soffio bianco di Corsica
Roberto Bellini

Da Livorno a Bastia sono necessarie quattro ore e mezzo di traghetto. Giunti in porto, il mar Tirreno parla un’altra lingua: non il francese, è la lingua còrsa, assimilabile a tanti dialetti d’Italia, uno straordinario concentrato di espressioni dialettalmente italiane, diverse tra il nord e il sud dell’isola (qui sono evidenti similitudini con il sassarese-gallurese). Qualcuno ha definito questa realtà linguistica un “mondo italo-romanzo”.


Che sia così anche per il vino? Se leggiamo la sua storia, è impossibile non trovare nella viticoltura della Corsica qualcosa che non rimandi all’Italia. A parte i greci, che introdussero la viticoltura, e i romani che la svilupparono, passarono gli etruschi, i siracusani, poi i pisani (che cacciarono i saraceni), e ancora i genovesi che buttarono a mare i pisani, e a loro volta ne subirono e ne fecero di cotte e di crude, mercanteggiandone la proprietà tra banche, ducati e potenti famiglie genovesi. Due epoche significative per il vino furono quelle pisane e genovesi: ai primi si può assegnare il merito di aver dato il via al concetto di cru; i genovesi invece impressero la vera spinta vitivinicola, emanando nel 1572 un decreto che obbligava ogni famiglia a piantare quattro viti. I francesi, che acquisirono l’isola nel 1758, dettero impulso al comparto, ma con un indirizzo poco rispettoso dell’ecosistema viticolo locale, che custodiva un patrimonio ampelografico molto particolare. D’altronde, affermavano gli indipendentisti, la Francia ha sempre trattato la Corsica come un tappeto, da spolverare ogni tanto, ma sempre tappeto restava. Questo è accaduto anche con la viticoltura e con la filosofia enologica basata sulla quantità.


Al di della crisi d’inizio Novecento, che non fu esclusiva dell’isola, e qui fece perdere oltre il 40% dei vigneti, negli anni ’30 l’enologia si convertì alla produzione di mosti muti per vin de liqueur. Il tempo sembrò scorrere di disgrazia in disgrazia, tanto che a partire dal 1960, con il rientro dei còrsi che si erano stabiliti in Algeria e degli esuli francesi (pieds noirs), il governo centrale attuò una politica di sviluppo dell’agricoltura, viticoltura inclusa. I vignaioli autoctoni però non ebbero gli stessi aiuti di quelli “importati”, i quali incrementarono a dismisura la produzione di vino, valorizzando l’aspetto quantitativo, con impiego di vitigni come il carignan, il grenache, il cinsault e l’alicante bouchet. Così facendo, dal 70% di vitigni locali presenti nelle vigne nel 1960, nel 1968 ne restavano appena il 13%. La celebrata “nouvelle viticolture” si trasformò in “vin médicin pour le Continent”, racconta Patrick Fioramonti. E quando negli anni ’70 questi “vinoni da tavola” non servirono più (erano anche poco remunerati), il declino fu irreversibile, e gli ettari vitati scesero da 30.000 a 10.000. Curioso il dato sull’acquisto di zucchero, 50.000 quintali nel 1960, 170.000 nel 1971. Forse piaceva il caffè molto zuccherato?

Per rinascere bisognava prevedere una scelta qualitativa, non una viticoltura speculativa, quindi valorizzare i vitigni locali, rimodulare e ristrutturare i vigneti e le cantine, recuperare l’identità terreno-vitigno, per riallacciare il vino còrso a quella storicità che il cartografo Ignazio Danti aveva descritto così: “… et ses vins, generosissimi, que les princes tiennent en l’estime la plus haute”. La Corsica ha tutte le potenzialità per produrre vini fortemente caratterizzati, dall’unicità organolettica che li distanzia dalle vicine isole e dalle fasce costiere del continente. È una terra molto montagnosa: su 8.722 km2 di superficie sono venti le montagne oltre i 2000 metri di altezza, quasi lo stesso numero della Sicilia, che è grande il triplo. È l’isola delle mille vallate, ma le zone migliori per la vite non sono i pendii scoscesi prossimi alle montagne (il vigneto più alto è a 500 metri, al di sopra il clima è inospitale per la vite), bensì le colline, i pianalti e le pianure vicine al mare, dove clima di montagna e marino si fondono, generando una proporzionata mescolanza nell’escursione termica.

Nel complesso il clima è mediterraneo, con specificità in parte correlate alla latitudine, al mare e ai monti. Nelle aree costiere e in quelle appena nell’entroterra si concentra la maggior parte delle viti. La combinazione originata dalla brezza marina di giorno e da quelle di terra durante la notte, nell’insinuarsi tra vallate e sbocchi sulla costa, origina preziosi scrigni microclimatici in cui i vitigni si differenziano anche tra vigna e vigna. L’assenza di picchi nella temperatura, in alto e in basso, favorisce un allungamento del tempo di maturazione ed evita alle uve di scottarsi al calore del sole. Le estati sono calde e secche, e tra i venti, che soffiano anche per 347 giorni l’anno, come a Cape Corse, il libeccio è quello che disturba maggiormente. Le vigne hanno dunque bisogno di esser protette.


La disposizione degli areali vitati nell’isola può essere divisa in quattro ampi settori geologici, molto simili a quelli della Provenza. Nella parte orientale troviamo suoli argillosi e siliceo-argillosi, colline e piccoli altopiani formatisi con depositi alluvionali dell’era terziaria. Le vigne sono in grado di produrre vini mediamente strutturati, che si equilibrano con una certa velocità, evidenziando una personalità gustativa incline alla morbidezza e profumi orientati verso note floreali.

Sempre a est, nell’areale chiamato Corsica alpina, sono presenti suoli con diverse varietà di scisti abbinate a carbonato di calcio. Da Cap Corse l’area s’incunea internamente, con maggior presenza di scisti, scende ad Aleria e si spinge fino a Ghisonaccia, dove le colline e i pianori hanno suoli alluvionali con calcare, marne e sabbie. Dai vigneti di questa zona non è frequente ottenere vini ben strutturati e grintosi in tannino e/o acidità. A occidente, la cosiddetta Corsica antica ha suolo tutto granitico (ottimo per il vitigno sciaccarello) mescolato con argilla; si trovano calcio e potassio, e ci sono sprazzi interessanti di silice. I vini non mostrano colori concentrati, ma hanno carattere, abbondano nei profumi, e nell’evoluzione spuntano tracce olfattive di pietra focaia e una sapidità che richiama il sale di roccia.

A nord-ovest il suolo ricorda la Toscana, la placca è calcarea (Patrimonio), con scisti e granito. Qui i vini acquistano struttura e alcol, con profumi fruttati e floreali: vegeta ottimamente il nielluccio. L’amalgama tra la composizione del suolo e del sottosuolo, combinato con infinite microvariabilità climatiche, dà vita a piccoli terroir, dove un vitigno a pochi metri di distanza può produrre un vino di qualità discreta e uno sorprendentemente superbo.

I vitigni che popolano la Corsica sono numerosi, se rapportati alla superficie di territorio disponibile (0,66% dell’estensione dell’isola, cioè 5800 ettari). Se ne contano trenta e gli isolani li considerano tutti autoctoni, lasciando fuori lista quelli importati, peraltro molto limitati nella presenza.

 
Il vitigno più diffuso è il niellucciu, le cui affinità con il sangiovese sono così strette che potremmo provocatoriamente rovesciare l’affermazione: il sangiovese ha stretta affinità con il niellucciu. In seconda posizione si posiziona il vermentinu, detto anche malvoisie de Corse; poi lo sciaccarellu, l’aleatico, il biancu gentile e il barbarossa, a bacca rosa a dispetto del nome.


La produzione del vino è fortemente caratterizzata dall’impiego dei vitigni a bacca nera, con elaborazione di rossi e rosati; la versione in bianco è limitata, ma presenta gemme enologiche molto interessanti, in particolar modo con il vermentino, confrontabile con i cugini liguri, toscani e provenzali. Particolari sono anche i vini bianchi da vitigni locali, che oltre ad accompagnarsi al vermentino – si pensi al biancu gentile, al muscatu, al genovese – creano curiose cuvée con altri autoctoni, come malvasia, brustiano, rossola bianca o rossola brandica, riminese, carcajolu biancu, pagadebbitu e biancone.


Il vermentino fu introdotto nell’isola verso il 1300 e si appropriò immediatamente di una distinzione: vermentinu nella parte sud, mentre a nord prese il nome di malvasia o malvoisie de Corse. L’habitat còrso crea al vermentinu le condizioni per produrre vini spiccatamente floreali, con riconoscimenti di acacia, biancospino, rosa canina, ginestra e mimosa; il fruttato può caratterizzarsi nelle espressioni di mela, melone, banana, mandorla fresca; rispetto al vermentino della costa ligure e toscana non ha quell’icastica presenza vegetale, di erbe mediterranee. Il potenziale evolutivo non è più lungo di quello del vino del continente, salvo le annate eccezionali, ma è molto attraente la trasformazione varietale dei profumi, perché l’affievolimento del floreale trova sostituti nelle nuance dell’anice, dell’aneto, del finocchietto selvatico, recuperando quel tratto olfattivo d’erbe aromatiche che non emerge nella prima fase evolutiva.


Dopo tre o quattro anni offre anche lievissime note di pietra focaia, petrolio, espressioni terpeniche e rimandi al silex. La struttura non evidenzia un corpo robusto, oscilla dal medio-corpo al di corpo pieno, con fusione frescosapida (leggera prevalenza in sapidità) e un proporzionato apporto alcolico che aiuta il volume liquido del vino a modularsi anche nella morbidezza. I còrsi lo vorrebbero emblema enoico della mediterraneità insulare.

Talvolta al vermentinu si associa il biancu gentile, che richiama il savagnin, anche se la coltivazione è sporadica, perché si trova più a suo agio in un clima più fresco, pur risiedendo nell’isola fin dall’Ottocento. Il biancu gentile ha un profilo odoroso segnatamente fruttato, di agrume e frutto della passione, che sfuma nel litchi e nell’albicocca; la struttura gusto-olfattiva si edifica sulla nota alcolica e sulla componente acida, con una rotondità equilibratamente gradevole e sfiziosamente sapida. Per i vigneron còrsi è l’ideale coadiuvante qualitativo del vermentinu. Molto interessante, seppur poco coltivato, è il riminese, niente a che vedere con Rimini in Romagna. Si coltiva a Figari, Porto Vecchio, Nebbio e nella regione di Balagne. Il bagaglio olfattivo abbraccia la sfera floreale e quella fruttata, moderatamente esaltante in complessità; una rimarchevole acidità riesce a imprimere una scossa vibrante che ravviva il gusto. Un po’ di legno lo aiuta a costruire una veste organolettica più complessa.
Il nome del genovese (ghjenuvese) rimanda direttamente alla bianchetta genovese. Alcuni ettari si trovano a Balagne e Cape Corse, ma anche nei dintorni di Bastia e a macchia di leopardo lungo la costa orientale. Non brilla per eleganza, ha un fruttato un po’ indistinto, mentre al gusto la parte alcolica incide con una certa prepotenza e standardizza l’espressività.
Il pagadebbitu ha un alone di misteriosità ampelografica. Per i còrsi non è apparentabile al vitigno coltivato in Romagna, piuttosto al biancone di Portoferraio. In passato era diffusissimo, oggi ne restano alcuni ettari a Figari, Sartène, Porto Vecchio e sulla costa orientale. Al profumo spicca la sua fragranza floreale (acacia, biancospino, caprifoglio) che sprigiona una discreta finezza, ma non tale da comporre una qualità da memorizzare; anche al gusto, pur presentando una freschezza energica, ha un finale di bocca alquanto neutro e spesso sfuma in una scia di mandorla amara. La rossola bianca o brandica è un vitigno interessantissimo, purtroppo poco diffuso. È finemente profumato nelle note fruttate degli agrumi (pompia e cedro) e dei fiori bianchi (narciso, acacia, mughetto), capace di combinare una struttura acida piena di vivacità ai flavour della frutta fresca (mela verde, pesca di vigna, susina), mai disarmonico nell’equilibrio gusto-olfattivo; lascia spazio alla finezza del floreale in chiusura.

Nelle cuvée si impiega anche il brustiano (brustianu), che certo non eccelle in nobiltà; possiede gradevolissime espressioni fruttate (mela e pesca) e floreali (soprattutto rosa selvatica), che in gioventù sprigionano fragranza, ma al gusto tentenna un po’: spesso è troppo poco fresco, tanto da dare un’impressione di pesantezza ed eccessiva morbidezza. Il biancone non ha niente a che vedere con tutti gli altri biancone: è stato riconosciuto nel 1949 e attualmente è presente nella regione di Balagne. Nel complesso ha un medio interesse qualitativo, al profumo e al gusto, adatto come attore comprimario se impiegato con altri vitigni, a cui apporta poco, ma non sottrae alcunché.

Il panorama ampelografico della Corsica è suggestivo e invita alla scoperta, sia per confrontare il vermentino, sia per familiarizzare con vitigni alquanto sconosciuti. Gli stili di vinificazione utilizzati sono molteplici: c’è chi usa solo acciaio, chi si avvale delle barrique nuove e del bâtonnage, altri miscelano acciaio e legno, qualcuno s’è avventurato nella macerazione in anfora e alcuni resistono, o meglio insistono, con il cemento (e non è un male). Un aspetto che accomuna tutti è la sosta sulle fecce fini prima dell’imbottigliamento.

Il primo Vermentino è del Domaine Comte Perald. I vigneti sono adagiati sulle alture di Ajaccio. Il suolo granitico, con arenaria, dovrebbe assicurare la finezza e un’intensità olfattiva incline a facilitare una distinguibile personalizzazione dei suoi classici profumi. Ajaccio Aop Cuvée Clémence 2018 - 13,5% vol. - vermentino 100% Fermenta in barrique borgognone nuove, a cui segue una maturazione di 9 mesi, sempre in barrique. Il paglierino ha assorbito accenti giallo dorato. Il naso è inizialmente distratto dai sentori tostati del legno (un po’ di cocco); dopo qualche minuto, a temperatura rialzata, sbocciano profumi di fiori di tiglio e ginestra, e di pompia. Al palato è molto più espressivo; freschezza e sapidità si abbracciano voluttuosamente, creando una ricchezza gustativa di medio-corpo, ma con una persistenza lunga, ricamata da sprazzi di alghe marine e salsedine.


Il secondo Vermentino è espressione enologica del Domaine Fiumicicoli, e i vigneti si estendono nella parte sud-ovest dell’isola, tra Sartène e Propriano. Il terreno è dominato dal granito e deve il nome al piccolo fiume che lambisce i vigneti. Corse Sartène Aoc Cuvée Vassilia 2019 - 13% vol. - vermentino 100% Svolge la fermentazione in barrique nuove; segue una maturazione, con bâtonnage, per 8 mesi. Ha colore paglierino-dorato molto luminoso. All’olfatto coniuga in modo ottimale la personalità del varietal e l’uso del legno; le classiche note di mimosa, camomilla ed erbe aromatiche si miscelano con il cocco, la vaniglia e la crema pasticciera. Al gusto ha sapidità “grassa”, giustamente rinfrescata dall’acidità, per chiudere con un finale ammorbidente al paté di mango e papaia.

Il Domaine de Tanella è ancora più a sud, a Figari. Qui il vermentino incontra arenaria, argilla, granito e ciottoli. La brezza del mare, che dista soli tre chilometri, assicura un effetto rinfrescante e sanificante. Corse Figari Aoc Cuvée Alexandra 2020 - 13% vol. - vermentino 100% Fermenta in cemento a temperatura controllata per 18 giorni, poi sosta in acciaio per 4 mesi. Il giallo paglierino si accende di verdolino, mentre il profumo esprime una disarmante semplicità: caramella al limone, cedro, pesca, mimosa e lieve suggestione di rosa canina. L’azienda ha interpretato il vermentino per destinarlo a una beva gioiosa, estiva, d’impatto giovanile; infatti, ha gusto moderatamente fresco e sapido, una persistenza media e un finale di bocca pulito, ma un po’ “artificiale”.

Nella parte sud-est dell’isola, sopra Porto Vecchio, in località Lecci, il Domaine de Torraccia coltiva il vermentino su suolo di arenaria e granito. Corse Porto Vecchio Aoc Oriu 2019 - 13,5% - vermentino 100% La fermentazione è svolta in acciaio e così anche la maturazione con bâtonnage, che si allunga per 6 mesi. Paglierino al colore, ha un’anima olfattiva pura, classica, intensamente agrumata (limone), sottilmente vegetale (erbe aromatiche: aneto e anice), mandorla e pepe bianco. La freschezza e la sapidità confluiscono in una liquidità sottile e delicata, e giocano a equilibrarsi con la morbidezza, edificando un finale lungamente salino e balsamico. Di classe.

Yves Leccia si trova a Bastia, nell’alta Corsica, di fronte all’isola d’Elba, in una conca circondata da alture in località Poggio d’Oletta. Il Vermentino è ottenuto da uve raccolte in un solo vigneto, E Croce, che dà il nome al vino, su terreno argilloso-calcareo con stratificazioni scistose. È interpretato senza l’impiego del legno.
Patrimonio Aoc E Croce 2019 - 13,5% vol. - vermentino 100%
Dopo la chiarificazione a freddo del mosto per 24 ore, fermenta in acciaio, non svolge la malolattica e sosta per 6 mesi in vasche d’acciaio. Paglierino vivacissimo. Tutto varietal al profumo: cedro, mandorla bianca, finocchietto selvatico, ginestra e fine salmastro. Il vino accarezza il palato con una glicerica tattilità che gioca a insaporirsi con un po’ di salinità e adeguata acidità. Il finale di bocca dà la sponda a un gradevole flavour aromatico che miscela il balsamico con il cedro e un colpo di fioretto alla liquirizia e pepe bianco.

Ancora a nord, questa volta nella parte occidentale, nell’entroterra di Calvi, si trova il Domaine Alzipratu. Le vigne alloggiano ai piedi del monte Grossu (1937 m), su terreno prevalentemente granitico, in una posizione che subisce favorevolmente l’influsso del mare, a otto chilometri, e della montagna.
Corse Calvi Aoc Pumonte 2012 - 13,5% vol. - vermentino 100%
Fermentazione di tre settimane con bâtonnage; i contenitori utilizzati sono di vario materiale, dal cemento all’acciaio, da legno alle anfore di terracotta, ma per questa 2012 non ci sono riferimenti. Ha colore giallo oro, con orlo giallo limone (è un 2012 davvero!), che anticipa un bouquet sorprendente: mango, papaia, gelsomino, ginestra, cherosene, polvere calcarea, ginepro e balsamica garrigue. Sorso sontuosamente vellutato, provvisto di sapidità strategica per costruire una pienezza di gusto con il concorso di una freschezza ancora energica; armonizza un perfetto equilibrio e un lungo finale arricchito da suggestioni marine: salmastro, iodio e uva di mare.


Una versione in anfora del Vermentino è prodotta da Clos Canereccia, con vigneti nella parte occidentale dell’isola, vicino ad Aleria, su suolo di argilloso-calcareo.
Vin de France Amphore Vermentinu Blanc 2018 - 13,5% vol. - vermentino 100%
Dopo un raffreddamento per 24 ore, le uve sono sgranellate manualmente; a seguire, macerazione pellicolare in anfora per 25 giorni, poi ancora anfora per 5 mesi favorendo la fermentazione malolattica. Un’interpretazione estrema del Vermentino. Alla vista si accende un oro rosa con screziature color buccia d’arancia secca. La complessità olfattiva è ampia e variegata: confettura di nespole, sorba, cera d’api, scorza di arancia candita, erica secca, odore di pineta e di canfora, cardamomo e un soffio salmastro. Ricco di sapidità, ha una leggera astringenza che favorisce una moderata vibrazione in freschezza; il finale si lascia ammaliare da una scia glicerica e chiude con un ritorno delicatamente agrumato e un persistente flavour di rabarbaro.

Oltre che in purezza, il vermentino è impiegato insieme ad altri vitigni, soprattutto autoctoni. Un esempio è offerto sempre dal Clos Canereccia.
Vin de France Cuvée Sophie Blanc s.a. - 13,5% vol. - biancu gentile, genovese e vermentino in parti uguali
La vinificazione prevede una fermentazione con macerazione a contatto con le bucce per un terzo, in botti; anche la maturazione avviene in legno. La veste è paglierino con nuance oro. Al naso l’excursus vegetale ammalia con note di pino, di pigna e di timo, seguite da narciso, elicriso e una nuvola di polvere di sale. Il gusto è premiato da una sostanza liquidamente salina, un’acidità al gusto di cedro fusa in un’equilibrata struttura con l’aiuto della morbidezza; chiude con un lungo finale dai toni balsamici e iodati. 

Christian Zuria, del Domaine Zuria, possiede vigne sull’altopiano calcareo di Bonifacio, di fronte a Santa Teresa di Gallura.
Ile de Beauté Igp DZ 2019 - 13,5% vol. - vermentino 60%, biancu gentile 30%, genovese 10%
Tutta la vinificazione si svolge in acciaio. Il vino ha un delicato colore giallo paglierino. Il profumo è timido, con appena accennati sentori di ginestra e gelsomino, cedro, mango e papaia. Il palato è accarezzato da una struttura delicata, in cui coabitano sia freschezza sia sapidità, un po’ soggiogate dall’alcol; la persistenza fatica ad allungarsi e il finale è di mandorla bianca. Non è al meglio.

Il Domaine Casa Guelfucci si trova nel centro della Corsica, a Corte e ha vigne su terreno alluvionale con scisti, solidamente strutturato in una miscela di granito e arenaria.
Vin de France Maria Antonia 2018 - 13% vol. - vermentino 60%, biancu gentile 30%, moscato 10%
Giallo paglierino vivido, esprime un impatto minerale di carburo, calce, poi ginestra e camomilla, paglia e leggero iodio. Ha una paritaria intensità in freschezza e sapidità, ben equilibrata dall’alcol, per un finale lungo ma non del tutto convincente nel ventaglio aromatico, chiuso tra un’ariosità marittima, come di pineta, e una sfumata nota di girasole.

Jean-Charles Abbatucci del Domaine Comte Abbatucci, nella parte sud-ovest dell’isola, coltiva le sue vigne in regime biodinamico a Casalabriva.
Vin de France Cuvée Général de la Révolution 2017 - 14% vol. - vermentino, carcajolu biancu, pagadebbitu, riminese, rossola brandica, biancone
La fermentazione avviene in acciaio e la maturazione in vecchie botti (demi-muid) da 600 litri. Il luccicante dorato alza il sipario su profumate note di acacia, mimosa e biancospino; la parte di agrumi (pompelmo rosa e cedro) si miscela con susina gialla, pesca e alchechengi, e lascia un angolo di complessità a una rinfrescante verbena. Al palato la combinazione fresco-sapida è ottimale, così come appare proporzionato l’apporto dell’alcol per definire un equilibrio gustativo frutto del geniale mix dei varietal; lunga e stuzzicante la persistenza, ricca di ritorni di erbe aromatiche e crema di mandorla.


La Corsica ha una ricca dote di vitigni locali, che la loro lingua caratterizza con speciale riconoscibilità. Non c’è una grande tradizione di vinificarli in versione monovitigno, forse perché la coltivazione è limitata, ma per nulla limitata è la gradevolezza che riescono a esprimere quando sono assemblati. Bernard Renucci ha vigneti nell’entroterra tra Calvi e Isola Rossa, nella parte nord-ovest dell’isola. I terreni sono argilloso-sabbiosi con base granitica.
Vin de France Blanc Pitraïa 2018 - 13% vol. - malvasia 70%, biancu gentile 30%
Vinificato in legno, vi matura per 12 mesi, e per circa 60 giorni resta a contatto con le fecce fini. Color oro; all’inizio ha difficoltà a offrirsi, poi in successione elargisce note di iris bianco, mughetto e acacia, ben rinfrescate da nuance mentolate e da pesca gialla e pera cotogna. Spicca nella freschezza, si arricchisce in pienezza gustativa per sapidità e morbidezza e abbandona il palato con una gradevolissima scia di limone e menta fresca: un duetto ampelografico ben riuscito.

Infine, di nuovo, il Domaine Comte Abbatucci di Casalabriva.
Vin de France Diplomate d’Empire 2017 - 14% vol. - brustiano, biancu gentile, genovese, rossola bianca (tutti da ceppi di sessant’anni)
Vinificato in acciaio, matura poi in legno. A dispetto dell’età, un orlo verdolino fa da contorno a un acceso giallo paglierino. Complesso al naso, con sentori di mango e ananas, limone ed erbe aromatiche, salsedine e alghe marine. Il sorso è sottile, espresso in una sapidità che timbra una nota di mare; acidità e alcol si equilibrano e rilasciano una spinta di persistenza, anticipata da aromi di liquirizia, macchia mediterranea ed echi di cedro.

In chiusura, l’omaggio che Christian e Sophie Esthéve, del Clos Canereccia, dedicano al biancu gentile vinificandolo in purezza.
Vin de France Biancu Ghjentile 2018 - 13,5% vol. - biancu gentile 100%
Vinificato e maturato in acciaio per 2/3 e il resto in grandi botti di legno. Ha colore giallo paglierino con anello dorato. È intensamente agrumato (cedro e pompia), ariosamente floreale (ginestra e narciso), finemente balsamico (aghi di pino) e chiude con un tocco tropicale di cocco. Ha struttura sapida, poi si distende con rotondità e il finale si impreziosisce con un sussulto fresco e citrino, che nella lunga persistenza rilascia una chiusura di salinità iodata e pepe bianco; congeda con fiori di ginestra e magnolia. Una vera sorpresa.

Il viaggio organolettico nel bianco di Corsica ha evidenziato stili di Vermentino dall’anima più mediterranea e marina rispetto a quelli della terraferma d’Italia. Confrontati con quelli sardi, sembrano esprimere una trama meno ammiccante al profilo gusto-olfattivo: si potrebbe dire che è un Vermentino linguisticamente più dialettale. Invece, lo stacco è quasi abissale rispetto ai provenzali, così ricchi di garrigue da essersi “saintropetizzati”.

 
I vini ottenuti da più vitigni sono generalmente molto gradevoli, ma, eccetto due campioni, sembrano non competere ad armi pari con il Vermentino. Sorprendente è il Biancu Ghjentile, un’avventura degustativa.
La Corse est vivant! Vive la Corse.

Vitae 32
Vitae 32
Marzo 2022
In questo numero: Rifermento identitario di Massimo Zanichelli; Soffio bianco di Corsica di Roberto Bellini; Un sacco di patate di Morello Pecchioli; Energia pantesca di Fabio Rizzari; Brandy awareness di Antonio Furesi; Una carriera a tutto vapore di Emanuele Lavizzari; Generazioni di Villamagna di Antonello Maietta; Criticità gastronomiche di Valerio M. Visintin; La dimensione della macerazione di Francesca Zaccarelli; Goût d’Orval di Riccardo Antonelli; Le sfumature dell’olio di Luigi Caricato; Pas dosé - È tempo della variabilità di AIS Staff Writer.