brandy awareness
Antonio Furesi

Surclassata dalle mode e dal richiamo evocativo di altri spirits, la notorietà del brandy italiano negli ultimi decenni si è progressivamente offuscata. Oggi il rilancio identitario passa dalle orgogliose eccellenze dei distillatori artigianali.

Dai celebri brandy del passato alla produzione artigianale odierna, qual è l’evoluzione del brandy italiano? Quando parliamo di distillati in Italia, è facile che il pensiero vada alla grappa; qualcuno mentalmente indugia sul rinnovato e modaiolo gin italiano, ma in questo articolo l’attenzione è posta sul brandy, la storica acquavite di vino dalle solide radici nel nostro Paese, ma con sorti piuttosto altalenanti.


Procediamo con ordine. In principio era il brandewijn (vino bruciato), nome olandese dell’acquavite invecchiata ottenuta dal vino, brandwine nella versione inglese, per arrivare all’odierno “brandy”. Testimonianze letterarie di questa etimologia si trovano nella pièce teatrale dello scrittore secentesco John Fletcher: “Come, come let’s drink then more Brand Wine”, e nella raccolta Roxburghe Ballads: “It is more fine than brandewine”.


La storia del brandy è legata all’antichissimo sviluppo della distillazione, connessa a sua volta alla cultura mediorientale e all’alchimia; non a caso la parola “alambicco” è correlata all’arabo “al- ambiq”. Gli scritti attribuiti allo studioso e alchimista Jābir ibn Ḥayyān e al filosofo e scienziato Al-Kindī (vissuti nel IX secolo) attestano quanto il mondo mediorientale abbia contribuito alla crescita di questa filosofia produttiva che, fin dall’Alto Medioevo, si è diffusa in tutto l’Occidente per ottenere l’aqua ardens, considerata una sorta di salvavita contro tutte le malattie.

L’espansione araba nel Sud Europa ha favorito la penetrazione dell’ars distillandi nella penisola iberica e in quella italiana, passando, nel nostro Paese, per le pratiche alchimistiche della Scuola Salernitana. In questa famosa sede Arnaldo da Villanova e Raimondo Lull, alchimisti del XIII secolo, studiando i benefici apportati alla medicina dai distillati, ribattezzarono la “quintessenza” alcolica aqua vitae (acqua di vita).


Per trovare testimonianze sull’uso dei distillati come bevande, pertanto anche del brandy, al di fuori degli studi prettamente medici e alchemici, si devono attendere il XIV e il XV secolo, quando le grandi potenze commerciali del Nord Europa - Regno Unito e Olanda su tutte - contribuirono alla diffusione delle acquaviti, inizialmente per fortificare i vini destinati ai viaggi per mare, poi per l’uso diretto, dopo una lunga sosta nelle botti. Fu così che la Charente, in Francia, in posizione strategica per questi movimenti commerciali, diventò la sede di una delle più grandi e famose produzioni di acquaviti di vino, il Cognac.


L’Italia, in grado di offrire una raffinatissima materia prima, non fu da meno, benché la storia della distillazione del vino nella nostra Penisola si debba soprattutto ad alcuni famosi imprenditori d’Oltralpe. In Sicilia, fra la metà del XVIII secolo e l’inizio del XIX, i britannici John Woodhouse e Benjamin Ingham avviarono a Marsala la produzione dello storico vino di Marsala, fortificandolo con distillati di vino prodotti in proprio. È invece il francese Jean Bouton ad aprire nel 1820 a Bologna una distilleria per la produzione di brandy, forte di una florida coltivazione di trebbiano (il francese ugny blanc del Cognac) e con un bagaglio tecnico e culturale ereditato dalla famiglia di distillatori della Charente. Il successo fu immediato, culminato nella Grande Esposizione Universale di Parigi del 1900 e con la creazione dello storico marchio Vecchia Romagna nel 1939. Altri noti produttori francesi, come i fratelli Landy e René Briand, seguirono le orme di Bouton nella produzione di questo distillato. Nello stesso periodo, si misero in evidenza alcuni impresari italiani, come Florio in Sicilia, Stock in Friuli-Venezia Giulia, Ramazzotti e Branca a Milano, Carpené e Pilla in Veneto. Il “cognac” italiano, così chiamato fino al 1948, oggi brandy italiano, ha guadagnato a pieno titolo un blasone storico di tutto rispetto e ha conosciuto, soprattutto nell’era del boom economico, una notorietà internazionale, con ingenti volumi di mercato. Tuttavia, dalla fine degli anni ’70 il declino di questa nobile bevanda è stato progressivo e inesorabile. La perdita di appeal, tra alti e bassi, l’ha ridotta a un ruolo marginale nel panorama degli spirits, vivendo un po’ di luce riflessa dai grandi marchi storici che assunsero nel frattempo una connotazione prettamente industriale.

È innegabile che il gusto dei consumatori negli ultimi decenni si sia orientato verso altri distillati di maggior richiamo; si pensi ad esempio al whisky, al rum e ad altre acquaviti chiare e giovani (fra tutti vodka e gin), anche grazie a un rinato impulso nel mondo della miscelazione. Tra il 2010 e il 2020 la produzione complessiva italiana di acquaviti di vino è passata da 125.000 a 2800 ettanidri (fonte AssoDistil). Il brandy italiano in questo contesto non ha retto alle nuove mode, poco sorretto da un sistema legislativo che ne tutelasse l’identità e ne promuovesse i requisiti di qualità; solo nel nuovo millennio le norme comunitarie e nazionali hanno meglio delineato la specifica indicazione geografica per la produzione di questo storico distillato.


La normativa per il brandy stabilisce che deve essere un distillato di vino prodotto in Italia da uve coltivate in Italia. Può essere immesso al consumo con un grado alcolico non inferiore a 38% vol. e un invecchiamento in botte di legno di quercia, sotto controllo fiscale, di almeno un anno, ridotto a sei mesi se si tratta di botte con capacità inferiore ai 10 ettolitri. È consentita l’aggiunta sia di zucchero, massimo 20 grammi per litro, sia di caramello entro i limiti normativi. Contrariamente a quanto avviene in Francia, non è disciplinata un’indicazione territoriale di produzione, e neppure un metodo specifico di distillazione, che può essere discontinuo o continuo con alambicco a colonna. Inoltre, i tempi minimi di invecchiamento, al confronto con le blasonate acquaviti francesi, sono decisamente brevi.


Le maglie di questa regolamentazione si rivelano poco efficaci per una produzione di eccellenza e danno luogo a scelte commerciali molto differenti tra loro. Le maison che hanno fatto la storia del brandy italiano, per quanto in alcuni casi vittime di profonde revisioni aziendali e cambi di proprietà, continuano a interpretare un ruolo di attori della scena commerciale a trazione prettamente industriale, grazie a una massiccia presenza nella grande distribuzione. Si parla ad esempio del gruppo Montenegro, oggi titolare della Vecchia Romagna, della Stock, della Branca, della Carpenè, per citare una buona fetta del venduto nazionale del brandy. Alcuni di questi mantengono a catalogo anche versioni premium e riserve destinate a canali diversi dalla Gdo.

Nel panorama della viticoltura veneta una delle rappresentanti di queste antiche tradizioni è la Carpenè-Malvolti; a partire da Antonio Carpenè, fondatore della casa e pioniere della spumantizzazione del Prosecco a Conegliano, che dal 1880 ha dato vita a una delle prime distillerie italiane di brandy. Oggi è giunta alla sua quinta generazione e, nell’ambito di una produzione spumantistica che si attesta su circa 6.000.000 di bottiglie, circa il 5% è rappresentato da acquaviti, come grappe e brandy. Nell’assortimento dei distillati di vino, oltre a una Riserva 7 anni, dedicata alla Gdo, sono presenti tre brandy, per i canali Horeca, di 9, 15 e 21 anni di invecchiamento. La filiera di produzione prevede la fase di distillazione presso una distilleria esterna alla proprietà, mentre l’affinamento, in botti di rovere di Slavonia e francese, è attuato all’interno dell’azienda.


Negli ultimi anni l’intraprendenza di molti distillatori artigianali ha tratto linfa vitale da un movimento di rilancio del distillato di vino italiano. Diversi produttori, nella speranza di invertire la rotta rispetto al recente passato, hanno valorizzato il legame con il proprio territorio nella produzione del brandy. Il vasto panorama vitivinicolo italiano è noto per la sua grande biodiversità e da questa preziosa risorsa il mondo della distillazione artigianale trae un significativo beneficio. Trebbiano, toscano, di Romagna o di Soave, glera, l’internazionale chardonnay e poi ancora il lagarino in Trentino, la schiava in Alto Adige e diversi altri, sono tutti vitigni entrati a far parte delle basi per la distillazione di acquaviti di interessante qualità. È vero che molte etichette di brandy italiani artigianali si inseriscono, a volte timidamente, in portafogli produttivi di aziende che fanno di altri spiriti, grappa soprattutto, i prodotti di punta; tuttavia, proprio queste aziende hanno acquisito il coraggio di proporre brandy italiano artigianale, portando al massimo grado il concetto di alto livello qualitativo. Con questa filosofia nella testa e nel cuore, quattro distillatori artigianali hanno pensato di fare squadra e di indirizzarsi verso una produzione di qualità, con regole ben definite. Partendo da un “manifesto” comune, hanno creato i presupposti per una sorta di disciplinare stringente dei canoni produttivi, ognuno nel rispetto dei vitigni tradizionali del territorio e dell’interpretazione aziendale.

Questo codice di autoregolamentazione parte dalla selezione accurata dell’uva, dove possibile rappresentativa dell’areale di produzione, per passare a un processo di fermentazione attento e controllato, scevro da qualsiasi aggiunta di anidride solforosa o altri composti. La distillazione del vino utilizza alambicchi che consentano una lenta e delicata estrazione degli aromi. Un adeguato invecchiamento garantisce il giusto equilibrio tra profumi, alcol e altri componenti gusto-olfattivi, nel rispetto delle scelte del singolo produttore, in genere per tempi decisamente più lunghi del minimo richiesto dal legislatore. Non è ammessa l’aggiunta di aromi naturali o artificiali o caramello e si evita qualsiasi manipolazione prima dell’imbottigliamento, salvo la necessaria filtrazione a temperatura ambiente.

Uno dei quattro è Guido Fini Zarri, distillatore di lunga esperienza e attuale depositario di quella ereditata dalla famiglia Zarri, che nella metà degli anni ’50 rilevò lo storico marchio Oro Pilla. L’odierna distilleria Villa Zarri, nell’omonima residenza di Castel Maggiore, a pochi passi da Bologna, produce diverse etichette di acquaviti e fra queste alcuni brandy molto curati. L’azienda fa uso di vini ottenuti principalmente da uve trebbiano romagnolo che garantiscono la giusta liaison territoriale. I metodi di distillazione si rifanno alla cultura francese, che Guido Fini Zarri ha assimilato nei suoi viaggi in Cognac, al punto da portare in Italia un originale alambicco charentais, ancor oggi cuore della produzione delle varie etichette. L’invecchiamento delle partite avviene in botti da 350 litri in rovere di Allier e Limousin per lungo tempo. Il catalogo annovera una decina di tipologie, tra cui alcuni millesimati e assemblaggi di differenti annate in cui, come nella pratica francese, il distillato più recente definisce “les comptes de vieillissement” in etichetta; si va da 10 anni fino a un massimo di 25 anni dell’acquavite più giovane.

In provincia di Vicenza, a Rosà, opera la distilleria di Vittorio Gianni Capovilla. Dal commercio di macchinari per l’enologia, Capovilla si converte alla passione per la distillazione a metà degli anni ’70, grazie a diverse esperienze in Germania e Austria in cui conosce le tipiche acquaviti di quelle zone. Decide di fondare la sua distilleria, formando un ricco catalogo con diverse materie prime, a partire da varietà di frutta coltivate in azienda secondo pratiche agricole biologiche. La produzione di grappe da selezionatissime vinacce si affianca quella di rum e brandy. Le classiche uve della Valpolicella costituiscono la base dell’acquavite di vino, distillata in modo discontinuo in piccoli alambicchi a bagnomaria; segue un lungo invecchiamento per almeno 10 anni in botti di rovere francese di capacità non superiore ai 350 litri.

Nella splendida Val di Cembra, in Trentino, due distillerie, insieme a Villa Zarri e a Capovilla, costituiscono il “quartetto” artefice del codice di autoregolamentazione. Pojer e Sandri, sul colle di Faedo, a un passo da San Michele all’Adige e dalla Val di Cembra, dall’uva ricava vino, grappa, brandy e perfino aceti selezionati. Mario Pojer e Fiorentino Sandri aprono la loro azienda nel 1975; ascoltando i racconti di Mario si percepiscono le tante esperienze e conoscenze acquisite nella preparazione delle proprie acquaviti, dalla selezione delle materie prime per arrivare ai fini distillati creati per soddisfare specifiche regole di qualità. La scelta delle uve si concentra sui vitigni lagarino e schiava, coltivati in azienda, particolarmente rappresentativi del territorio.


Le aggiunte esogene, come solfiti, enzimi, chiarificanti o altro, sono praticamente nulle, così che i vini, durante la fermentazione, non abbiano alcuna caratteristica che possa influenzare negativamente il prodotto finale. Si distilla con un impianto a bagnomaria modello Zadra, rivisitato dal 1993 grazie a inserimenti di particolari soluzioni tecniche. L’invecchiamento avviene per almeno 10 anni in barrique usate, provenienti da precedenti affinamenti di Chardonnay. Sono due le tipologie di brandy, rispettivamente di 10 e 30 anni, quest’ultimo ottenuto da un accurato blend di tre annate differenti.


A breve distanza, in località Faver, è situata la distilleria Pilzer. I fratelli Bruno, presidente dell’Istituto della Grappa del Trentino, e Ivano Pilzer dirigono l’azienda di famiglia nata nel 1957. Accanto alle grappe, la produzione prevede alcune acquaviti di frutta, d’uva e dal 2001 il brandy Historiae Portegnac (da Portegnago, sede della distilleria), fortemente voluto dal padre e realizzato dopo alcune esperienze in Francia nelle regioni dell’Armagnac e del Cognac. 


I vini base, da uve lagarino e in parte schiava, vinificata in bianco, seguono una sosta sulle fecce nobili sino al gennaio successivo alla vendemmia, prima di essere distillati in un alambicco a bagnomaria appositamente studiato. L’invecchiamento, in botti da 300 litri di differenti legni di rovere francese, segue la norma autoimposta dai quattro amici produttori: circa 13 anni.

A nord di Trento la Piana Rotaliana, nota per il Teroldego, ospita da centocinquant’anni la distilleria Bertagnolli: in prossimità di Mezzocorona, opera da sempre nel mondo della grappa, selezionando le vinacce del territorio. Celebre è il Grappino Bertagnolli, realizzato sin dalla fondazione dell’azienda da vinacce di Teroldego. Il Brandy dedicato al 150° Anniversario è ottenuto con vini da uve trentine distillati in impianto discontinuo con caldaia a vapore; l’invecchiamento è svolto in barrique francesi di secondo passaggio per minimo 8 anni.

Ci spostiamo nuovamente in Veneto per raccontare della Distilleria Bonaventura Maschio, sotto la guida di Italo Maschio, coadiuvato dai figli Andrea e Anna. Nata alla fine dell’Ottocento come distilleria ambulante lungo le rive del Brenta, grazie a Bonaventura agli inizi del secolo scorso assume una connotazione stabile e imprenditoriale. Oggi l’azienda ha allargato i confini produttivi, con un catalogo che comprende, oltre alle grappe, liquori, amari, rum, tequila, gin, ma soprattutto l’acquavite d’uva. Da circa vent’anni il brandy è presente con due etichette, in commercio con il nome Gentlemate – the Dandy Brandy: una è più tradizionale, ottenuta per buona parte da uve trebbiano, dopo distillazione delicata a bagnomaria e invecchiamento decennale in piccole botti usate di rovere francesi; l’altra mira a rompere gli schemi, a creare disruption, come dichiara Andrea Maschio, e per questo presenta forti distinzioni caratteriali. L’elemento di rottura più evidente è senz’altro l’aspetto; si tratta infatti di un brandy incolore, ottenuto da distillati di vino abbastanza giovani (1 anno di invecchiamento), trattati con carbone vegetale, e si rivolge a una fascia di consumatori più giovane e soprattutto al mondo della mixology.

Nel cuore della Franciacorta, culla del Metodo Classico tra i più rinomati in Italia, l’azienda Bellavista del gruppo Terra Moretti, nota per la produzione spumantistica, dedica una piccola produzione all’acquavite di vino nazionale. Il brandy nasce dalla tradizione vitivinicola del luogo e punta sul suo vitigno principe, lo chardonnay. La distillazione è affidata alla prestigiosa Villa Zarri, già descritta, mentre l’affinamento avviene all’interno della proprietà in barrique e tonneau di rovere francese per periodi variabili dai 14 ai 20 anni, arrivando a un blend finale che raccoglie otto annate differenti. Il nome in etichetta, Arzente, riporta alla memoria il Vate Gabriele D’Annunzio, che coniò questo vocabolo in un periodo storico in cui nella nostra Penisola non era consentito l’utilizzo delle parole Cognac o Brandy.

Il Piemonte, che unisce alla blasonata tradizione vitivinicola importanti esponenti della cultura della distillazione, ospita un’interessante distilleria nell’Astigiano in località Roccanivo a Casalotto di Mombaruzzo. La famiglia Berta, alla quarta generazione a partire dal 1947, data di fondazione della prima distilleria a Nizza Monferrato, mostra una predilezione per i distillati di vinacce e di uve, ma non mancano due acquaviti di vino di 20 e 25 anni. Per un profondo legame territoriale non posso non fare un cenno alla Sardegna, dove la cultura della distillazione ha un trascorso di diversi secoli e nell’immaginario collettivo riporta al tradizionale Filu ’e Ferru, distillato di vinacce locale. 


Era il 1890 quando il professor Nicolò Meloni, rinomato agronomo di Santu Lussurgiu, aprì una distilleria, creando il primo e unico “Cognac Sardegna”, che riscosse grande successo anche oltre i confini e portò grande lustro sino al 1904, data in cui la produzione cessò e la storica etichetta cadde nell’oblio. La tradizione del brandy è rinata grazie ad alcuni distillatori locali, come Carlo Pische, delle Distillerie Lussurgesi, che proprio nella terra di quel distillato primigenio produce da uve vermentino una limitatissima selezione di brandy invecchiato circa sette anni, dal nome De Monterra. Nell’Oristanese la distilleria Silvio Carta produce un brandy a partire dalla Vernaccia di Oristano Doc. L’invecchiamento è molto lungo, a partire da 6 anni in piccole botti di castagno ultracentenarie, per proseguire ulteriori 19 anni in botti più grandi.

Sono passati più di cinquant’anni da quando Gino Cervi pronunciava “Il brandy che crea un’atmosfera” al Carosello e questo nettare italiano era nel suo pieno splendore. Oggi, grazie soprattutto a molteplici produttori artigianali che vedono in questa acquavite nazionale un caposaldo culturale, è possibile degustare brandy di elevata qualità. Con l’aiuto di un disciplinare all’altezza dei requisiti di qualità necessari, possono riportarlo alla fama e alla diffusione dei cugini d’oltralpe.

Bonaventura Maschio Gentlemate Bianco

Cristallino, dalla luminosità argentea. Timbro olfattivo sottile e delicato, dall’incipit lievemente vinoso, che sprigiona una fine sequenza di pera, uvetta e sfumature floreali, accompagnate da accenni pepati. In bocca il calore alcolico si fonde con freschezze fruttate di ciliegia e morbidezze appena vanigliate che sorreggono una buona persistenza aromatica. Interessante liscio o in un originale impiego nella miscelazione.
Invecchiamento 1 anno - 41% vol.


Bonaventura Maschio Gentlemate Ambrato

Dorato intenso, vivace e venato da riflessi topazio. Narrazione olfattiva sul filo di eleganti profumi esotici di ananas e banana, uniti a inflessioni di pasticceria, frutta secca e spezie, su uno sfondo boisé. Si rivela ampio, rotondo, dalle consistenti sensazioni di agrume candito, vaniglia e un lungo richiamo alle trame olfattive, per un’appagante e fine persistenza.
Invecchiamento 10 anni - 42,9% vol.

Carpenè-Malvolti Brandy 1868 Riserva 9ys

Ambrato intenso con lampi dorati sull’orlo. Profumi dolci, suadenti, con richiami al miele e alla vaniglia. Una lenta olfazione scopre sentori di dattero, noisette e cioccolato. Rotondo al palato, con una leggera astringenza, sviluppa un sottile calore alcolico che accompagna piacevoli aromi di bocca dai richiami di frutta secca e spezie; congedo asciutto di buona lunghezza.
Invecchiamento minimo 9 anni - 40% vol.


Pojer e Sandri Acquavite Divino

Veste dai luminosi cromatismi dorati e inflessioni ambra. Un fine fruttato di mela cotogna e albicocca disidratata crea l’esordio olfattivo, screziato da venature di frutta secca, uvetta e pasticceria inglese. Caldo e morbido in bocca, evolve in un gradevole timbro speziato, arricchito da aromi di amaretto, uva passa e cacao, in una chiusura secca e persistente.
Invecchiamento minimo 10 anni - 45% vol.

Pilzer Brandy Historiae Portegnac 13

Tessitura oro antico che vira all’ambra; bouquet di ampio respiro che porta con sé accenti esotici, di dattero insieme ad albicocca e cedro canditi. Nell’incedere dei sentori, si aprono ventate terziarie di vaniglia e tabacco dolce. Una composta alcolicità ammanta il palato, sorretta da morbidezza e toni asciutti di spezie e agrumi che donano persistenza e piacevolezza al sorso.
Invecchiamento 13 anni - 43% vol.


Bellavista Arzente di Bellavista 14

Ambrato intenso, lucente. Partitura olfattiva declinata su variegate percezioni di frutta a polpa bianca, prugna, arricchite da sottili fragranze floreali di ginestra e fresia, che si dipanano su uno sfondo di nocciola e cacao. Gusto morbido, giustamente alcolico e di ricca struttura, dai toni canditi e speziati, preludio di un’ottima chiusura giocata su richiami leggermente boisé e di tabacco dolce.
Invecchiamento minimo 14 anni - 40% vol.

Villa Zarri Brandy Assemblaggio tradizionale 10 anni

Luminosissima veste topazio intarsiata di riflessi dorati. Corredo odoroso fresco, con ricami di uva sultanina, cedro candito, vaniglia, cannella e frutta secca. Fine al palato, incede su una trama di canditi dolci e una speziatura che caratterizzano il lungo ed elegante finale.
Invecchiamento minimo 10 anni - 44% vol.


Villa Zarri Brandy 18 anni affinato in barrique di Marsala Florio

Ambrato intenso vivace dalle inflessioni ramate. Intenso e di spiccata complessità al naso, articola nuance floreali di rosa, miele, datteri, pasticceria, smalto e spezie dolci, per chiudere su un timbro di tabacco e cacao. Attacco gustativo alcolico e leggermente piccante, poi ampio e avvolgente, dai lunghi richiami di vaniglia, cioccolato e spezie.
Invecchiamento 18 anni - 49% vol.

Villa Zarri Brandy 25 anni Anniversario

Ambrato profondo ed elegante con orlature topazio. Ampiezza e finezza costituiscono la cifra stilistica di questo brandy, in cui spiccano sentori di uvetta sotto spirito, noisette, miele millefiori. Indugiando sul calice emergono note terziarie di tabacco inglese, cuoio, cera d’api e cacao. L’avvolgenza e una dosata alcolicità arricchiscono un sorso che lascia al palato aromi di spezie dolci e frutta secca molto persistenti.
Invecchiamento minimo 25 anni - 45% vol.


Bertagnolli Acquavite di vino 1998

Brillante color topazio. Ampio bouquet, declinato su un esordio fruttato esotico dalle inflessioni candite, arricchito da sentori floreali, legno dolce, frutta secca, uvetta e datteri, su un sottofondo balsamico mentolato e di spezie. Al palato regala una piacevole avvolgenza, con alcol ben dosato che veicola eleganti aromi di cannella, cacao e tabacco, in un lungo finale gradevolmente boisé.
Invecchiamento minimo 8 anni - 44% vol.

Capovilla Acquavite di vino 2007

Trama cromatica oro antico, che indulge all’ambra, brillante. Una sottile trama eterea accompagna profumi di miele d’acacia, albicocca disidratata, pot-pourri di fiori, frutta secca, su uno sfondo balsamico e speziato. Intensità e pienezza avvolgono il palato in un sorso dalla vivida aromaticità, che prelude a una chiusura lunga e ricca di richiami terziari.
Invecchiamento min. 10 anni - millesimo 2007 - 42% vol.


Capovilla Acquavite di vino 1998

Prezioso ramato-ambrato luminoso. Ventaglio olfattivo ampio ed elegante che lascia emergere un ricco intreccio di sentori fruttati evoluti: uva sultanina, fichi secchi, agrumi canditi. Nell’incedere offre sensazioni di pasticceria, cera d’api e una chiosa di cacao e tabacco da pipa. Sorso avvincente, caldo e rotondo, in cui gli aromi di bocca si susseguono nei richiami già percepiti al naso dalla durata interminabile.
Invecchiamento min. 20 anni - millesimo 1998 - 42% vol.

Vitae 32
Vitae 32
Marzo 2022
In questo numero: Rifermento identitario di Massimo Zanichelli; Soffio bianco di Corsica di Roberto Bellini; Un sacco di patate di Morello Pecchioli; Energia pantesca di Fabio Rizzari; Brandy awareness di Antonio Furesi; Una carriera a tutto vapore di Emanuele Lavizzari; Generazioni di Villamagna di Antonello Maietta; Criticità gastronomiche di Valerio M. Visintin; La dimensione della macerazione di Francesca Zaccarelli; Goût d’Orval di Riccardo Antonelli; Le sfumature dell’olio di Luigi Caricato; Pas dosé - È tempo della variabilità di AIS Staff Writer.