pinacoteca Borgogna
Fabio Rizzari

Da almeno un quarto di secolo la Borgogna è la stella più luminosa nel firmamento del vino, questo lo sanno anche i sassi. La sua magnitudine oscura astri un tempo protagonisti assoluti del cielo enoico, come Bordeaux - che solo negli ultimi anni va riconquistando l’interesse degli appassionati, grazie a un paziente lavoro di ricucitura con le sue tradizioni storiche più nobili e antiche - e persino la Champagne: la quale non è più la solitaria detentrice delle bottiglie più rare e costose del mondo. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono. Anche qui, in questa sorta di racconto a puntate di Vitae su vini gemelli o comunque parenti, ce ne siamo occupati almeno in un paio di altre occasioni.Tutti ne parlano e tutti ne scrivono: ma, ahinoi, sempre meno enofili ne bevono. La speculazione internazionale sta portando i prezzi dei vini borgognoni a livelli davvero astronomici. Solo i più facoltosi esseri umani sul pianeta hanno ormai le risorse finanziarie per acquistare le etichette più introvabili: fondatori della Tesla, emiri, banchieri, milionari cinesi, venditori di metano e simili. Qualche dato volante, giusto per capirci. Un vino qualsiasi della Romanée Conti, mitologico domaine a Vosne, ha subìto aumenti vicini - o in taluni casi superiori - al mille per cento in circa una decina d’anni. La Tâche si comprava per più o meno 900 euro ancora nel 2007 (vado a memoria), mentre oggi viaggia dalle parti dei nove-diecimila. Stessa cosa, pari pari, per i rossi di Armand Rousseau, o per quelli di Liger-Belair, o per eccetera eccetera. In questo contesto pressoché intangibile e remoto, come una nave che è salpata e si intravede ormai in lontananza, al bevitore attento, ma non ricco, rimangono da esplorare o le appellation considerate minori (Irancy, Givry, Montagny, Mercurey, Bouzeron e simili), oppure la produzione di giovani vignaioli la cui fama non sia già esplosa, insieme ai prezzi delle loro bottiglie. Quest’ultimo è il caso di uno dei due protagonisti di questo racconto, come vedremo più avanti.


Una delle denominazioni faro della Borgogna è certamente Pommard, cittadina che si trova in Côte de Beaune. I suoi saporiti rossi sono ricercatissimi da più di un secolo. Gli enofili che siano allo stesso tempo cinefili ricorderanno una scena iconica di Notorious - L’amante perduta, celebre film di Alfred Hitchcock del 1946, in cui Cary Grant scopre nella cantina dei nazisti del minerale di uranio nascosto in bottiglie di Pommard del 1934 (a voler essere maniacali, del produttore François Penot, oggi firma irreperibile).

La letteratura specialistica classifica da sempre i Pommard come vini robusti, tannici (in rapporto ai caratteri del pinot nero, eh: certamente non tannici come può esserlo un Pauillac o un Sagrantino), dal gusto marcato, contrapponendo loro la finezza e la trasparenza della confinante appellation di Volnay. La realtà, per chiunque abbia assaggiato più volte senza pregiudizi entrambe le tipologie, è molto meno schematica. Non pochi Pommard, dai cru giusti e dalle mani giuste, sono vini ricamati, sottilissimi nell’espressione aromatica e davvero calibrati nella dote tannica. 


Proprio l’identikit dei Pommard del domaine Voillot, un nome sinonimo di eleganza quintessenziale per gli appassionati di vino più avvertiti. Nato alla fine dell’Ottocento, Voillot rimane un nome dalla fama tutto sommato circoscritta fino all’arrivo di Joseph, un vignaiolo dalla carriera estesissima: la sua prima vendemmia – quando è poco più di un bambino – è la gloriosa 1945; la sua ultima, prima del meritato pensionamento, la 2013. Il suo stile di vinificazione, refrattario a ogni eccesso nell’estrazione e un uso dimostrativo dell’affinamento in legno nuovo, cesella nei decenni rossi d’antologia. Il domaine possiede ottime parcelle sia sul versante di Volnay (Fremiets, Champans, Caillerets) che su quello di Pommard, con qualche incursione a Beaune e, in bianco, a Meursault. Le etichette di Pommard sono cinque, unVieilles Vignes e quattro Premier Cru: Clos Micault, Les Pézerolles, Les Rugiens, Les Epenots. Pur muovendosi tutti in uno stile dai toni pastello, più sottile che potente, le differenze interne alla gamma non mancano. 


Nella sintesi efficace di Giancarlo Marino, profondo conoscitore della regione borgognona e tra i primissimi estimatori di Voillot in Italia, “i cru storici del domaine sono Epenots, Rugiens e Pézerolles. Epenots è più elegante e luminoso degli altri due. Non ha di solito le note di agrume rosso e cocomero del Rugiens (che viene da terreni che contengono ossido di ferro), le note balsamiche e di spezie orientali del Pézerolles, ma se si considera quella che si definisce tradizionalmente ‘classe’, Epenots è spesso una spanna sopra gli altri”.


Non a caso: secondo molti esperti, quest’area circoscritta esprime la qualità più alta di tutta la denominazione di Pommard. Scrive in proposito Remington Norman nel suo ponderoso volume The great domaines of Burgundy: “Se ci fosse una riclassificazione, Les Rugiens-Bas e alcune parti degli Epenots sarebbero candidati credibili allo status di Grand Cru”. Conferma, infatti,Armando Castagno - nel suo enciclopedico Borgogna, le vigne della Côte d’Or, imprescindibile e definitiva trattazione sui diversi climats della regione - che questo terroir “ha lunghissima storia e reputazione eccelsa” e che “i vini di quest’area hanno conquistato da tempo un rilevante ‘potere contrattuale’, nel senso che si vendono bene nonostante il prezzo non popolare, […] e come logica conseguenza nel 2011 è stato presentato all’INAO per il vigneto ‘Epenots’ un dossier per l’eventuale promozione a Grand Cru”.

Oggi il domaine è gestito dal genero di Joseph, Jean Pierre Charlot, che ne prosegue l’opera all’insegna di un significativo rispetto della materia prima (lavoro in vigna pressoché in biologico con interventi chimici mirati in caso di necessità, estrazioni in media brevi e delicate, percentuale di rovere nuovo molto contenuta) e dell’impronta stilistica del marchio: grande purezza sul piano olfattivo, trama tannica sottile e infiltrante, sapori pennellati ma al contempo tenaci, persistenti, perfettamente messi a fuoco. In particolare, il Pommard Epenots, che proviene da parcelle sia nei cosiddetti Petits Epenots e Grands Epenots, ha una definizione aromatica cristallina, sebbene non inebriante e sensuale come il ventaglio di profumi orientaleggianti di Pézerolles. Questa nitidezza quintessenziale lo avvicina agli esiti assoluti delle bottiglie più pregiate dell’intera Borgogna. È quindi un termine di paragone piuttosto impervio, per il secondo vino di questo racconto. Vino che nasce a pochissima distanza, provenendo da una parcella (insieme a un’altra che insiste sempre nell’area della denominazione Pommard) confinante con gli Epenots, ma priva dello status di Premier Cru.

Il produttore è un giovane e ispirato vignaiolo di Santenay, David Moreau. Specializzato nelle vinificazioni in rosso, nelle quali dimostra da alcune vendemmie di possedere una particolare felicità d’espressione, Moreau si è formato in cantine prestigiose (presso Olivier Lamy a Saint- Aubin), prestigiosissime (lo Château Beaucastel, celeberrimo domaine a Châteauneuf-du-Pape, nel Rodano del sud) e somme (nientemeno che alla Romanée Conti, dove ha fatto esperienza per un anno, nel 2008). 


Il suo stile è di sicuro meno rarefatto di quello di Voillot: al netto delle ovvie differenze di terroir, i colori dei suoi rossi (il catalogo si concentra su diverse etichette di Santenay) sono in media più intensi, pur tenendosi ben al riparo dal rischio di apparire saturi. Anche al palato si coglie immediatamente che la mano di Moreau è più generosa nelle estrazioni e il timbro fruttato in media più evidente.

Il suo Pommard, prodotto in numeri che definire confidenziali è eufemistico, ha un nome di fantasia, Les Digonelles. Come recita la controetichetta, “le digonelles sono dei fossili di brachiopodi, delle piccole conchiglie risalenti alla fine del Giurassico medio”. Messo accanto al Pommard Epenots di Voillot, che tende a volnayeggiare, cioè a offrire la sottile eleganza dei confinanti Volnay, la versione di Moreau è più vicina all’immagine classica del Pommard costaud, cioè forte, deciso, ampio nelle fondamenta tanniche.

La vendemmia 2020 è davvero riuscita nell’alternare sentori fruttati di ciliegia e sfumature floreali di fresia, in una dinamica gustativa che rilancia continuamente verso un finale nitido e tenace. Un rosso che non ha ancora dimensioni produttive capaci di incidere nel panorama della denominazione, entro la quale si esprime come un aforisma, più che come un testo strutturato e “ufficiale”. Ma d’altra parte, non è proprio questo il bello della Borgogna, essere terra di grandi dipinti e insieme di preziose miniature?

Vitae 35
Vitae 35
Dicembre 2022
In questo numero: Storico controcorrente di Massimo Zanichelli; Il più alto (de)grado di nobiltà di Betty Mezzina; Rubiconda melagrana di Morello Pecchioli; Pinacoteca Borgogna di Fabio Rizzari; Sfuso, altro che fiasco! di Gherardo Fabretti; Le nove Vitae della guida di Emanuele Lavizzari; 50 sfumature di Rossese di Antonello Maietta; Un trend sempre più etnicool di Valerio M. Visintin; Spirito in chiesa di Antonio Furesi; Abbinamenti choc di Riccardo Antonelli; Biblioliteca di Luigi Caricato; Il Nostrano viene da lontano di Wladimiro Gobbo.