori per le sue buone qualità”. La descrizione è dettagliata e molto rispondente al vitigno di oggi; lo definisce infatti “robustissimo e resistentissimo alle malattie crittogamiche in specie alla peronospora; ama terreni di piano, profondi, fertili, freschi, ma produce bene anche in collina. I suoi tralci sono di mediocre grossezza a internodi lunghi, le foglie piuttosto piccole.


I grappoli hanno una forma caratteristica, cilindrica, con ingrossamento alle due estremità, con acini discretamente serrati a buccia durissima; se maturati bene assumono un bellissimo color d’oro, ma la maturazione si compie molto tardivamente. La pianta preferisce la potatura lunga e vuole molto sfogo nei tralci, si adatta bene alla formazione delle tese, che sono quei tralci lunghi che collegano un albero con un altro”. Oltre a mettere in evidenza gli aspetti ampelografici, Francolini racconta un dettaglio della peculiare forma di allevamento praticata nelle campagne di Spoleto. La coltivazione promiscua del fondo non è una novità fino agli anni Cinquanta in molte regioni italiane, ma è particolare il modo di maritare le viti al tutore vivo, solitamente acero oppure olmo: l’usanza era quella di tendere dei “canapi”, vere e proprie corde utilizzate per sorreggere i tralci da un albero all’altro, creando dei festoni noti come “tese”. 

Nonostante l’importanza riconosciuta a quest’uva, la sua diffusione si riduce progressivamente dagli anni Sessanta in poi fino a scomparire. Solo una cantina cooperativa negli anni Ottanta produce sporadicamente una manciata di bottiglie.


Nei decenni successivi non si hanno più tracce del vitigno. La svolta per il trebbiano spoletino arriva nei primi anni Duemila quando, a seguito del lavoro della Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia, è iscritto nel Registro Nazionale delle varietà della vite. Nel 2006 si registra un notevole passo in avanti grazie al progetto di ricerca e recupero di questa antica varietà avviato da una giovane azienda appartenente al Gruppo Novelli, in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Nell’areale intorno a Spoleto sono individuate circa seicento piante, molte anche centenarie e su piede franco, dalle quali si enucleano quattro biotipi con caratteri molto simili.


Un elemento di particolarità è dato dalla forma del grappolo, che si presenta solitamente compatto e con l’apice doppio, come una lingua biforcuta. Nello stesso periodo arrivano le prime bottiglie, prodotte da due note cantine, Tabarrini e Paolo Bea, con uve da vecchie vigne: immediatamente si coglie il potenziale di questa varietà. Da questo momento in poi c’è un incremento esponenziale della superficie dei vigneti dedicati, ancora in corso, non solo nella vallata spoletina ma anche nelle altre zone della regione. Nel 2011 nasce la Denominazione di origine controllata Spoleto, proprio per dare risalto al trebbiano spoletino. A conferma delle sue potenzialità qualitative, anche il disciplinare di una delle denominazioni umbre di riferimento, il Montefalco Bianco, è stato modificato sostituendo il grechetto con il trebbiano spoletino, prevedendo minimo il 50 per cento per quest’uva.

Le caratteristiche più interessanti di questa varietà sono una maturazione decisamente tardiva, con la singolarità di mantenere un alto tenore di acidità, e la buccia molto resistente che, oltre a proteggere gli acini dalle crittogamiche, permette un ottimo appassimento ed è ricca di precursori aromatici. Questi aspetti fanno sì che possa essere utilizzata in declinazioni differenti. La produzione spazia dagli spumanti, Charmat e Metodo Classico, ai vini dolci, passando attraverso bianchi secchi, realizzati anche con macerazioni più o meno prolungate. Le specificità dell’uva permettono di ottenere vini sempre molto riconoscibili, al di là dell’interpretazione del produttore, e con tratti varietali di evidente tipicità.

Il vino generalmente mostra un colore paglierino intenso. L’elemento distintivo è nel profumo molto ricco. Nelle annate più fresche la proposta giovanile è impostata sulle nuance di pompelmo rosa e frutto della passione. Più comunemente propone richiami di pesca e frutta matura; non manca un corredo di fiori, come gelsomino e rosa, insieme a nuance di erbe officinali. Con l’evoluzione rimane netta l’impronta fruttata e floreale, e si manifestano tratti minerali, profumi di idrocarburi fino a note di tartufo bianco nelle lunghe evoluzioni.

Proprio la longevità è un altro elemento che testimonia la grandezza del trebbiano spoletino, mentre la struttura e la tessitura acido-sapida sono elementi che caratterizzano l’assaggio. Le vecchie annate, oltre a presentarsi in splendida forma, dimostrano come l’evoluzione riesca a implementare un profilo aromatico di grande fascino. La ricerca scientifica è ancora in corso e non si conoscono tutti i particolari del vitigno. Dal punto di vista genetico è dimostrata l’affinità con il grechetto e il trebbiano toscano, ma nel calice racconta una storia completamente differente: la ricchezza del profumo non ha niente a che vedere con questi vitigni. Per trovare delle similitudini, ci si dovrebbe confrontare con uve semiaromatiche. È netta la diversità del trebbiano spoletino anche con le altre varietà tradizionalmente coltivate, non avendo alcun punto di contatto. Oggi molti produttori si chiedono se, per rimarcare queste differenze, non sia meglio parlare solo di Spoletino, escludendo ogni riferimento fuorviante alla famiglia dei trebbiani. Vedremo se in futuro questa idea sarà formalizzata. Per ora ci godiamo le molteplici sfaccettature di un vitigno umbro rinato.

Vitae 31
Vitae 31
Dicembre 2021
In questo numero: Nuovo spazio all’Associazione di Antonello Maietta; Cahors de Cahors di Roberto Bellini; L’ardore del lardo di Morello Pecchioli; Vicini di Clos di Fabio Rizzari; Le vie del cesanese di Massimo Castellani; Gemma bianca spoletina di Gianluca Grimani; Astro nascetta di Andrea Dani; Insostenibile leggerezza di Valerio M. Visintin; La grappa vola alto di Marco Visentin; Fire’s beer di Riccardo Antonelli; L’EVOluzione del ristorante di Luigi Caricato; Fumate dall’Honduras di Maria Rosaria Romano; Pas dosé - La sala risalirà di AIS Staff Writer.