rosato a divenire
Massimo Zanichelli

“È un vino da donne”, “è ibrido, meticcio, senza identità”, “non è capace d’invecchiare”: quanti luoghi comuni ancora persistono sul rosato italiano? Tanti, troppi, tutti generati dall’inveterata, e perniciosa, abitudine di considerarli vinelli leggeri da consumare giovani, anzi giovanissimi, non appena vengono messi in commercio, specie d’estate, a bordo lago, mare o piscina, serviti ghiacciati. Così a uno stuolo di bevitori distratti si è affiancato una serie di vini occasionali, prodotti con la mano sinistra e senza sentimento. Invece i rosati, o rosa se preferite (c’è una rivendicazione lessicale a riguardo, benché il Vocabolario Treccani definisca il lemma “rosato” come “di colore rosa o tendente al rosa”, dunque c’è perfetta sinonimia; rinuncerei invece a chiamarli “rosé”, parola spesso usata per identificare uno spumante), sono, al pari dei rossi o dei bianchi, vini che esigono rispetto: rappresentano un terroir, rivelano una personalità e trovano nell’evoluzione in bottiglia, come testimoniano le brevi verticali che seguono, il loro punto di maggiore espressione. I rosati sanno invecchiare, eccome.


Esiste in Italia un “rosato d’autore”? Sì, e con numeri sorprendenti per origini geografiche (dal lago di Garda alle isole), interpreti (uomini e donne, enologi e vignaioli, grandi aziende e piccole cantine); ampelografie (vitigni autoctoni e varietà internazionali); colori (un caleidoscopio che va dal rosa tenue al rubino fosco) e caratteri (i tradizionali, i “bio”, gli outsider, perfino i “rosa fetish”). E tecniche: salassi e macerazioni (i tagli non si usano più, almeno nei casi più virtuosi); fermentazioni controllate e spontanee; acciaio, cemento e legno; chiusure con tappo in sughero, a vite o a corona. Per tacere delle estrosità su nomi di fantasia, etichette, design e packaging. La selezione che segue, una delle tante possibili, nata di concerto con Davide Garofalo (sempre prodigo di suggerimenti calzanti e cruciali), è un contributo di taglio trasversale, sintetico quanto, si spera, significativo, in grado di sollecitare interessi e ripensamenti su un vino, che, lungi all’essere decorativo, superfluo o solo gastronomico, è a tutto tondo e, come tale, reclama dignità e considerazione.

GIOVANNA TANTINI Bardolino Chiaretto

“Cominciamo dal Chiaretto”, mi sono detto. È un nome-simbolo del vino rosato italiano, rappresenta un terroir importante come quello gardesano e soprattutto è entrato nell’immaginario collettivo come un vino “mainstream”. Ecco, dunque, quello di Giovanna Tantini, produttrice di temperamento a Castelnuovo del Garda, sponda veronese del lago: ottenuto dal 2002 con le stesse uve del Bardolino (80% corvina, 15% rondinella, 5% molinara), dapprima con ricorso al salasso e poi con una vinificazione in bianco dalle pressature soffici, secondo principi di un’enologia applicata che qualcuno ama definire “convenzional”. Nel 2021, per la prima volta chiamato Il Rosé e chiuso con tappo a vite, il un colore è rosa tenue, il profumo dei boccioli di rose deve ancora schiudersi, la fragolina deve ancora maturare, il fremito di lieviti deve ancora fondersi. Il 2020 lascia già segni più incisivi: la traccia di un rosa fiorita, una maggiore profondità di frutto, un sorso avvolgente di trasparenza tannica e saporita. Il 2019 è un sussurro di fiori e mandorli, una carezza delicata, un gusto di tensioni aspre e radici sapide, dove comincia a salire l’aria del lago. Nel 2018 l’olfatto oltrepassa la rosa per arrivare al ribes, il palato conserva succo e freschezza, il sapore scende più in profondità, il tannino fa capolino, le voci sono armoniche. Nel 2017 la veste cromatica si accende di corallo, il sorso ha garbo e levità, si solleva una certa gagliardia acido- tannica, lo sviluppo è più salivare, aleggia l’aria armonica e rasserenante, quasi ristoratrice, del lago. Il 2016, manco a dirlo, è il più compiuto: la peonia, la gardenia, la genziana, l’agrume, i piccoli frutti croccanti del bosco, un che di arancia sanguinella. E nessun cedimento. La negazione del luogo comune è servita su un piatto d’argento, anzi rosa.


LE FRAGHE Bardolino Chiaretto Rõdon
Bardolino Chiaretto Traccia di Rosa

Matilde Poggi non è solo una “donna in carriera”, espressione che potrebbe farla rabbrividire – già alla presidenza di FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) per nove anni, è ora presidente di CEVI (Confédération Européenne des Vignerons Indépendants) –, ma una produttrice con quasi quarant’anni di esperienza alle spalle (la sua prima vendemmia risale al 1984), i cui traguardi qualitativi e territoriali all’interno della zona del Bardolino sono da tempo acclarati. I due Chiaretto, chiusi con tappo a vite, declinano le virtù della corvina (e saldo di rondinella) nell’acciaio (il Rõdon) e nel cemento (il più recente Traccia di Rosa, prima annata 2019). Il Rõdon (“rosa” in greco antico: così da più di un decennio è chiamato il Chiaretto prodotto dal 1986) si offre allo sguardo con un colore rosa dai lucenti riflessi ramati. Il 2021 ha un profilo tutto in divenire: i profumi dei fiori, delle erbe e delle susine sono pronti a librarsi, mentre sotto pulsano il ribes e il lampone. Il palato lo è altrettanto: succosità embrionale, aromaticità primeva, una sapidità sottocutanea che tende a crescere. Il 2020 mostra un bouquet più espanso (peonia, ortensia, petalo di rosa, violetta: suggestioni floreali a cielo aperto) e un palato armonioso, tonico, penetrante. Il Traccia di Rosa del 2020 ha una lieve velatura cromatica (dovuta ai sedimenti naturali non filtrati) che irraggia il colore anziché comprimerlo, un olfatto cosparso di fermenti di fiori (rosa, peonia) e d’agrumi, di susina e pesca bianca, un palato dall’invitante succosità, con senso di buccia d’uva e un sapore avvolgente, continuo.

COSTARIPA Valtènesi Molmenti

All’inizio degli anni Novanta, Mattia Vezzola, enologo che guarda lontano, pensa bene di sfatare il pregiudizio sull’incapacità del rosato non solo d’invecchiare, ma addirittura di vivere più di un anno o due. Nasce così il Molmenti, dedicato al senatore veneziano Pompeo Gherardo Molmenti, che nel 1896 tenne a battesimo il primo Chiaretto di Moniga del Garda, dove Costaripa ha sede. Proviene da un assemblaggio di groppello gentile (60%), marzemino (20%), sangiovese e barbera (ambedue al 10%), da vigne con mezzo secolo d’età baciate dall’eden climatico del lago di Garda (sponda bresciana). Alla vinificazione “a lacrima” (il primo e puro fiore dell’acino), segue un periodo di maturazione in vecchi tonneau di rovere da 400 litri per due anni, e altrettanti in bottiglia prima della commercializzazione. Il 2017, ultima annata uscita, è una delle sue versioni più melodiose, dal colore cristallino ai profumi, dove la gentilezza della rosa e il piglio del ribes trovano il conforto di una spezia sottile e sfumata, fino a un palato fonde succosità e spessore, saldezza e persistenza: il boisé accompagna ed espande l’afflato floreale.

MANINCOR Le Rose de Manincor

Quando l’eleganza non rifugge dal carattere: lo stile della casa – l’incantevole tenuta Manincor del conte Michael Goëss Enzenberg, nei pressi del lago di Caldaro – si riflette in tutti i suoi vini, governati con perizia e sensibilità dalla mano dell’enologo Helmuth Zozin, e Le Rose de Manincor non fa eccezione. Nato nel 2004, viene prodotto con il salasso dei migliori rossi dell’annata dopo 3, massimo 12 ore di macerazione a freddo: dal 10 al 20% su Pinot Nero, Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Tempranillo, Syrah, e il 5% sul Lagrein. La fermentazione è spontanea e la maturazione avviene in tonneau usati e botti grandi, dove il vino trascorre 6 mesi di permanenza sui propri lieviti. Il 2021, dal colore corallo luminoso tendente al salmone, sfoggia plurime e garbate florealità bianche e rosse, un tratto, ça va sans dire, di rosa canina, una croccante desinenza di frutto, un sapore embrionale e promettente. Il 2020 ha colore speculare, effusione floreale, polpa matura, tannino preciso e saporito, scioltezza finale. L’aspetto del 2019 vira verso una tinta più chiara e lo scenario olfattivo verso orizzonti fruttati (albicocca, ribes bianco, echi esotici e una pesca bianca che in bocca sembra quasi di addentare), il sorso conserva succo e freschezza, con allungo fitto di sapori e sensazioni. Il 2018 è il trionfo dei piccoli frutti di bosco (tanto lampone e ribes), mentre il sorso è animato da garbo, contrasto e una persistenza che fa scintille. Il 2017 ha profumi d’uva, frutto maturo, un finale di freschezza. Il 2016, dal colore a metà tra il salmone e il corallo, sfoggia sentori esotici (litchi), note di albicocca e melone bianco, il palato è tutta una pesca bianca e gialla, un frutto della passione: che carattere!


CANTRINA Valtènesi Chiaretto
Rosanoire

Se i nomi possono essere ingannevoli – Cantrina sembra un gioco di parole tra “cantina” e Cristina, il nome della proprietaria, in realtà è un toponimo di Bedizzole; lo stesso cognome di Cristina, Inganni, è inappropriato, essendo la trasparenza, insieme a un’inclinazione sperimentale mai fine a se stessa, la chiave di volta della sua produzione –, i vini, invece, non mentono mai. Il confronto tra Chiaretto (groppello in purezza dal 2018) e Rosanoire (pinot nero in purezza dal 2009) è rivelatorio prima che didattico. Chiusi ambedue con tappo a vite e prodotti con medesima vinificazione (macerazione sulle bucce ad acino intero per poche ore, maturazione di alcuni mesi in acciaio), manifestano corrispondenti risultanze nel tempo. Il Chiaretto 2021, rosa brillante allo sguardo, è leggiadro, pieno, embrionale. Il colore del 2020 ha inclusioni più ramate, il naso elargisce un petalo di rosa e uno spruzzo più espressivo di agrume, il palato è più succoso e compiuto. Il 2019 si espande a tal punto da includere una dimensione minerale – l’idrocarburo affianca la rosa – che lascia stupiti, mentre in persistenza si diffonde il lato salino e lacustre del territorio. La parabola del Rosanoire è la stessa. Il 2021 ha ampiezza, sapore affilato, tannino leggero quanto interstiziale. Il 2020 mostra un fiore e un frutto di maggiore nitidezza e articolazione. Il 2019, più ramato, sorprende per una portata minerale – la persistenza di una corrente idrocarburica a trazione sapida – che fa quasi passare in secondo piano l’apporto dei fiori rossi, il sorso succoso e l’evoluzione del tannino. Più che un errore, bere questi vini in gioventù è un’imprudenza: il tempo porta maturazione e completezza.

EUGENIO ROSI Riflesso Rosi

Eugenio Rosi è un enologo che preferisce definirsi, come ha scritto sulle etichette delle bottiglie, “vignaiolo artigiano”. Dal 1997 si riappropria di un’agricoltura a dimensione artigianale, trasferendo un’anima rurale ai propri vini. Parte con due ettari in affitto di cabernet sauvignon e merlot, e in seguito dedica le proprie attenzioni al marzemino, l’uva della sua terra: la Vallagarina. Questi tre vitigni sono riuniti nel Riflesso Rosi, chiuso con tappo a corona, segno di memoria contadina, pur senza essere un vino rifermentato. Dopo qualche giorno di macerazione sulle bucce, vengono aggiunte le vinacce della nosiola per conferire stabilità cromatica in modo naturale. Scandito da una tinta rubino-cerasuolo, il 2021 offre sentori di ciliegia selvatica, erbe, tamarindo, un sorso carezzevole, invitante, dalle componenti terrose, dagli umori di sottobosco, dove il granato della melagrana si fa sinestesia cromatico-gustativa. L’allungo è fresco-sapido, con irresistibile riflesso di penombre aromatiche. Nel 2019 il tocco erbaceo-mentolato del cabernet e del merlot si abbina con il tono selvatico del marzemino lungo un andante melodioso. Il 2017, dalle inflessioni granato nel colore, è irresistibile apologo bordolese: le erbe, i piccoli frutti, l’ardore balsamico lasciano traspirare una scia ariosa e fresca, elegante e nitida, con elementi terrosi sottocutanei.

BRESSAN Rosantico

Un rosato aromatico è già di per sé una novità, se poi il moscato rosa in questione arriva dal Friuli, regione certo non famosa per questo vitigno, ecco che il vino di Fulvio Bressan assurge al ruolo di outsider. Questo vignaiolo, che non ama fregiare la propria produzione di appellativi come “biologico” (perché le sue scelte sono più radicali) o “biodinamico” (perché odorano di moda), ha impiantato un ettaro di moscato rosa nel 1991 in località Corona, a Mariano del Friuli, e ha cominciato a imbottigliarlo nel 1996. Raccoglie le uve, quando non cadono a terra per la colatura degli acini, a maturazione ottimale (per non dire estrema) dopo un periodo di appassimento in pianta, facendole fermentare spontaneamente sulle bucce per circa un mese, con successiva maturazione del vino per 5 anni sulle proprie fecce fini in grandi botti di acacia. Di colore rosa antico (potrebbe essere altrimenti?) dalle evolute sfumature granato, il 2016 ha un olfatto cangiante e dinamico di ginepro, mirto, rosmarino, rosa appassita, china calissaia, incenso, chiodi di garofano, menta, fiori disidratati, miele di castagno, resina, elementi balsamici, canfora. Il palato è succoso, voluttuoso, aromatico, con scia di sensazioni plurime e persistente sapidità finale. Il 2017, assaggiato da una prova di botte e di prossima uscita, ha analogo, irresistibile spettro sensoriale e sensualità tattile.


MASSA VECCHIA Rosato

Come ente metamorfico, il rosato può andare incontro a delle trasfigurazioni: quello di Massa Vecchia, che si chiama semplicemente così, senza nomi di fantasia accanto, ne è l’incarnazione. Il vino, che nasce dall’unione tra malvasia nera (80%) e saldo di merlot, ha poco del rosato comunemente inteso, dal colore (un rubino intenso) alla struttura tannica e alcolica. Parlando dei vini “controcorrente” di Fabrizio Niccolaini – sperimentali per vocazione e non per atteggiamento, “naturali” per ispirazione steineriana: Fabrizio è uno dei fondatori di ViniVeri – questo non stupisce. 12 ore a contatto con le bucce, fermentazione spontanea, un anno e mezzo di maturazione in botti di rovere e castagno: il cortocircuito tra il 2020 e il 2006 restituisce appieno la personalità e la potenzialità d’invecchiamento di questo vino. Nel primo gli umori selvatici, i sentori, spontanei e caratteriali, di boschi trasognati, di sottoboschi umidi, di tamarindi e visciole, di ciliegia e amarena erompono su un palato di succosità e turgore, di potenza e scioltezza, di sapore e persistenza: la sublimazione del rosato canonico. Il 2006 ha il sapore della buccia croccante dell’uva scura, l’afflato del sottobosco e l’humus del terriccio, un crescendo esponenziale di tamarindo succoso, un tono balsamico e arioso che sconfina nella propoli, una ciliegia selvatica che diventa amarena, un allungo spropositato.

MONTANAR Rosé di Refosco dal Peduncolo Rosso Dodòn
Rosé di Refosco dal Peduncolo Rosso Borc Dodòn

Tra i vitigni autoctoni che Denis Montanar coltiva sulla riva destra dell’Isonzo, nella piana di Aquileia, c’è anche il refosco, frutto della selezione massale di un vigneto centenario situato nel parco di Villa Chiozza. Denis ha preso in gestione le vigne del nonno a 19 anni, l’anno successivo, è il 1990, ha imbottigliato il suo primo vino e nel 1995, a Villa Vicentina, nasce il progetto Borc Dodòn. Oggi lo affianca nel lavoro il figlio Carlo, che ha studiato meccanica, voleva far altro ma è rimasto avvinto da un mondo agricolo in sintonia con i ritmi naturali. Il Rosé Dodòn ha una base formata dalle annate 2012 e 2010, è stato rifermentato in bottiglia con mostro d’uva del 2014, è stato lasciato sui propri lieviti per 6 anni e sboccato nel maggio del 2021. Di colore cerasuolo antico con riflessi granato di naturale velatura e opalescenza, presenta un naso di fermenti artigianali, selvatici, rustici, terrosi, tra miele di castagno e note balsamiche, un palato di effervescenza misurata, di succosità contadina, di umori rurali, di grano, menta, propoli e di residui zuccherini che trascinano la parte aromatica anziché allentarla. Il Rosé Borc Dodòn del 2011, vino fermo (almeno in partenza), mostra un colore corallo-granato dalle sfumature evolute, un naso che è un concentrato trasognato di granai, panforte, propoli, fiori appassiti. Il sorso, mosso da una carbonica guizzante, è pregno di sapori, di tensioni, con un’ossidazione che sublima anziché corrompere il corpo del vino. Il 2010, non meno viscerale, ha un palato dolcissimo di uva e zuccheri, un’anima terrosa, un senso di sottobosco: qualcosa che ricorda il miele, anzi un’ambrosia.


CERAUDO Grayasusi
Grayasusi Etichetta Argento

All’inizio degli anni Duemila, Roberto Ceraudo – gentiluomo di campagna e produttore verace (di vino, olio e pensiero) alla guida di un’azienda agricola, biologica dal 1990, nell’entroterra della costa ionica calabrese – pensa di dedicare un rosato alla primogenita Susy (premettendo al suo nome la parola graya, “donna” in lingua arbëreshë) e lo fa con il groppello, l’uva principale della sua terra, in due versioni: il Grayasusi in acciaio (detto Etichetta Rame) e il Grayasusi in legno (denominato Etichetta Argento). Entrambi trovano nel 2021 un millesimo felicissimo (decisiva è in cantina anche la mano del figlio Giuseppe): il primo è un fiorire di rose e peonie, di lampone e ciliegia, ha un palato succoso di tamarindo e agrume rosso, una sapidità capillare. Il secondo, tra le sue migliori riuscite, arricchisce lo stesso plateau floreale-fruttato con le sfumature di un gentile tratto boisé (4 mesi in barrique di primo e secondo passaggio), in un palato dove l’elemento selvatico della macchia mediterranea viene allietato da note speziate sottocutanee (nel 2020 il calore e la luce del Mediterraneo sembrano incontrare la sublimazione di un andante mozartiano). Ambedue, poi, evolvono con brillantezza: il Grayasusi del 2016, dal colore più granato, ha un profilo di signorilità e fierezza, un timbro dagli echi salmastri e vagamente terrosi, un tannino avvolgente, una persistenza sapido-dinamica; il Grayasusi Argento del 2018 ha pari mutazione cromatica, ampio bouquet floreale, erbe aromatiche che s’irraggiano, freschezza balsamica, succosità gustativa, tannino sottile e tenace.

COLLECAPRETTA Il Rosato di Casa Mattioli

Nella campagna spoletina, alle pendici orientali dei Colli Martani, la famiglia Mattioli si occupa di agricoltura da più di mezzo secolo: allevamento di animali da cortile e da carne, seminativi, uliveti e vigne. Il vino, da sempre alimento, è stato per lungo tempo venduto sfuso, finché nel 2006 Vittorio Mattioli, “agricoltore e poi vignaiolo in Terzo La Pieve”, come si legge sull’etichetta, ha cominciato a imbottigliare, partendo dai vitigni locali: ciliegiolo, sangiovese, trebbiano spoletino. Il Rosato della casa, nato nel 2010 e dal 2020 a base di barbera (in precedenza si usavano il ciliegiolo e il sangiovese), viene vinificato in bianco in modo “naturale”: fermentazione indigena senza controllo della temperatura, decantazione naturale, due travasi (a dicembre e gennaio seguendo la luna calante) e nessuna aggiunta di solforosa. Tinta corallo opalescente per la velatura naturale, di viva tonalità cromatica. Olfatto di umori selvatici, di radici terrose, di visciola selvatica, di sottobosco, di arbusti e rovi. Palato dal sorso pieno, succoso, gagliardo, amaricante, di spiccata acidità, dai sapori intensi, rigorosi, penetranti. Una curiosità? No, un fermento tutto in divenire.


FRANCESCO CIRELLI Cerasuolo d’Abruzzo Anfora

Tradizione e istinto, ispirazione e biodiversità: l’attività vitivinicola di Francesco Cirelli, che nasce nella zona di Atri con un piede già nel nuovo millennio, si esprime con pratiche biologiche in mezzo a ulivi, fichi, legumi, cereali, galline, oche, pecore. I vini hanno radici territoriali e sapore contadino. Dopo una macerazione di poche ore, il Cerasuolo d’Abruzzo compie la fermentazione in anfore da 800 litri modellate da un artigiano di Impruneta, dove matura per circa un anno. Il 2019 ha colore cerasuolo (potrebbe essere altrimenti?) di bella trasparenza con riflessi granato, profumi di fermenti naturali e spontanei, di sottobosco e terra, di visciola, marasca ed echi di canfora. La bocca ha impatto succoso, sviluppo tonico e leggiadro, il tannino è un soffio, la freschezza continua, il finale punteggiato da note di piccoli frutti e rosa selvatica. Il 2017 ha evoluzione fascinosa e graduale, che si focalizza con il trascorrere delle ore e dei giorni: note boschive, selvatiche, umorali e accenni vinilici si stemperano in sentori di rabarbaro, tamarindo, castagno, con sviluppo amaricante e poi ammandorlato, quindi succoso e selvatico, con respiro di sottobosco, sapore crescente e finale di prugna. Anima viscerale.

MICHELE CALÒ & FIGLI Mjère Rosato
Cerasa

Salento riarso e pulsante, pittoresco e aulente. E da sempre terra di rosati. Michele Calò è stato uno dei padri dell’enologia di questo territorio e i figli Fernando e Giovanni ne hanno saputo espandere l’azione e gli intendimenti con piglio determinato e chiarezza d’idee. Peculiarità che traspaiono anche nei due alfieri rosa della casa: Mjère e Cerasa. Il primo, composto da negroamaro più un saldo di 10% di malvasia nera coltivati ad alberello, deve il proprio nome alla parola latina merum, “puro”. Svolge una vinificazione “a lacrima” con alzata di cappello dopo circa 16-18 ore di macerazione. Il 2021 ha colore cerasuolo intenso dalle sfumature accese, sentori floreali e palato voluttuoso. Il sorso, come nel 2020, non manca mai di consistenza e pienezza, punzecchia il palato con lamine tanniche, conserva al centro una ciliegia matura e selvatica, lascia nel finale una bocca pulita, lineare. Nel 2019 il colore vira verso il corallo e diventa più trasparente, i profumi, soprattutto floreali (petalo di rosa), si fanno più compiuti. Il palato è sempre maturo, dritto, saporito. Il 2018 è più caratterizzato, emerge l’aspetto selvatico e la bocca comincia a riempirsi di cose balsamiche, di freschezze mentolate, di garbo gustativo. Il Cerasa (“ciliegia” nel dialetto del sud) proviene dal negroamaro del vigneto Prandico nell’agro di Alezio e aggiunge al processo precedente un periodo di maturazione di 5/6 mesi in barrique per un 20% della massa. Il 2021 ha colore cerasuolo brillante, profuma di ciliegia (ovviamente), rosa, spezie (cardamomo, sandalo), gode di un frutto solare al palato, con note di cannella e pepe. Il 2016 si accede di riflessi rossastri, il naso sa di caramella Rossana, d’inebrianti lucidature lignee, di echi ambrati, mentre il palato, pieno e vellutato, offre sensazioni di spezie, di mogano, con un finale che si apre sulla macchia mediterranea. Il 2015 rinforza l’idea e il compimento dell’evoluzione: colore più granato, fusione di erbe aromatiche (timo, rosmarino), sfoggio di elicriso, un’ariosità balsamica che si fa succo, un palato che è vettore di umori territoriali, con persistenze di erbe e menta.


GAROFANO Girofle
Clo’ de Girofle

La tenuta Monaci di Copertino, nata nel 1995, è uno dei regni del negroamaro salentino, cui Severino Garofano, uno dei padri della moderna enologia pugliese (è scomparso nel 2018), ha dedicato a profusione energie e passione. Spicca a riguardo il Girofle, Garofano di nome e di fatto, che è sempre stato fin dal suo primo apparire nel 2005 un vino Controcorrente, come viene chiamato nelle schede aziendali, perché rifugge dall’angusto alveo dei rosati “estivi” di breve durata, facili e disimpegnati. Breve macerazione di un giorno, fermentazione e maturazione per alcuni mesi in cemento. Fragrante e floreale al naso, il 2021 è selvatico, maturo ed espressivo in bocca. Nel 2020 si radicalizzano le espressioni: al colore permane un corallo luminoso alle sfumature cerasuolo-granato, i profumi rimandano (inevitabilmente) al garofano, alla rosa selvatica, al sottobosco, a un mare in lontananza. La bocca è piena, succosa, avvolgente, con visciola, ciliegia ed elementi minerali, fermezza sapida, e una persistenza esplosiva dal fiore puro e prodigioso: la pastosa generosità del negroamaro in chiave di sublimazione. Il 2019 amplifica il portato selvatico, la tonicità acida, la sapidità salivare. L’apice futuro è rappresentato dal nuovo Clo’ de Girofle firmato da Stefano e Renata, i figli di Severino, che allegano alla bottiglia un foglio, anzi un messaggio: “Il Clo’ come Clou, il chiodo di garofano, la nota speziata del nostro pensare rosato. Ma anche come “Clos”, selezione di uve pregiate”. C’è un 15% di montepulciano insieme al negroamaro e la maturazione in cemento sulle proprie fecce dura fino a maggio. Colore cremisi, naso che sembra voler racchiudere tutti i fiori rossi del mondo (rosa, peonia, geranio e altri che mi sfuggono) insieme alla loro linfa, con uno stuzzicante tocco speziato (il chiodo di garofano) a corredo. Al palato albergano pienezza, ariosità, contrasto, espressione.

PAOLO CALÌ Frappato Rosato Spumante Ancestrale Mood
Frappato Rosato Osa!

Paolo Calì si definisce un “farmacista-vignaiolo” e ha coronato un sogno cullato fin da ragazzo: recuperare la tradizione di famiglia, facendo rinascere la campagna dove il padre lo portava dopo la scuola. Produce vini personali e seduttivi, e tutti autoctoni, a Vittoria, da vigne piantate sulle sabbie spazzate dal vento come se fossero dune, vicino al mare, affocate dal caldo durante l’estate e vivificate dalle escursioni termiche. È difficile resistere alle virtù del suo Frappato – da sempre considerato il fratello minore del Nero d’Avola e più di recente al centro di una riconsiderazione critica e produttiva –, che entra con percentuali importanti anche nei suoi accattivanti Cerasuolo di Vittoria. Al suo secondo anno di produzione, il Rosato Spumante Ancestrale Mood 2021 ha colore rosa corallo opalescente, profumi di fiori, di melagrane, di agrumi freschi e rossi, di piccoli frutti e fragoline di bosco, un sorso succoso-selvatico dalla bollicina crepitante, dall’acidità che contrasta, dal sapore incalzante, con asprezza di ribes bianco e un orizzonte finale di sinestesie marine. Il Frappato Rosato Osa! ha come sottotitolo: Questo non è un vino tranquillo. Nel 2021 si agitano profumi di marca selvatica e salmastra, fiori (rose rosse, peonie, garofani), lamponi, visciole e amarene inebrianti. Il palato ha una nuvola di carbonica naturale, ma potrebbe essere anche una suggestione, e tanta, morbida, contrastata, invitante succosità di uva, sapori stratificati, finale persistente ed euforico. A distanza di giorni non flette, anzi emette un florilegio di erbe aromatiche (salvia, timo, rosmarino, menta). Nel 2013, ancora in bottiglia bordolese, il corallo si ammanta di granato e il naso restituisce fremente e fascinosa evoluzione: tamarindo, rabarbaro, caramella Rossana, rosa appassita. Un vino da punto esclamativo.

GIUSEPPE SEDILESU Cannonau di Sardegna Rosato Erèssia

Nel dialetto mamoiadino erèssia significa “discendenza”. È l’eredità generazionale oggi rappresentata dai 14 nipoti della famiglia Sedilesu: sono i figli di Salvatore, Francesco e Antonietta, che hanno ereditato l’azienda fondata dal padre Giuseppe negli anni Settanta. Molti di loro sono già impegnati nelle tre realtà produttive della famiglia: la casa madre gestita da Salvatore, l’azienda Teularju nata nel 2017 e condotta da Francesco, e un terzo polo, ancora senza nome, gestito da Antonietta, in un clima di reciproca collaborazione e unità d’intenti. Ma la discendenza dell’erèssia è anche la rivendicazione di un rosato che reclama la stessa dignità di un rosso. Il Cannonau che ne porta il nome nasce dagli alberelli più giovani (dai 3 ai 15 anni d’età), detti pastinu, e viene prodotto con un salasso, una fermentazione spontanea in acciaio e un anno di maturazione in barrique. Le quattro annate in assaggio hanno gradazioni cromatiche e organolettiche cangianti. Il 2019 – cipria brillante tendente al cerasuolo – risulta ancora chiuso, sfrangiato, come un fiore che mostri l’interno della sua linfa più angolosa e irriducibile, e il cui fraseggio si carica di umori insulari e imprevedibili. Il 2015, dal brillante colore buccia di cipolla, è una letizia di arbusti e fiori, è un sorso maturo non privo di asprezze e tensioni ossidative, ma che si apre dopo qualche giorno verso la mandorla selvatica, il mirto e la macchia mediterranea. Nel 2013 i profumi scendono nella profondità del territorio, compaiono le erbe aromatiche, i frutti selvatici, c’è una prominenza balsamica, un palato succoso e dinamico, pieno di vivezza e sapore. Il 2010, prima annata prodotta, ha il colore più fitto: un cerasuolo-corallo di particolare intensità. Il naso è un prorompere di lampone e ciliegia, ha inaspettati risvolti minerali e un fragore di erbe e menta. Il sorso – succosissimo, contrastato, pepato – è arioso, ardito, perfino aromatico: melograno, tamarindo, agrume rosso. Un Rosato di 12 anni che fa faville. Carattere barbaricino, orgoglioso e irriducibile.

SPIRITI EBBRI Cotidie Rosato
Appianum Rosato
Neostòs Rosato

Pierpaolo Greco, Michele Scrivano, Damiano Mele sono spiriti ebbri della stessa passione (quella del vino, oltre che delle cose buone e naturali) e, nella loro produzione, l’ebbrezza non si colora solo di bianco, rosso o ambrato, ma anche di rosa, in ben tre diverse declinazioni. Prodotto dal 2017, il Cotidie, rosato del “quotidiano” come suggerisce il nome, proviene da uve calabrese, magliocco canino e cabernet sauvignon di Castrovillari. Di colore cerasuolo intenso, il 2021 ha frutto fresco e scalpitante, un palato dall’impalpabile rifermento, mobile e guizzante. Il 2019 ha colore più trasparente, un olfatto elegante di rose e fragoline di bosco, un’anima di zenzero, un sorso morbido-succoso, contrastato e saporito. L’Appianum, imbottigliato dal 2006, è un assemblaggio di magliocco dolce, gaglioppo, greco nero, nerello, greco bianco e montonico provenienti della zona di Lappano, sempre in provincia di Cosenza, e fermenta per una parte in legno. Il 2021, tinta cerasuolo-corallo dai riflessi rossicci, ha definizione esemplare, frutto garbato e godibile, tannino accurato, speziatura lieve e gentile, ma è il 2017 a esprimersi a più largo raggio: erbe aromatiche, violetta, rifrangenze balsamiche con un palato dal tessuto morbido, gustoso, dalla lieve scia di zuccheri residui per un libero, invitante esercizio di stile non privo di chiaroscuri e radicamenti territoriali. Prodotto dal 2011, il Neostòs – crasi delle parole greche neòs (nuovo) e nòstos (ritorno), una filosofia produttiva che guarda alla tradizione rinnovandola in chiave contemporanea –, unisce il calabrese al magliocco canino e ad altre uve con una vinificazione speculare a quella dell’Appianum. Il 2020, dal colore corallo limpido, ha un naso che vibra di fermenti spontanei, di umori caratteriali, di sentori selvatici, esprime un palato succoso e contrastato, composto e raffinato, essenziale e saporito. Il 2018 (che alle uve autoctone associa un saldo di merlot e syrah) ha tinta più granato-trasparente, un fiorire di sensazioni di arbusti, macchia mediterranea, elicriso, viola. Il palato possiede una risoluzione morbido-matura, una dimensione di naturalezza e ariosità, un fraseggio dinamico e un carattere spiccato.


SPIRITI EBBRI Cotidie Rosato
Appianum Rosato
Neostòs Rosato

Pierpaolo Greco, Michele Scrivano, Damiano Mele sono spiriti ebbri della stessa passione (quella del vino, oltre che delle cose buone e naturali) e, nella loro produzione, l’ebbrezza non si colora solo di bianco, rosso o ambrato, ma anche di rosa, in ben tre diverse declinazioni. Prodotto dal 2017, il Cotidie, rosato del “quotidiano” come suggerisce il nome, proviene da uve calabrese, magliocco canino e cabernet sauvignon di Castrovillari. Di colore cerasuolo intenso, il 2021 ha frutto fresco e scalpitante, un palato dall’impalpabile rifermento, mobile e guizzante. Il 2019 ha colore più trasparente, un olfatto elegante di rose e fragoline di bosco, un’anima di zenzero, un sorso morbido-succoso, contrastato e saporito. L’Appianum, imbottigliato dal 2006, è un assemblaggio di magliocco dolce, gaglioppo, greco nero, nerello, greco bianco e montonico provenienti della zona di Lappano, sempre in provincia di Cosenza, e fermenta per una parte in legno. Il 2021, tinta cerasuolo-corallo dai riflessi rossicci, ha definizione esemplare, frutto garbato e godibile, tannino accurato, speziatura lieve e gentile, ma è il 2017 a esprimersi a più largo raggio: erbe aromatiche, violetta, rifrangenze balsamiche con un palato dal tessuto morbido, gustoso, dalla lieve scia di zuccheri residui per un libero, invitante esercizio di stile non privo di chiaroscuri e radicamenti territoriali. Prodotto dal 2011, il Neostòs – crasi delle parole greche neòs (nuovo) e nòstos (ritorno), una filosofia produttiva che guarda alla tradizione rinnovandola in chiave contemporanea –, unisce il calabrese al magliocco canino e ad altre uve con una vinificazione speculare a quella dell’Appianum. Il 2020, dal colore corallo limpido, ha un naso che vibra di fermenti spontanei, di umori caratteriali, di sentori selvatici, esprime un palato succoso e contrastato, composto e raffinato, essenziale e saporito. Il 2018 (che alle uve autoctone associa un saldo di merlot e syrah) ha tinta più granato-trasparente, un fiorire di sensazioni di arbusti, macchia mediterranea, elicriso, viola. Il palato possiede una risoluzione morbido-matura, una dimensione di naturalezza e ariosità, un fraseggio dinamico e un carattere spiccato.

BONAVITA Rosato

Prodotto dal 2006, il Rosato di Giovanni Scarfone proviene dalle uve nerello mascalese, nerello cappuccio e nocera da vigne ad alberello e controspalliera, di età tra i 10 e gli 80 anni, coltivate secondo pratiche biologiche su terrazze a 300 metri di quota in quel luogo magico che è Faro Superiore, assiso in posizione panoramica sullo stretto di Messina, tra Cariddi e Scilla. Il vino, che fa una macerazione sulle bucce tra le 12 e le 18 ore, fermenta spontaneamente in acciaio, matura sia in inox sia in cemento per 6 mesi e sorprende per la sua capacità d’espressione in gioventù. Il 2021, infatti, ha un colore rubino brillante dai riflessi corallo, un olfatto di profondità floreale e fruttata, con note di ribes e melograno, di arbusti e genziana, e una bocca matura, piena, tonica, di carezzevole succosità, dalle sensazioni di ciliegia selvatica, ribes, tamarindo, agrume rosso (bergamotto), erbe, con acidità e sapidità “d’altura”. Non abbiate timore di tenerlo in cantina: regalerà grandi soddisfazioni.



Vitae 34
Vitae 34
Settembre 2022
In questo numero: Rosato a divenire di Massimo Zanichelli; Il Malbec si espAnde di Betty Mezzina; Crocus e delizia di Morello Pecchioli; Terreno d’incontro di Fabio Rizzari; Dolci fiabe torinesi di Paolo Bini; Il valore delle vigne urbane di Gherardo Fabretti; L’Albana di una nuova era di Giovanni Solaroli e Vitaliano Marchi; Mi arrendo all’arredo di Valerio M. Visintin; Vitigni antichi, visioni nuove di Francesca Zaccarelli; Taste of summer di Riccardo Antonelli; Turisti o cercatori d’olio? di Luigi Caricato; Storie di Vitae - Spirito enosolidale di Manuela Cornelii.