astro nascetta
Andrea Dani

L’iconografia classica del Piemonte di qualche decennio fa si allineava, senza ombra di dubbio, sul profilo di una regione “rossista”, popolata dai ben noti nebbiolo, barbera, dolcetto, freisa, grignolino. Il recente passato ha tuttavia dimostrato che erano ancora moltissime le “sfumature di bianco” nella tavolozza del vino piemontese, oltre alla tradizione storica del moscato: dagli anni Sessanta in poi è stata la volta dell’affermazione su larga scala del cortese di Gavi, dell’arneis nel Roero, della wine revolution del Timorasso, in tempi ancora più recenti. E i gioielli da scoprire sono ancora molti. Dalla fine degli anni Novanta la nascetta si è inserita in questo quadro dinamico e orgogliosamente territoriale, in modo ancora più inaspettato se pensiamo che quest’uva trova la sua tradizione in uno dei comuni del Barolo, nel cuore storico dell’anima langarola.


Nascetta, nas-cëtta, anascetta, danascetta: tanti sono i nomi con cui il vitigno e il vino hanno preso forma nel corso del tempo, da quando erano citati, nei primi documenti del XIX secolo, come “uva molto fine”, “uva delicatissima e vino squisito”, sino alla recente riscoperta che ha portato alle attuali denominazioni Langhe Nascetta del Comune di Novello Doc e Langhe Nascetta Doc. Per ragioni di uniformità, ci riferiremo al vitigno, e al vino, in questo articolo, con la grafia Nascetta, consapevoli che il termine Nas-cëtta (che restituisce l’espressione dialettale novellese) è utilizzabile esclusivamente per i vini provenienti dal comune di Novello all’interno della sottozona dedicata nella Doc Langhe.

Non è possibile parlare di nascetta senza partire da Novello, suo probabile luogo di origine, di certo l’ambito in cui storicamente si è conservata ed è sempre stata coltivata, quando altrove era già scomparsa, non foss’altro che per produrre un po’ di filtrato dolce, o qualche botticella da serbare per le occasioni migliori o da centellinare con gli ospiti illustri. Novello vanta una lunga tradizione per la qualità delle uve nebbiolo e per la ricca presenza di una viticoltura familiare di antica vocazione. È uno degli undici comuni della Docg Barolo, ma ha guadagnato le luci della ribalta in tempi più recenti, complice l’esplosione dell’interesse internazionale verso il Barolo della Ravera, riconoscendo il potenziale di un’area (oggi Mga) tendenzialmente di marne tortoniane, in parte condivisa con il comune di Barolo.


Al periodo di Domiziano risalgono alcuni rinvenimenti archeologici, e sempre d’epoca romana è la prima menzione ufficiale del villaggio, Novellum Albensium Pompeianorum, riportata dallo storico Goffredo Casalis, con il termine “novello” a suggerire una fondazione ex novo. Come per molti altri paesi dell’area, è stato il Medioevo a plasmare il profilo di rocche, castelli e colline, tra contese, guerre, famiglie della più antica nobiltà piemontese, dagli Aleramici ai signori del Monferrato, dai marchesi Del Carretto, fino ai Savoia, ai Luserna di Rorà, e ancora all’epoca napoleonica. Grande il contributo di sangue dei novellesi non solo alle due Guerre, ma alla gloriosa lotta partigiana delle colline di Langa.


Ed è proprio lo skyline di Novello, apprezzabile ancor oggi dal visitatore attento, a raccontarci di un’originalità irriducibile rispetto all’austero profilo dei castelli di Serralunga o Castiglione Falletto: la storia qui è decisamente più recente e si collega alle fattezze di altri edifici non lontani, come l’Agenzia di Pollenzo o il castello di Racconigi. L’impronta neogotica, frutto di un eclettismo imperante negli ultimi decenni del XIX secolo, è messa a punto dall’architetto doglianese Giovanni Battista Schellino.


Altra caratteristica peculiare di Novello è legata alla nascetta: non disponiamo dell’atto di nascita del vitigno novellese, ma solo in questo villaggio nella punta sud-occidentale dell’area del Barolo abbiamo memoria continuativa di vigneti e produzione di nascetta. L’“Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola”, avviata nell’Italia da poco unita dal senatore Stefano Jacini, in una nota di Giovanni Gagna, enologo e produttore di Monforte d’Alba, riporta la seguente citazione: “A Novello e suoi dintorni coltivasi l’anascetta (nasco) che pur ottimo vino specialmente se associato al moscato o alla favorita di Corneliano d’Alba e dei comuni limitrofi”. Torneremo oltre a dirimere la (falsa) pista del nasco e l’affinità con il moscato. Nell’ambito della stessa inchiesta ci pervengono, ad opera di Lorenzo Fantini, agrimensore e fonte di meravigliose informazioni sulla storia dei vigneti del Barolo, le seguenti annotazioni manoscritte, del 1879: “Anascetta - questo vino è quasi esclusivamente prodotto nel territorio di Novello. Riesce di colore alquanto più chiaro del Moscato, ma è di finezza uguale”.


Altri documenti legano in modo univoco il vitigno al paese di Novello. Il “Bollettino ampelografico del Ministero dell’Agricoltura”, fascicolo XI, nel 1879 aggiunge una piccola produzione anche nel comune di Cherasco, Narzole e nel Monregalese. Presente sotto la voce Anascetta anche nel magistrale Saggio di una Ampelografia Universale del 1877 del conte Giuseppe di Rovasenda.


Se poi le tracce sembrano perdersi, come pure le citazioni documentali, la produzione di vino con uve nascetta a Novello prosegue, come tradizione familiare, apparentemente senza un mercato specifico. In epoca post-fillosserica si parla di nascetta a Novello come di una tradizione antica, a cui pochi viticoltori si dedicano, per la produzione di un filtrato dolce o, in alcuni casi, per ottenere uva che, appesa in cascina, si mangiava sino a Natale.

Il momento del riscatto è ancora lontano: se dagli anni Sessanta inizia a fiorire l’anima “bianchista” del Piemonte, complice anche la diffusione su più ampia scala di strumenti e tecniche di vinificazione moderne, dall’utilizzo dei contenitori di acciaio al controllo della temperatura, per la Nascetta i tempi non sono ancora maturi. Solo a partire dagli anni Novanta si presentano le condizioni per una combinazione vincente di fattori che segnerà la storia contemporanea della Nascetta: il dinamismo di alcune aziende pioniere; la passione di alcuni viticoltori custodi della memoria storica del vitigno; la disponibilità attiva da parte delle varie amministrazioni comunali di Novello, che hanno avuto un ruolo chiave nell’avviare le necessarie ricerche per la registrazione del vitigno e le successive denominazioni e, non ultimo, il coinvolgimento degli enti di ricerca e di studiosi che hanno salvato dall’oblio il vitigno, cercando di comprenderne le caratteristiche e il potenziale per la vinificazione. Persino il parroco di Novello, don Secondo Rapalino, ospitò sul Bollettino Parrocchiale l’invito dell’Amministrazione comunale ai viticoltori novellesi a segnalare le proprie vigne di nascetta per censire gli impianti attivi.

La qualità della formazione della storica Scuola Enologica di Alba, che in quegli anni annoverava tra gli altri il professor Carlo Arnulfo, uno dei primi e più attivi animatori della rinascita del vitigno, stimolarono nei produttori un atteggiamento coraggioso e consapevole verso la ricchezza del panorama ampelografico locale, al di là delle varietà ormai affermate. La scintilla parte da alcuni storici momenti di consapevolezza: nel 1993 la degustazione di una Nascetta di sette anni da parte di Valter Fissore, insieme al suocero Elvio Cogno e al giornalista Armando Gambera; quella del vino di Franco Marenco “dei Ciocchini” (oggi anche Mga del Barolo) raccontata da Mauro e Savio Daniele dell’azienda Le Strette.

Queste due realtà iniziano vinificazioni sperimentali con la nascetta: 800 bottiglie la prima produzione del 1994 per Valter Fissore dell’azienda Elvio Cogno; nel 1997 Le Strette provano anche la produzione di passito, rifacendosi alle pratiche documentate del secolo precedente.

Parallelamente si avvia l’iter per l’iscrizione del vitigno nel Registro Nazionale delle varietà di vite, preceduto da studi e prove affidati dal comune di Novello all’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti, coordinati dal professor Mario Ubigli. Uno dei problemi maggiori è raccogliere una quantità sufficiente di uva: appena due i quintali racimolati a fatica per le analisi e le prove di vinificazione, come racconta Ubigli. Nel 2000 è la volta dell’incarico al Centro di Studio per il miglioramento genetico e la biologia della vite del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Torino, per arrivare, nell’autunno del 2001, all’iscrizione al Registro, numero 362, del vitigno “Nascetta B(ianco)”.

Il passo successivo è l’inserimento della nascetta in una denominazione che ne tuteli la specificità. Non potendo, per l’esiguità del territorio e della produzione, ottenere una denominazione dedicata, è inclusa nella denominazione onnicomprensiva Langhe Doc, in via di definizione in quel periodo. È così possibile, in seguito, precisare l’identità del vino di Novello come Sottozona all’interno della stessa Doc: “Langhe Nascetta del Comune di Novello o Nas-cëtta del Comune di Novello”. Non si tratta solo di parole, ma di una definizione specifica del genius loci novellese. La sottozona prevede, oltre all’origine esclusivamente legata al comune di Novello e a due piccole porzioni di Monforte e di Barolo: la vinificazione in purezza di uve nascetta (laddove nella Langhe Nascetta Doc è sufficiente l’85%); la resa massima di 90 quintali per ettaro e la sosta minima in cantina di 6 mesi. Include poi, nel tradizionale uso novellese, la possibilità di una versione Passito. La grafia Nas-cëtta può essere utilizzata solo per la Sottozona. Un’avvincente storia documentata del viaggio verso la denominazione è stata ricostruita dall’azienda Le Strette ed è visibile sul loro sito.

La determinazione e l’interesse dei pionieri contagia intanto altri produttori, incoraggiati dalle caratteristiche peculiari del vitigno e dalla qualità crescente dei vini. Per Novello la Nascetta inizia a diventare un elemento di forte identità. Oggi si annoverano una dozzina di aziende di Novello, associate, e una trentina di altre realtà che rivendicano in etichetta il nome Nascetta.

Il vitigno, definito semiaromatico per il ricco patrimonio terpenico, ha un profilo sensoriale molto interessante, assai diverso da quelli degli altri bianchi piemontesi. Luigi Veronelli, dopo un assaggio negli anni Novanta, ne aveva colto l’essenza: “bello ed elegante portamento mosso come da un brivido Moscato”. I recenti studi dal punto di vista genetico e ampelografico hanno escluso parentele sia con il nasco, come alcuni documenti antichi facevano trapelare, sia con il vermentino (che troviamo su queste terre sotto le spoglie della favorita). La professoressa Anna Schneider, che ha lavorato più volte sulla nascetta, insieme allo studioso Stefano Raimondi, ha scritto nel 2008: “Non si è finora individuata l’origine genetica (genitori) della nascetta; non se ne sono trovate tracce altrove. 

Per via della vicinanza genetica con cultivar tradizionali della provincia di Cuneo, se ne può supporre un’origine locale”.

È un’uva dalla produzione irregolare, non facile (probabilmente una delle ragioni del progressivo abbandono rispetto ad altre varietà più regolari nella resa e semplici nella gestione), in cui spesso le gemme non riescono a differenziarsi, impedendo, quindi, il regolare sviluppo.


Matura tardivamente, a fine settembre. Se la memoria popolare ricordava la produzione di vini dolci, per le celebrazioni liturgiche nella parrocchia di Novello, i documenti antichi riportano sorprendenti considerazioni, una su tutte quella del già citato Giovanni Gagna: “dalle uve anascette puossi ancora ottenere vero vino del Reno quando se ne lasci fermentare a lungo il mosto e lo si invecchi con speciali cure nelle botti”. Emerge una delle più chiare caratteristiche che definisce la personalità del vino Nascetta: il suo potenziale evolutivo, che spesso reca con sé suggestioni riconducibili agli idrocarburi. Il profilo organolettico si completa con una dorata esuberanza cromatica, valorizzata dall’evoluzione e, a volte, da scelte stilistiche che contemplano un breve passaggio in legno, anche solo per una parte. La Nascetta ha un sorso “salino”, di grande densità sapida, preannunciato da sentori generosi e mediterranei, dalle olive verdi alla maggiorana alla lavanda, con ampi riferimenti di frutta a pasta gialla, come l’albicocca, non di rado tropicali, ananas e mango, e accenni attinenti alla dolcezza del miele d’acacia (riferimento ricorrente anche nelle descrizioni più antiche).

La vinificazione della nascetta, dai primi passi negli anni Novanta a oggi, ha dimostrato il potenziale qualitativo del vitigno, affrontando diversi approcci che devono fare i conti da un lato con la necessità di preservarne l’acidità, di cui non è particolarmente dotata, dall’altro con la ricchezza terpenica dei profumi e il loro potenziale di evoluzione. Il panorama attuale annovera diverse interpretazioni, da quelle che tendono a esaltarne l’impronta varietale a quelle impostate verso l’evoluzione. Il tutto si riflette in differenti scelte in cantina: macerazione pellicolare, criomacerazione da uno a più giorni, stabulazione a freddo per preservare più stabili contenuti acidi, malolattiche fatte o evitate, bâtonnage, sosta sulle fecce fini, legno o acciaio. I produttori non si accontentano di una denominazione che garantisca la specificità territoriale, e auspicano la menzione di vigne e cru storici per la Nascetta – recente è la menzione del vigneto Pasinot, vera culla del vitigno – e un’ulteriore attestazione di unicità con un progetto di selezione di lieviti locali, estratti da tutte le vigne di nascetta del territorio.

Vitae 31
Vitae 31
Dicembre 2021
In questo numero: Nuovo spazio all’Associazione di Antonello Maietta; Cahors de Cahors di Roberto Bellini; L’ardore del lardo di Morello Pecchioli; Vicini di Clos di Fabio Rizzari; Le vie del cesanese di Massimo Castellani; Gemma bianca spoletina di Gianluca Grimani; Astro nascetta di Andrea Dani; Insostenibile leggerezza di Valerio M. Visintin; La grappa vola alto di Marco Visentin; Fire’s beer di Riccardo Antonelli; L’EVOluzione del ristorante di Luigi Caricato; Fumate dall’Honduras di Maria Rosaria Romano; Pas dosé - La sala risalirà di AIS Staff Writer.