Cristina Ziliani
Responsabile Comunicazione

Guido Berlucchi
Borgonato (Brescia)

Quando si arriva a Borgonato, alle Cantine Berlucchi, il sorriso e la simpatia di Cristina sono il miglior benvenuto per varcare la soglia dell’affascinante palazzina. Una donna del vino che cela un immediato senso di ospitalità.

Cristina Ziliani è figlia di Franco e sorella maggiore di Arturo e Paolo. Tutti insieme guidano l’azienda Berlucchi, nel cuore della Franciacorta, una delle aziende vinicole italiane che produce bollicine apprezzate in tutto il mondo facendoci sentire fieri di essere nati in questo paese.


All’ingresso della cantina una grande fotografia ritrae suo papà e Guido Berlucchi, fondatore della cantina, in vigna, entrambi con un’espressione gioiosa sui visi. Il padre di Cristina ha una foglia di vite in mano mentre il nobile gentiluomo di campagna è in posa con una pipa in bocca. Cristina ci racconta di due uomini palesemente diversi, e pone l’accento su un concetto essenziale: «Questa immagine esprime la profonda diversità tra mio padre e il signor Berlucchi, tuttavia ho la certezza assoluta che, senza questi due uomini, la nostra azienda non esisterebbe. E probabilmente non esisterebbe nemmeno il Franciacorta. Intorno alla metà degli anni Cinquanta Guido Berlucchi chiese a un mediatore di vino di poter consultare un buon enologo della zona. Fu così che venne avvicinato mio nonno Arturo, che coinvolse mio padre. Io sono nata pochi anni prima della Berlucchi. Nel 1954 avvenne l’incontro di mio padre, enologo giovane e determinato, da sempre desideroso di produrre un vino che somigliasse allo champagne, con Guido Berlucchi, nobile, produttore di un vino bianco chiamato Pinot del Castello, un Pinot non facile da conservare e con problemi di stabilità. Mio papà aveva un desiderio di successo irrefrenabile, un bagaglio di studi della Scuola enologica di Alba e un animo commerciale che gli derivava dalla famiglia. Guido Berlucchi invece era il classico gentiluomo di campagna, raffinato, elegante, con un’immensa cultura. Poli opposti che generarono un vino che ha segnato la storia di questo territorio. La prima bottiglia di Pinot di Franciacorta nacque nel 1961, mentre la denominazione ufficiale arrivò nel 1967, altra data importante per la Franciacorta».


L’intuizione e la competenza enologica di Franco Ziliani permisero la produzione delle prime bottiglie con metodo classico, una sfida per competere con i cugini d’Oltralpe e conquistare le tavole aristocratiche dell’alta borghesia milanese, che d’abitudine preferiva Champagne a qualsiasi altro vino spumante.

I ricordi di Cristina vertono precisamente sulla visione all’unisono di suo padre e dell’aristocratico Berlucchi: trovare le migliori uve anche fuori dal territorio, come i Pinot neri dell’Oltrepò e quelli trentini, per produrre i loro primi spumanti.


Ziliani intuì subito le potenzialità della Franciacorta, per quanto in quell’epoca tutti i produttori della zona puntassero su vini a bacca rossa, ignorando i bianchi. Cristina sorride orgogliosa: «Mio padre è stato lo Steve Jobs di Franciacorta, un uomo sfidante, che andò controcorrente. Tenace, testardo, con ambizioni di successo assoluto, e la voglia di riscatto di chi viveva in quelle aree, da sempre considerate molto povere. Mi ricordo di un’estate degli anni Settanta, ero piccola e con mio fratello Arturo (Paolo, mio fratello minore, era ancora piccolo) dovevamo svolgere un lavoretto per papà, ossia censire le viti. Immaginate due ragazzini che camminavano in mezzo ai vigneti e, tralcio dopo tralcio, disegnavano una piccola mappatura di un’area denominata “Mancapane”, un insieme di vigne tutte attorno alla tenuta. Un nome eloquente, la zona era davvero arida e poverissima. Papà ci fece usare un bloc-notes e una matita. Con assoluta semplicità si tracciava un puntino sul foglio bianco del notes, a indicare una vite, fino a esaurire il vigneto. La dinamica vedeva me da una parte del vigneto e Arturo dall’altra. Quelle in campagna erano giornate indimenticabili e spensierate, molto divertenti per noi bambini. Nonostante siano passati tanti anni, ancora rimpiango la leggerezza con cui trascorrevamo quei pomeriggi. Anche da questi dettagli mi rendo conto di quanto il vino sia stato da sempre un compagno, costante, della mia giovinezza. Certo non dimentico neppure che mio padre portò solo i miei fratelli in Champagne, io dovevo stare a casa», Cristina sorride e riprende con vena ironica, «essendo la femmina di casa, ero destinata ai lavori più amministrativi in sede».


Cristina frequentò il liceo scientifico e, subito dopo il diploma, partì per l’Inghilterra con l’obiettivo di studiare inglese almeno per un anno. Rientrata in Italia, a ventun anni si avventurò, grazie a un amico del padre, come assistente di regia e organizzatrice di un tour che una troupe televisiva americana doveva realizzare nel nostro paese. Si trattava di un programma per gli Stati Uniti chiamato Ciao Italia, un viaggio attraverso le cantine, i monumenti storici e le città d’arte con incontri e interviste a personaggi italiani famosi. A Cristina rimase impresso un momento dedicato a Maurizio Damilano, medaglia d’oro per la corsa alle Olimpiadi di Mosca del 1980, che incontrò a Scarnafigi, piccolo comune vicino a Cuneo: «L’uomo era magrissimo e pur essendo un campione mi colpì la sua semplicità disarmante; era rimasto umile, nonostante il successo».


Quel periodo fu per la giovane Ziliani un momento illuminante perché capì quanto le pubbliche relazioni fossero nelle sue corde. La sua facilità di rapporti con gli altri e la piacevolezza di organizzare quel tour le fecero tornare la voglia di lavorare con il sorriso e di non lasciarsi prendere dalla noia mortale dei momenti amministrativi nell’azienda di famiglia. Iniziò a frequentare la facoltà di Economia e Commercio a Brescia, che non avrebbe fatto in tempo a terminare, dedicandosi anche all’insegnamento della lingua inglese presso un istituto del lago d’Iseo.


Nel 1981 l’inarrestabile intraprendenza del padre lo aveva portato a creare un’altra azienda franciacortina, l’Antica Fratta. Fu naturale chiedere alla figlia di occuparsi del lancio della nuova cantina organizzando un evento per l’inaugurazione con l’ausilio dell’agenzia J. Walter Thompson. Il contatto con loro fu molto formativo per Cristina e tracciò una strada certa verso quello che sarebbe stato il suo ruolo in azienda: l’accoglienza e la comunicazione. A quell’epoca, siamo nel 1984, l’Antica Fratta era l’unica struttura in Franciacorta immersa in mezzo alle vigne che offrisse ospitalità, con sei camere. Inutile dire che divenne presto meta ambita per congressi scientifici e medici.


Correva l’anno 1985 e proprio durante un convegno medico, ospitato nella sua tenuta, Cristina conobbe il suo futuro marito, un cardiologo, ricercatore universitario a Brescia, mantovano di origine, che colpì il... cuore della ragazza in maniera singolare. «Mi ricordo che stavo organizzando una serata, per la precisione mi stavo occupando dell’assegnazione dei posti a cena per tutti gli ospiti di questo convegno e il mio futuro marito, chiaramente interessato alla sottoscritta, continuava ad aggirarsi in sala distraendomi e comunque facendomi perdere tempo prezioso. Gli dissi che se voleva rendersi utile poteva aiutarmi. Lui annuì e da quel momento non ci siamo più separati. Ci sposammo e nell’estate del 1987 nacque la nostra prima figlia, Alice, nel 1992 Andrea e nel 1995 Arianna.»


Perché tutti i figli di Cristina hanno bellissimi nomi con la medesima iniziale? È una casualità?

«Non è affatto casuale. Ci dissero che se le iniziali di nome e cognome dei nostri figli fossero state con la stessa lettera avrebbe portato fortuna. Abbiamo una nostra filosofia scaramantica, che in questo caso ci porta a creare un legame indissolubile all’interno della famiglia, elemento per me importante, cui credo con totale convinzione.»


Tra una gravidanza e una nascita degli “eredi”, Cristina si trasferì dall’Antica Fratta alla Berlucchi, con una breve militanza sempre negli uffici amministrativi per una sostituzione di maternità. Forse era giunto il momento di fare outing: dire al padre che la partita doppia e la prima nota contabile erano di una noia mortale e che la scalpitante Cristina voleva fare altro in azienda.

Intorno agli anni Novanta l’azienda stava crescendo in maniera esplosiva; dopo un lieve calo tra il 1992 e il 1993 partì un’inarrestabile impennata verso un successo tuttora tangibile. Il fratello Arturo era l’enologo della famiglia e l’addetto al settore tecnico e Paolo si dedicava allo sviluppo commerciale. In questo contesto Cristina si insediò definitivamente nell’ufficio che tuttora le appartiene e cominciò a sviluppare la sua spiccata inventiva nel marketing. Una figura mai esistita prima in azienda, che la sorella maggiore di casa Ziliani ricoprì in maniera impeccabile.


Cristina frequentò i più noti consulenti di marketing per poi passare, con la tenacia che la contraddistingue, alla creazione dei primi contatti con i giornalisti, aprendo la sua cantina alla stampa italiana ed estera. Le sue idee innovative la portarono, a volte, a scontrarsi con il modo di vedere tradizionale del padre, ma alcune iniziative furono un grande successo. Tra queste la sponsorizzazione del Festival di Spoleto: far dialogare il mondo del vino con arte e musica, esplorarne i confini, mettere in contatto ambiti diversi tra loro ma in grado di combinarsi perfettamente.


Con una gestione perfetta dei budget, sempre condivisa con i fratelli, studiò azioni mirate a sostenere il marchio e l’immagine della Guido Berlucchi. Creò il suo primo piano marketing mediante una progettazione di eventi: la scelta di un tema, la presentazione di una bottiglia in edizione limitata con etichetta personalizzata... Coinvolse cuochi famosi per cucinare nelle Cantine proprio a Palazzo Lana. Contattò i centri media per pianificare campagne pubblicitarie su testate importanti e soprattutto iniziò, anno dopo anno, a conoscere tutta la stampa italiana e straniera, anche attraverso manifestazioni del vino.


Cristina ricorda quando, nel 1999, lavorò con Arnaldo Pomodoro, autore di un’etichetta-scultura in bronzo realizzata in pochi esemplari: «Pomodoro mi ha insegnato a lavorare alla ricerca maniacale della qualità. È un uomo che non tralascia alcun dettaglio e ti fa comprendere quanto il particolare renda unica la tua bottiglia di vino, verità assoluta».

Se astrologicamente Cristina è un Ariete e lo si riscontra nella sua tenacia imprenditoriale, nel privato emerge una mamma moderna. Una donna bresciana amante delle sue radici che, quando parla dei suoi figli, esprime la sua anima di mamma senza diventare la classica genitrice apprensiva. Forse il vino non è riuscito a mitigare il carattere di Cristina ma al suo nucleo familiare ha ceduto tutta la serenità di cui aveva bisogno. Oggi Alice è medico, Andrea si appassiona di sociologia mentre Arianna studia Economia a Londra ma, rispetto ai fratelli, è la più incline a seguire le orme materne nella comunicazione.


Ogni giorno dell’anno, Cristina ha una mission: «In Berlucchi cerco di valorizzare, con orgoglio, la terra di Franciacorta, perché il potenziale è enorme e le attività di enoturismo sviluppate in cantina lo dimostrano: un numero sempre crescente di visitatori da tutto il mondo. In Berlucchi si respira aria di “gioco di squadra”. Quando pensammo al restyling dello spumante 61, in onore dell’originario Franciacorta creato da mio padre, chiamammo tutti i giovani dell’azienda, un rappresentante da ogni reparto, e da una tavola rotonda formativa nacque l’idea della “vestizione” degli anni Sessanta anche per un pubblico più giovane. L’etichetta, la capsula metallica e i dettagli che sigillano una bottiglia sono particolari importanti da vedere, da comunicare e che devono spiccare sul tavolo di un ristorante o nello scaffale di un’enoteca. Un lavoro di successo che oggi ci permette di essere immediatamente riconosciuti».


Oggi la notorietà è tangibile, una scelta perfetta per una tradizione che si rinnova. Cristina è una donna intelligente, sensibile, tenace e perfezionista, e se non dimentica che la sua difficoltà nel mondo del vino era farsi ascoltare, oggi può vantare una posizione di tutto rispetto come ambasciatrice del Franciacorta in giro per il mondo.

Vino: femminile, plurale
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Undici “donne del vino”
Cinzia Benzi intervista undici “donne del vino” e racconta la loro vita privata e professionale; sullo sfondo, molti dei migliori vini italiani e francesi. Il mondo del vino nell'ultimo decennio si è evoluto a una velocità vertiginosa, conquistando mercati sconosciuti grazie a una forte spinta creativa e a una nuova visione che hanno fatto saltare tanti luoghi comuni. A guidare questo nuovo Rinascimento del vino, tante donne che, dopo anni di lavoro e impegno, sono riuscite a farsi largo in un mondo presidiato da uomini, affermandosi sul panorama nazionale e internazionale. Dagli inizi non sempre semplici fino ai riconoscimenti mondiali, Cinzia Benzi narra con empatia, acume, delicatezza e ironia i percorsi di vita di queste donne tenaci e coraggiose: enologhe, responsabili commerciali e della comunicazione o proprietarie factotum delle loro aziende, sono loro che portano nuovi valori e nuovi stili in uno dei settori più interessanti del life style italiano. Le idee, i progetti, gli aneddoti si susseguono dipingendo un quadro vivace: dalla Francia al Piemonte alla Sicilia scopriamo l'universo di queste donne che lavorano con passione fra vitigni, cantine prestigiose, laboratori, incarnando il nuovo linguaggio del vino. Le donne del vino sono: Sandrine Garbay, Julie Gonet-Médeville, Anna e Valentina Abbona, Raffaella Bologna, Cristina Ziliani, Camilla Lunelli, Marilisa e Silvia Allegrini, Ginevra Venerosi Pesciolini, Cecilia Leoneschi, Susy e Caterina Ceraudo, Silvia Maestrelli. L'autrice devolverà i suoi proventi alla onlus “Food for Soul”, l'organizzazione no profit fondata dallo chef Bottura che mira ad accrescere la consapevolezza sociale su temi come lo spreco alimentare e la fame attraverso la realizzazione e la promozione di iniziative in collaborazione con chef, artigiani, artisti, designer ed enti.